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Sulle note di Happy chiedimi se sono felice

È una felicità contagiosa quella di Happy, la canzone di Pharrell Williams– vincitore di ben tre Grammy Awards- cantata, ballata ed interpretata ogni giorno da nuove persone in tutto il mondo. Numeri da capogiro: fino ad oggi sono stati girati 1310 video in 122 Paesi, per oltre 100 ore di riprese.

C’è anche un sito wearehappyfrom.com che raccoglie sulla piattaforma i vari Because I’m Happy da tutto il mondo. Da Alberobello passando per Barcellona fino a Tokyo, un elenco molto lungo che ogni giorno è destinato ad arricchirsi. To change an emotion into a action and to say: We are happy from in the face of the world, questo l’invito che sul sito viene rivolto ai tanti curiosi e magari anche scettici che proprio non si immaginano davanti ad uno smartphone ad intonare il coro.

Che piaccia o meno, il fenomeno di Happy ha coinvolto persone e luoghi inimmaginabili e differenti tra loro. Prima è stata la volta delle grandi città di tutto il mondo, con una sfida partita a distanza tra Londra, Parigi, Tokyo e tante altre.

Happy from Tokyo


Poi la mania ha contagiato anche le città italiane, con unico denominatore: la voglia di mostrarsi spensierati ballando a ritmo di musica.

Happy from Napoli

Dopo le città, in Italia, è toccato agli operai della Fiat di Melfi che tra linee di montaggio si sono lanciati nel remake. Un’iniziativa criticata da alcuni perché ritenuta fuori luogo, ma per altri si è trattato invece di una bella parentesi, per dare – anche attraverso la musica- un messaggio di positività.

Happy from Melfi

E ancora è toccato al cast dell’Aida, a bambini affetti da sindrome di down, agli universitari de La Sapienza.
Gli ultimi ad essere coinvolti dalla Happy mania sono stati i politici del Nuovo centro destra che al congresso del 14 aprile proprio non sono riusciti a rimanere immobili e partita la prima nota erano già attorno al loro leader a saltare e a ballare. Un siparietto di cui non sentivamo la mancanza.

Happy del Nuovo Centro Destra

Affascinante, sorprendente, inarrestabile: la happy mania è diventata un vero e proprio movimento di persone che attraverso la musica sceglie di urlare al mondo la spensieratezza. Un manifesto di gioia, dove abbondano sorrisi e voglia di farcela. Poco importa se questa felicità dura il tempo di una canzone, bisogna cogliere ogni singolo attimo. Meglio ancora se condiviso virtualmente con milioni di persone che hanno deciso di giorire proprio allo stesso modo.

Ma qual è il segreto di un tormentone che ha superato i suoi stessi confini? Il merito è di Pharrell Williams, cantante, musicista e produttore discografico americano che ha ideato una formula vincente, reclutando per il suo video gente comune che balla, canta e ride per strada sulle note di un vero e proprio inno funk-pop alla felicità. Un successo tanto grande quanto inaspettato, come dimostrano le lacrime di Pharell Williams, che qualche giorno fa nella trasmissione di Oprah Winfrey si è commosso guardando un video che ripercorreva i fan che Happy ha aggregato in tutto il pianeta.

Sembrerebbe tutto perfetto, ma in rete circola anche un altro video che mostra un lato diverso di Happy. Per renderlo (apparentemente) meno spensierato è stata levata la musica: i protagonisti ballano e si divertono seguendo il proprio ritmo. Ad un occhio esterno, sembrano tante persone un po’ folli che incuranti di tutto quello che li circonda si dimenano in un mood contagioso.
Verrebbe quasi da chiedergli: ma perchè sei così dannatamente felice? E la risposta, se si osserva con attenzione, non sarà difficile trovarla.

[Fonte Photo Cover: vitadadonna.it]

Sepolti dal trash: la TV che (non) ci piace

Il trash non lo vogliamo, ma lo guardiamo. La conferma viene dai dati d’ascolto degli show che la rete ci impone quotidianamente abbassando il nostro livello culturale e mettendo alla prova il quoziente intellettivo di chi resta a guardarli dopo esser capitato sul canale di turno per sbaglio. Una lancia a favore dello spettatore che fa sorridere l’auditel va spezzata: nel tentativo di scansare il cattivo gusto in diretta, lo spettatore si perde in una gimkana impossibile e anche il più motivato a cercare di meglio soccombe al trash.

