Dalla COP 21 un accordo che, con tutti i suoi limiti, apre alla decarbonizzazione e allo sviluppo delle fonti energetiche green



La COP21, la conferenza sul clima delle Nazioni Unite tenutasi a Parigi dal 30 novembre al 12 dicembre del 2015, ha sancito, dopo due settimane di negoziati, un accordo che molti definiscono storico. Un’intesa che indirizza il pianeta verso una transizione energetica, nonostante non vi sia una road map ben definita. Le energie rinnovabili sono state invocate a gran voce e più volte menzionate come bene salvifico per la nostra Terra.

La XXI Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici sembra aver aperto interessanti prospettive per il futuro. L’obiettivo scaturito dall’accordo globale è senza dubbio ambizioso: contenere l’aumento della temperatura sulla Terra al di sotto dei 2°C, meglio se più prossima a +1,5°C. Il tema del surriscaldamento globale è all’ordine del giorno per le piccole isole, i cui rappresentanti sono stati tra i primi promotori di questo obiettivo insieme ad altri stati più sensibili agli effetti del cambiamento climatico. L’incoerenza con questi intenti nasce, però, dal carattere di non obbligatorietà rispetto a tali obiettivi e dalla mancanza di un serio controllo del lavoro di ciascuno Stato.
Punto di convergenza tra tutti i 196 Stati partecipanti è, invece, la centralità delle energie rinnovabili. Il loro ruolo appare essenziale per accelerare la decarbonizzazione e ridurre le emissioni climalteranti.

In Italia, stando ai dati Terna, la produzione di energie rinnovabili rappresenta oltre il 40% dell’elettricità totale generata nel Paese. Le energie rinnovabili risultano già altamente competitive nei confronti delle fonti fossili, soprattutto se si considerano le esternalità, cioè le emissioni di anidride carbonica, principale fattore del cambiamento climatico, e le polveri sottili, responsabili di un elevato numero di morti premature ogni anno. I danni all’ambiente e alla salute, infatti, controbilanciano il peso dei costi. Lo documenta lo studio Althesys commissionato da AssoRinnovabili.

Credits: AssoRinnovabili/Althesys
Credits: AssoRinnovabili/Althesys

L’analisi presenta due scenari: in quello di sviluppo moderato “BAU-Business As Usual” i benefici (ricavi-costi, attualizzati al 2015) ammontano a oltre 29 miliardi di euro; nell’ipotesi più positiva, in cui l’Italia investa di più nelle energie rinnovabili (scenario di sviluppo accelerato “ADP-Accelerated Deployment Policy), i benefici crescerebbero fino a 104 miliardi di euro. Scelta che sarebbe più che auspicabile ed in linea con gli obiettivi fissati dall’Onu a Parigi.
Lo studio scandaglia, poi, a fondo le differenti fonti energetiche. Tra le meno dispendiose, il carbone è sicuramente quello che si fa notare di più, richiedendo una spesa di 52,1/65,9 euro per megawattora. Le sue esternalità, provocate dei gas climalteranti e dalle emissioni nocive, risultano però molto alte. Al contrario, il fotovoltaico pur presentando costi di produzione diretta molto alti (110/120 euro per megawattora) si caratterizza per un risparmio elevato sui costi esterni che si aggirano sui 7,5 euro. L’energia eolica è senza dubbio la più competitiva, sia se si considera il costo totale dell’elettricità (82,9/92,9 euro per megawattora) sia se si tiene conto del solo costo di generazione (80/90 euro per megawattora). Se i costi delle esternalità delle fonti fossili fossero correntemente calcolati, comprendendoli nei costi di generazione, si nota facilmente che le energie rinnovabile sarebbero già le più convenienti, oltre ad essere ambientalmente sostenibili e in grado di garantire l’indipendenza energetica.
Le fonti energetiche pulite sono, infatti, interne e possono, quindi, contribuire a ridurre la dipendenza dalle importazioni e aumentare la sicurezza dell’approvvigionamento. Di riflesso, lo sviluppo delle energie rinnovabili può contribuire attivamente alla creazione di posti di lavoro, soprattutto a livello delle piccole e medie imprese che hanno un ruolo centrale nel tessuto economico dell’Italia e della stessa Comunità Europea. Il ricorso alle rinnovabili si può presentare, dunque, come un elemento chiave per lo sviluppo regionale, con l’obiettivo di conseguire una maggiore coesione economica e sociale.

Fonte: weforgreen.it
Fonte: weforgreen.it

La principale barriera per lo sviluppo di queste tecnologie su scala globale risulta essere di natura politica e, in questo, l’accordo raggiunto dalla COP21 avrebbe potuto fare la differenza richiedendo a ciascuno degli stati partecipanti garanzie sui risultati. È importante sottolineare che un aumento significativo della quota delle fonti energetiche rinnovabili avrà un ruolo chiave per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2. Proprio in apertura di COP21, l’Agenzia europea per l’Ambiente (EEA) ha diffuso i dati dello studio sull’inquinamento atmosferico. In Italia, solo nel 2012, sono 84.400 le vittime premature causate dalle micropolveri sottili, dal biossido di azoto (NO2), dall’ozono troposferico (O3) e da altri composti organici volatili. Oltre venti volte il numero di quelle causate dagli incidenti stradali. Dati che non lasciano scampo ad interpretazioni, ponendo l’inquinamento atmosferico come principale fattore di rischio ambientale per la salute.
Negli anni a venire, con la crescita vertiginosa dei Paesi in via di sviluppo, il mondo sarà sempre più affamato di energia. Per coniugare crescita economica e riduzione delle emissioni di gas nocivi, è necessario, fin da ora, promuovere e sostenere esplicitamente, anche a livello politico, le energie rinnovabili, le uniche in grado di soddisfare entrambi questi obiettivi. In tale scenario, un chiaro riferimento all’obbligatorietà di utilizzare fonti green sarebbe stato non solo auspicabile ma necessario. Nonostante ciò, restituire un mondo migliore non potrà essere una scelta, ma dovrà essere un dovere.