I motivi che ci rendono vagabondi, sia nel corpo che nello spirito, sono svariati. Primo fra tutti la ricerca di (nuova) felicità



Perché viaggiamo? Qual è il vero motivo che si nasconde dietro l’irrefrenabile desiderio di muoversi, di prendere una valigia e partire? Forse la voglia di conoscere nuove culture, e di vedere nuovi mondi. Di volare sopra gli oceani e di correre in prati incontaminati. O forse la voglia di affacciarsi sul ciglio di una scogliera o di appoggiarsi al vetro dell’ultimo piano di un grattacielo. O forse, e più semplicemente, ognuno di noi ha svariati motivi per mettersi in viaggio.

I presupposti per cui ci si mette in cammino, infatti, s’intrecciano e si dipanano lungo il filo delle più diverse ragioni, e prima o poi il viaggiatore è costretto a fermarsi e a confrontarsi con tutto il corollario di domande e riflessioni che ne conseguono.
A ben vedere, è difficile nascondere il fatto che chi viaggia, voglia cercare qualcosa di diverso rispetto a quello che ha nel suo paese, nella sua terra, nella sua casa. E molto spesso, questo qualcosa di diverso che si cerca disperatamente anche molto lontano, è la felicità.

Spesso si viaggia per scappare dalla realtà quotidiana, per mettere chilometri e chilometri di distanza tra noi e i problemi che tutti i giorni affliggono la nostra mente. Anche se, paradossalmente, la nostra mente si “risveglia” proprio mentre stiamo attraversando un altro stato o un altro continente, divenendo improvvisamente conscia di tutte quelle idee che prima non facevamo altro che mettere da parte. Mentre visitiamo una città diversa dalla nostra, infatti, riusciamo con più facilità a estraniarci e quindi a osservare i problemi “dal di fuori”, e a valutarli con più razionalità per trovare una soluzione efficace.

La distanza diviene così mentalmente liberatoria e purificatrice; ma la distanza non è certo l’unico aspetto che ci spinge a intraprendere un viaggio.
Ad esempio, si viaggia per incontrare o ri-incontrare se stessi. Per ritrovare le proprie origini o per capire semplicemente che si appartiene inesorabilmente al luogo da cui ora si sta fuggendo.

Credit: discorsivo.it
Credit: discorsivo.it

Si viaggia perché ormai è diventato anche un clichè prendere il primo volo e partire per una meta esotica. Si viaggia perché sperimentare un’altra cultura ci fornisce una ben più ampia apertura mentale che ci porta a comprendere che ci sono diversi modi di interpretare il mondo, e che essi sono tutti egualmente validi. Questo porta il viaggiatore ad analizzare, e spesso anche a stimare, i valori e le tradizioni altrui, e successivamente ad amare quelle del proprio paese, poiché esplorando le usanze straniere scopre il valore morale e storico delle proprie usanze locali. E questo spinge una persona a viaggiare ancora, per rimanere affascinato sempre da nuove usanze, nuove tradizioni e nuovi valori. Come se ci fosse in loro una sorta di “malattia wanderlust”, che li rende sognatori e vagabondi, sia nel corpo che nello spirito errante, e perennemente insoddisfatto.

Si viaggia per imparare ad amare o per essere amati, per lenire un dolore ma anche dare sfogo alla rabbia; perché spinti da una fede cieca o perché non si ha più nulla in cui credere. Si viaggia per essere stati i primi o semplicemente per poter dire io c’ero. Per aiutare il prossimo o per farsi aiutare. Si viaggia perché si è amici o per fare nuove amicizie. Si viaggia per incontrare qualcuno, ma sopratutto si viaggia per abbandonare qualcun’altro. Per non saper attendere o perché abbiamo atteso troppo. Per indagare nel profondo della nostra anima. Per fuggire da se stessi o per ritrovare in se stessi una maggior consapevolezza delle proprie capacità.

Si viaggia per tanti motivi, ma soprattutto perché “ogni viaggio è un pezzetto della nostra anima che ricomponiamo, alla ricerca dell’ultimo tassello che ci sveli il mistero della nostra esistenza”.

[Credit Cover: viaggieracconti.it]