Intervista esclusiva al popolare giornalista de Il Sole 24 Ore, che ci racconta l'evoluzione del calcio e le prospettive future



Quotazioni in Borsa, fondi di investimento, sponsorizzazioni, multinazionali, brand, ristrutturazioni del debito, plusvalenze, ricapitalizzazioni, salary cap. Se vi sembra che questi concetti non abbiano nulla a che fare con lo sport sicuramente non avete letto Goal Economy (Baldini&Castoldi), autentico libro cult che spiega con grande chiarezza e dovizia di particolari come la finanza globale abbia trasformato il calcio. L’autore è Marco Bellinazzo, giornalista e docente al Master ‘Management dello sport’ de “Il Sole 24 Ore”. Scrive autorevolmente di lavoro, giustizia e fisco ma ha una grandissima passione per lo sport e dal 2007 si occupa con competenza delle questioni economiche che gravitano attorno al mondo del calcio. Opinionista per Radio 24, Sky Sport e Raisport, Marco Bellinazzo è anche autore di “Calcio & Business”, blog di riferimento dedicato all’economia del calcio con approfondimenti sempre interessanti e mai banali. Lo abbiamo intervistato per aiutarci a capire meglio l’evoluzione del calcio negli ultimi anni e le prospettive future.
Goal Economy

L’estate 2016 verrà ricordata per l’epocale svolta del calcio milanese, con Inter e Milan che diventano di proprietà cinese. Che sta succedendo in Italia?

Stiamo assistendo agli effetti di una mancata rivoluzione industriale. Nell’ultimo decennio è completamente mancato lo sviluppo del calcio italiano in termini industriali e aziendali, al contrario di quanto avvenuto in altre realtà come la Premier League e la Bundesliga. E questo ha portato società con grande blasone, storia e un bacino internazionale di tifosi a soffrire una fragilità economica che, inevitabilmente, ha facilitato l’ingresso di capitali stranieri.

Ma perché acquistare società con evidenti problemi finanziari?

Il governo cinese ha varato grandi investimenti per il calcio cinese e per quello internazionale. L’interesse, sia delle aziende statali che di quelle private, è di assecondare questo processo di espansione e globalizzazione del calcio mondiale. Nel caso dell’Inter, ad esempio, credo che i manager del Gruppo Suning abbiano in mente un piano di sviluppo commerciale e di utilizzo del brand che possa generare utili ed una forte legittimazione a livello economico e politico.

Questo ingente apporto di capitali avrà un effetto volano sulla serie A?

Più che crederlo, me lo auguro. Questi investimenti potranno sicuramente riportare il calcio italiano, o quanto meno quello delle squadre milanesi, a livelli precedenti alla crisi per poter competere con la Juventus. Ma è chiaro che questi capitali, da soli, non bastano. È tutto il modello di gestione del calcio italiano che va ammodernato, e mi riferisco in particolare alla parte manageriale e strutturale.
Marco Bellinazzo ospite di una trasmissione Sky

In queste settimane si è parlato tanto di Brexit. Quali saranno gli effetti sul campionato inglese?

Credo che la situazione sia molto meno problematica di quello che potrebbe apparire. Chiaramente le società saranno svantaggiate dalla svalutazione della sterlina ma, in ogni caso, parliamo di club che anche quest’anno avranno introiti enormi grazie al nuovo contratto dei diritti tv. Parliamo, per intenderci, di una cifra che oscilla tra i 3,5 e i 4 milioni annui. Questo significa poter contare su una potenza economica che potrà essere intaccata solo in minima parte. Problemi, piuttosto, potrebbero esserci sul piano regolamentare, con riferimento specifico al tesseramento dei giovani tra i 16 e i 18 anni. Bisogna prima capire che tipo di accordi verranno stipulati da questo punto di vista.

In Italia la questione dei diritti tv sembra molto più complicata. Che scenario ipotizzi per i prossimi anni?

Difficile fare previsioni. Penso a Infront, la più importante società al mondo di marketing per lo sport che, coerentemente al processo di sviluppo di cui parlavamo prima, è stata acquistata da Dalian Wanda, uno dei gruppi leader in Cina e tra i maggiori investitori cinesi all’estero. La conferma di come il governo cinese interpreti il calcio come una forma di business, puntando a quelle società come Infront e MP Silva che hanno come core business le gestione dei diritti tv. Bisognerà capire se e come verrà modificata la Legge Melandri, sia per quanto concerne la distribuzione degli introiti in modo più meritocratico che per quanto riguarda l’eventuale introduzione dell’incompatibilità tra attività di advisor dei diritti tv e advisor commerciale dei club. Senza dimenticare gli esiti dell’inchiesta in corso da parte della Procura di Milano, che sta indagando in merito alla questione.

