Sono tanti i nomi che hanno fatto la storia del calcio italiano. Un crogiolo di talenti indiscussi che hanno delineato il profilo dello sport italiano più seguito di tutti i tempi, tanto che stilarne una classifica sarebbe cosa alquanto ardua.

Una lista che ad oggi ha accolto decine di firme tra cui, senza troppe remore, ritroviamo quelle dei leggendari Giuseppe Meazza, Gianni Rivera, Gaetano Scirea, Dino Zoff, Silvio Piola, Franco Baresi (ciascuno contraddistintosi per innate capacità agonistiche), nonché quella del più recente artista del calcio nostrano, Roberto Baggio.

Ma più di tutti, certamente, il mito di Valentino Mazzola meriterebbe particolare menzione per la sua storia e per il segno indelebile dei “tiri” infallibili. Seppure i parametri e il modo di giocare abbiano subito di decennio in decennio modifiche sostanziali, Mazzola è stato ritenuto il più grande calciatore italiano di tutti i tempi.

Nato a Cassano D’Adda il 26 gennaio del 1919, Valentino coltiva la passione per il calcio sin dalla tenera età. Tifoso juventino, il Tulen (soprannome attribuitogli per l’abitudine di prendere a calci le vecchie latte) fu leader, trascinatore e calciatore completo, moderno nella concezione del gioco e dotato di capacità atletiche e facilità di corsa fuori dal comune (il suo talento è stato riconosciuto nella storia del calcio italiano soprattutto per lo scatto da velocista e la resistenza da fondista).

In campo seppe dare prova della sua forza fisica e tra le peculiarità sono da ricondurre a lui la tecnica dell’ambidestrismo, il palleggio, il dribbling e la fantasia. Nonostante la sua bassa statura, Mazzola seppe usare bene la “testa”. Fu un abile colpitore nel gioco aereo e la sua innata capacità di elevazione gli permise di padroneggiare la palla anche ad “alta quota”.

La sua carriera iniziò con la dirigenza del Tresoldi, squadra di Cassano D’Adda, che lo portò nelle giovanili del 1934. Nel 1938, invece, ricevette le proposte del Milano e dell’Alfa Romeo. Le sue riflessioni lo fecero optare per l’Alfa, perché quest’ultima gli avrebbe garantito anche un’occupazione. Nel 1939 fu ingaggiato dal Venezia (qui svolse il servizio militare in Marina, circostanza che lo indusse a fare dei provini per la squadra lagunare) costituendo una formidabile coppia d’attacco con Ezio Loik, insieme al quale passò al Torino nel 1942. Mazzola fu capitano e ispiratore dei granata tra il 1943 e il 1949, periodo in cui il Grande Torino si aggiudicò 5 scudetti consecutivi. Nel 1947 vinse il titolo di capocannoniere.

Ma fu solo nel 1942, durante il Secondo conflitto mondiale, che avvenne il suo esordio in nazionale , quando Vittorio Pozzo, commissario tecnico azzurro, non poté fare a meno di notare il suo carisma.

Le vittorie schiaccianti dello squadrone torinese e le affermazioni dello “schema granata” nella squadra della nazionale ( con una formazione di 10 giocatori del Torino su 11 ), gli valsero una popolarità che va ben oltre i confini italiani e persino europei, tanto che il campione brasiliano Jose Altafini (che si trasferirà poi in Italia per giocare con Milan, Napoli e Juventus) in patria viene soprannominato proprio ‘Mazzola‘.

L’ultimo incontro del capitano con la nazionale fu contro la Spagna, a Madrid, dove l’Italia vinse per 3-1. Poi la tragedia.

Il primo maggio del 1949 l’intera squadra del Torino, capitanata dalla ‘leggenda’, volò a Lisbona per disputare il 3 maggio un’amichevole contro il Benfica, partita organizzata da Mazzola per l’addio al calcio dell’amico Francisco Ferreira, capitano della nazionale portoghese.

Una fine spietata quella dei campioni del Grande Torino che, di ritorno dal viaggio, trovarono la morte su un aereo Fiat G.212 della compagnia aerea ALI schiantatosi contro il muraglione della Basilica di Superga che sorge sulla collina torinese.

Era il 1949 quando in quel tragico pomeriggio del 4 maggio si spensero 31 vite.

Con loro venne stroncato anche il capitano più forte della storia. Ma come tutti i campioni, la fine di una ‘leggenda’ non è mai considerata una vera e propria fine. Il suo ricordo rimane tutt’oggi vivido nella memoria di chi come lui coltiva le proprie passioni facendole compagne di quel viaggio chiamato vita e che, lungo o breve che sia, regala comunque delle piccole-grandi vittorie.

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