Intervista alla Digital Manager di Adecco Italia, che analizza i risultati dell'annuale indagine Works Trends Study



Adecco è un colosso mondiale nei servizi per la gestione delle Risorse Umane con oltre 31mila dipendenti, 5000 uffici, circa 650mila lavoratori al giorno e 100mila clienti distribuiti in più di 60 Paesi. Numeri assolutamente impressionanti per un’azienda che, in Europa, si colloca al tredicesimo posto nella prestigiosa graduatoria “Great Place To Work” che premia i migliori ambienti di lavoro multinazionali. Adecco Italia, leader nazionale del settore HR, ha recentemente pubblicato la ricerca  Work Trends Study. Si tratta di uno studio condotto da Adecco a livello globale in 26 Paesi, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, che ha coinvolto 2.742 candidati e 143 recruiter in Italia. Qual è l’obiettivo del Work Trends Study? Senza ombra di dubbio focalizzare l’attenzione sul ruolo che web e social network ricoprono quando si tratta di cercare lavoro e candidati, e sull’importanza sempre maggiore della digital reputation per chi cerca occupazione. Per la prima volta, inoltre, la ricerca mira a indagare anche il fenomeno dello smartworking, per capire quanto sia un trend realmente in atto o auspicato da aziende e lavoratori. Il report si articola in tre approfondimenti: il primo è dedicato all’impatto di Internet, dei social e professional network nei processi di ricerca di lavoro e selezione del personale; il secondo è incentrato sulla reputazione online e sull’importanza che essa riveste per candidati e aziende; il terzo si concentra sullo smartworking, tra conoscenza da parte degli attori del mercato del lavoro e sua diffusione. I risultati sono davvero molto interessanti in particolare per quanto concerne il nostro Paese, tradizionalmente ostile ai cambiamenti ma in cui appare evidente una trasformazione epocale a livello di approccio al mercato del lavoro, sia da parte degli aspiranti lavoratori che di chi si occupa di risorse umane. È lampante l’importanza crescente dei social network, sia per le aziende che per i candidati: basti pensare che solo il 4% delle attività di candidatura utilizzano canali esclusivamente offline, mentre quattro ricerche di lavoro su cinque vengono effettuate online. Ne abbiamo parlato con Beatrice Podda, Digital Marketing & Communication Manager di Adecco, grande esperta di social recruiting e social HR.

Work Trends Study
Credits: Adecco Work Trends Study

Le attività di ricerca di lavoro e di profili professionali si stanno spostando sempre più online. È questo il futuro anche in Italia?

Conduciamo questa indagine da 5 anni, come tutte le trasformazioni digitali non si tratta di rivoluzioni ma di evoluzioni. Sono piuttosto abituata a riscontrare certi dati, quelli che possono sembrare numeri eclatanti in realtà rappresentano soltanto una naturale progressione del fenomeno. Reputo significativo che per la ricerca di lavoro online in Italia, sia da parte dei candidati che dei recruiter, restino in pole position le tradizionali bacheche di annunci rispetto ai social e ai professional network, che non superano il 15-20% del totale. Si tratta di una percentuale nettamente inferiore rispetto ad altre nazioni, soprattutto oltreoceano, ma in crescita costante anno dopo anno.

Il profilo social dei candidati influenza davvero la scelta dei recruiter?

Assolutamente sì. Il 35% dei recruiter dichiara di aver escluso dei candidati nel processo di selezione dopo aver visto contenuti inappropriati online, mi riferisco soprattutto a foto e commenti controversi o inappropriati. Questi strumenti diventano sempre più complementari alla selezione, ovviamente questo non significa che un candidato venga eliminato in toto ma, obiettivamente,  i profili social spesso ci forniscono dettagli utili per capire i tratti emergenti della personalità.

Adecco Work Trends Study
Credits: Adecco Work Trends Study

Cosa fanno i recruiter quando ricercano informazioni online su un candidato?

Preliminarmente si fa una distinzione tra candidati attivi, che ricercano e si propongono spontaneamente per una posizione lavorativa, e candidati passivi che rappresentano il target maggiore e sono contattati direttamente dai selezionatori. Vengono controllati i CV e si verificano i contenuti pubblicati, il network e la digital reputation dei candidati, che è ormai diventata fondamentale e spesso decisiva per la scelta finale.

Due candidati su tre non hanno mai sentito parlare di smart working.

È un dato che mi ha stupito molto, da un lato ci sono candidati che non sanno neppure cosa sia e dall’altro la metà delle aziende che sostiene di praticarlo già in qualche modo. C’è qualcosa che non va, è probabile che alcune aziende adottino forme di flessibilità, pensando erroneamente di rientrare nella cornice legislativa dello smart working. Si avvertono comunque segnali positivi, per la discussione della Legge di Stabilità si è parlato a lungo di inserire riferimenti normativi più precisi per lo smart working con relativi sgravi economici per i datori di lavoro.  Si tratta di un cambiamento epocale per la tradizionale mentalità italiana, perché implica di valutare l’efficienza e i risultati dei dipendenti al di là delle ore passate fisicamente sul posto di lavoro. E permette di comprendere a fondo cosa fanno i dipendenti durante le ore lavorative.

Adecco Work Trends Study
Credits: Adecco Work Trends Study

Qualche consiglio ai candidati per non commettere errori fatali?

Svolgendo formazione professionale nelle Università, mi capita di osservare che si pensa tanto a cosa non fare e troppo poco a cosa fare per migliorare la propria digital reputation. C’è molta presenza online, ma scarsa attitudine a valorizzarla. Faccio qualche esempio: ho un blog o un profilo Linkedin? Li inserisco nel curriculum. Nella mia bacheca Facebook parlo dei miei obiettivi e delle mie ambizioni personali, e condivido articoli che riguardano il mio settore di interesse. Non imposto la privacy ai massimi livelli, è una scelta che può rivelarsi controproducente perché, se qualcuno dall’esterno dà un’occhiata al mio diario, potrebbe percepirlo in modo negativo anche in un’ottica professionale. E non “gonfio” le mie competenze online, queste cose vengono sempre a galla e ci fanno solo perdere tempo. Le informazioni devono sempre essere coerenti con il CV.