Nel tuo libro parli della Bundesliga come il campionato più virtuoso al mondo. È un modello che può essere importato in Italia?

Il modello tedesco è senza alcun dubbio vincente. Basti pensare che, dal punto di vista economico, è diventata la seconda lega con oltre due miliardi e mezzo di fatturato annuo. Difficile però ipotizzare di poterlo sviluppare in un altro paese, essendo caratterizzato da un intreccio molto forte tra le società e il sistema industriale nazionale. Pensiamo all’azionariato del Bayern Monaco, con la presenza di un’associazione di tifosi che possiede la maggioranza del club ma è affiancata da tre colossi come Audi, Adidas e Allianz. Senza dimenticare che l’Audi è controllata dalla Volkswagen, che a sua volta è proprietaria del Wolfsburg. In Italia, tranne in alcune realtà specifiche, francamente sarebbe difficile questo connubio.
Il blog di Marco Bellinazzo

L’azionariato popolare può essere una soluzione praticabile?

Ritengo che la partecipazione dei tifosi all’azionariato dei club sia davvero una strada da percorrere, e che possa aumentare di molto la competitività delle squadre. Non a caso, se andiamo a guardare il ranking dei club con il maggior fatturato, tra le prime ci sono squadre con forme di partecipazione diffusa come Barcellona e Real Madrid. Auspico che, nell’ambito di una revisione generale del nostro modello di calcio, la partecipazione dei tifosi possa essere fortemente incoraggiata.

Si discute tanto di fair play finanziario. Ma garantisce davvero equità e democrazia nel calcio?

Il principio, assolutamente condivisibile, è quello di rendere le società autonome finanziariamente ed evitare che si indebitino. D’altra parte, però, il modello delle competizioni europee e in particolare della Champions League, e dei soldi che garantisce, ha finito per incoraggiare una sorta di oligarchia, più che uno sviluppo democratico del calcio. I club che partecipano a questa competizione hanno accesso a maggiori risorse e diventano, inevitabilmente, più forti. Un circolo vizioso e non virtuoso.

Perché in Italia ci sono pochi stadi di proprietà dei club?

Per tre ordini di motivi. Primo, perché l’Italia ha fallito la candidatura a manifestazioni come gli Europei del 2012 e del 2016, quindi è mancata l’occasione di ricevere anche contributi non privati per riammodernare l’impiantistica sportiva di stadi che hanno oltre 60 anni. La seconda ragione è che, nel momento in cui è stata evidente la necessità di puntare sulla qualità dell’impiantistica, il calcio italiano si è trovato in una situazione di grande crisi. I capitali privati hanno fatto fatica ad affluire e questo ha ridotto, in molte città, la possibilità di dar vita a questi progetti. In terzo luogo perché, nonostante la Legge di Stabilità del 2014 abbia previsto un percorso accelerato per ridurre l’iter amministrativo, i problemi burocratici del sistema Italia sono rimasti inalterati. La Juventus ha impiegato dieci anni a costruire il proprio stadio dal progetto alla realizzazione e la Roma, che pure da due anni ha fatto partire il suo progetto, è ancora in attesa di ricevere il via libera definitivo tra le tante polemiche che si sono create con il cambio di amministrazione nella capitale. Non c’è la consapevolezza politica dell’importanza di una moderna impiantistica sportiva e, di conseguenza, manca una cabina di regia che possa coordinare tante iniziative sul territorio che, sistematicamente, finiscono per disperdersi. Vediamo soltanto plastici e mai gli stadi.

Cosa accadrà al calcio nei prossimi anni? Non si corre il rischio di disperdere l’aspetto più romantico a discapito delle questioni meramente economiche?

Credo che il calcio, inteso come sport, non corra rischi di essere soffocato. Il fenomeno Leicester può essere una garanzia in tal senso. Purchè si garantisca uno sviluppo equilibrato dei tornei sul modello tipico degli sport professionistici americani, in cui il principio di base è quello delle pari opportunità e della competitività massima tra le squadre. Se tutto questo verrà garantito, non perderemo il calcio e i tifosi continueranno a poter amare lo sport. Certo, è inevitabile che si vada verso una industrializzazione e finanziarizzazione delle aziende che si trovano a gestire i club calcistici. È finita l’epoca delle strutture artigianali o familiari: il calcio sarà globalizzato e orientato sempre più verso il business e l’entertainment. La competizione per l’acquisto dei giocatori sarà sempre più ampia e vedrà protagonisti anche attori che, fino a qualche anno fa, erano assolutamente esclusi come la Cina, gli Stati Uniti, l’India. In questo senso, la serie A deve fare uno sforzo per colmare il divario dalle altre realtà calcistiche europee e non diventare un campionato marginale.