Il paradosso del Belpaese, culla della cultura con un popolo che ne usufruisce col contagocce, con un rischio sempre più incombente di deculturizzarsi



Parlare e vivere di cultura in Italia dovrebbe essere la cosa più naturale e semplice di questo mondo. Recarsi al cinema, al teatro, godere delle bellezze di un museo o di un concerto dovrebbe essere intrinseco al nostro essere come camminare, correre e mangiare. Almeno in relazione al patrimonio culturale che la nostra penisola è in grado di offrire e mettere a disposizione di quanti abbiano il desiderio di nutrire il loro sapere, il Belpaese dovrebbe primeggiare sotto ogni punto di vista. Dall’ultimo rapporto di Federculture si scopre, tuttavia, che, in un panorama generalmente positivo, il profilo culturale degli italiani è ben al di sotto di quanto si pensi, sia dal punto di vista della fruizione che della spesa procapite destinata ad attività culturali.

C’è una luce in fondo al tunnel. Dopo gli anni a cavallo della crisi, gli italiani sono tornati ad uscire di casa, a frequentare musei e mostre, ad affollare concerti e teatri e a dedicarsi alla lettura. Un piccolo bagliore pari al +2,1% in quel macrosettore che l’ultimo rapporto Federculture raccoglie sotto il cappello “ricreazione e cultura”. Dall’indagine emerge una spesa complessiva nel 2014 di 66,1 miliardi di euro, una crescita di circa due miliardi rispetto alla soglia raggiunta nel 2013. Un altro dato che fa ben sperare è che la spesa in cultura è aumentata circa il quadruplo rispetto alla crescita della spesa generale delle famiglie italiane. Stessi e positivi, seppur deboli, segnali giungono dal fronte della fruizione: +1,7% per il cinema, +2,2% per il teatro, +7,7% per musei e mostre, complice probabilmente la prima domenica del mese gratuita nei musei statali, e +2,2% per i concerti. Capitolo a parte merita invece la lettura che prosegue il suo trend negativo e vede ancora contrarsi la quota di italiani che durante l’anno leggono almeno un libro. Si è giunti al 41,4%, meno quattro punti percentuali rispetto al 2013.

Se questi dati sembrano confortati, ecco subito arrivarne altri che di confortante hanno ben poco. L’Italia appare purtroppo spaccata in due. Problema che solo in parte può trovare una spiegazione nelle differenze sul piano della retribuzione o dei tassi di occupazione. Analizzando la spesa media mensile in ricreazione e cultura, si passa dal picco massimo dei 165 euro del Trentino-Alto Adige agli appena 35 della Sicilia. E si potrebbe continuare con i 124 euro dell’Emilia Romagna e i 47 della Calabria, i 122 euro della Lombardia e i 47 della Sardegna, i 121 euro del Veneto e i 53 della Campania. Discrepanze profondissime che lacerano la penisola e che allo stesso modo si riscontrano nella fruizione. Una forchetta troppo ampia non imputabile alla sola geografia ma che si ripercuote complessivamente a macchia di leopardo anche all’interno delle stesse macroaree. Un vero e proprio cultural divide che rappresenta un problema serio, drammatico che non lascia spazio a interpretazioni o giustificazioni di sorta.

Un dato ancora più sconvolgente è rappresentato da quel 19,3% di italiani, quasi uno su cinque, che dichiara di non fruire di alcun intrattenimento culturale nell’arco di un anno. Il che equivale a zero libri, quotidiani, riviste, niente cinema, mai in un teatro, in un museo neanche per sbaglio, concerti forse nemmeno quelli della sagra di paese. Un’ecatombe culturale. Un’Italia minoritaria sì, ma neanche più di tanto. Se si analizzano i dati scomposti, infatti, e si aggiunge a quell’uno su cinque anche chi ne usufruisce occasionalmente ecco che improvvisamente diventa maggioritaria. Se solo uno su cinque è totalmente avulso dalla rete dei consumi culturali, almeno altri due, quasi tre, su cinque hanno un rapporto saltuario con quel mondo. Un esempio lo è il teatro: i fruitori forti sono il 16,6% (fino a tre volte in un anno) ma appena l’1,4% si reca in sala oltre sette volte.

Il dato più curioso è poi quello relativo all’età. Intorno ai 25 anni il grado di astensione verso la cultura passa dal 5,7% al 12,6%. Un allontanamento che in pratica avviene subito dopo il diploma o la laurea e continua a crescere con l’aumentare dell’età. Quasi un paradosso, visto che proprio quando si dovrebbe avere più tempo e forse più disponibilità economica per dedicarsi alla cultura si comincia al contrario ad allontanarsene.

Un Paese, l’Italia, che rischia dunque di deculturizzarsi. Se non si inverte al più presto la direzione di marcia. Se non si torna ad investire in creatività. Se non si riparte dall’educazione. Se non si mette in moto un veloce processo di resistenza culturale. Migliorando l’offerta, promuovendo la cultura online (nell’e-commerce la domanda culturale occupa il 40%), valorizzando e tutelando i nostri beni culturali e archeologici, incentivando un turismo che abbia voglia di fermarsi, di vedere, di conoscere la nostra bellezza e a cui nasca il desiderio di tornare in Italia ancora un’altra volta. La cultura è una medicina che può curare tanti mali, da quelli della società a quelli dell’economia, ed è l’unica moneta che parla il linguaggio universale, che può arricchire tutti senza togliere nulla ad altri. La strada della cultura è il primo passo verso un futuro migliore. E l’Italia deve cominciare a percorrerla con decisione. Noi possiamo metterci del nostro. Spegniamo la TV e usciamo di casa. D’altronde, citando Federico Fellini, “la televisione è lo specchio dove si riflette la sconfitta di tutto il nostro sistema culturale”.

[Cover credits: Cinescalas/Flickr]