Il Grande Fratello delle liti, festini audaci e intimo a vista

sepolti dal trash la tv che non ci piace

Illusi che il triste spettacolo dei criceti in gabbia fosse terminato, dopo la pausa di due anni il Grande Fratello è tornato a sporcare canale 5 tra serale e fascia pomeridiana. Stesso copione, stessi attori nel siparietto condotto dalla brava Alessia Marcuzzi che, nonostante si presti al declassamento del reality più inutile della TV italiana, rimane una conduttrice con una sua dignità professionale. Salviamo Alessia, bocciamo lo show, quindi. Gli opinionisti saltellano giù dalle poltroncine in studio e contiamo ancora i giorni prima che Vladimir Luxuria lasci anche lei il programma prima della tanto attesa conclusione. La Arcuri dopo aver ricevuto l’elegante commento dei comici Pio e Amedeo – “Allatta anche noi” – ha dato forfait. Ben venga per la sua carriera, che già provata da performance discutibili nelle fiction mediaset che la vogliono protagonista, stava aggiungendo la ciliegina sulla torta del flop.

Difficile contare gli episodi trash che il programma ha regalato allo spettatore nelle sue tredici edizioni. Come dimenticare le “strizzate” di Cristina Del Basso, i momenti amorosi tra le improvvisate coppiette di turno, le liti, i paroloni volanti, i travestimenti trash ora per la prova settimanale ora per la festicciola premio per i giocherellanti concorrenti. Ogni anno ha impresso nella mente dello spettatore mediaset – ormai poco convinto – scene da annali della televisione di ultima categoria. Pane per i denti dei giornalisti dalla lingua più biforcuta, il Grande Fratello ha importato in Italia un format che dopo l’effetto novità del primo anno e la curiosità dell’ignaro pubblico, ha lasciato una scia di smorfie, contribuendo a quella TV maestra dei cattivi valori che oggi psicologi, sociologi e critici additano come concausa del degrado sociale.

Dopo le battute scadenti di Pio e Amedeo che cercando di far ridere hanno invece fatto indignare, il tasso trash del GF è cresciuto esponenzialmente. Oltre alle scene osé, gli spogliarelli rubati – o generosamente regalati dalle ragazze gieffine – pronti ad essere immortalati da telecamere e screenshot sul web, mancava l’interpretazione della scena di Meg Ryan ad alta temperatura tratta da “Harry ti presento Sally” che le ragazze hanno “magistralmente” realizzato in prima serata, per la “gioia” delle mamme che hanno sottratto con scatto felino il telecomando dalla mano dei bimbi inconsapevoli di fronte a uno spettacolo da club privè.

Gli ascolti salgono e scendono, ma l’ultima puntata ha portato ben quattro milioni di telespettatori davanti la TV. Merito di Luxuria? Di certo non merito di Modestina, la voce fuori dal coro, che con la sua “purezza” – a meno di non riservare un exploit entro la fine dello show – sembra finita per sbaglio nell’ingranaggio gieffino.

Uomini e Donne: le ragazzette urlanti, i brillantinati e Tina regina del trash

sepolti dal trash la tv che non ci piace

Uno share costante negli anni. Si sono alternati tronisti palestrati e troniste isteriche. Dalla gioventù degli inizi, Maria ha diversificato l’offerta e aperto le porte agli “Over”, regalando scene dall’ilarità garantita e dallo spessore culturale azzerato. La costante dello show, tolta la conduzione di Maria, è la regina del trash, Tina Cipollari, che – tra i vestiti teatrali e le urla sguaiate – del cattivo gusto può tener scuola.

Tra le corteggiatrici scosciate e barcollanti sui loro stiletti e i tronisti stretti nelle loro camicie slim fit per vendere l’unica merce in possesso – il pettorale – l’arena la controlla lei: Tina. Maria se la ride sotto i baffi mentre l’aspirante Marilyn Monroe effetto “quadro antico” punta il dito contro l’una o contro l’altro tirando fuori il repertorio romanesco gelosamente custodito e impennando i decibel in sala, mentre la rete impenna gli ascolti.

Zero contenuti per un programma che si regge sulle liti e i finti amori. Le ragazzine corrono in edicola a comprare le riviste di gossip con la foto del belloccio incoronato, i locali italiani ospitano i volti nuovi sfornati da Maria e contribuiscono a mandare avanti questa industria trash che forse è una delle poche che in questi tempi di magra crea ancora indotto.

Barbara D’Urso e la corona del cattivo gusto nel pomeridiano di Canale 5

sepolti dal trash la tv che non ci piace

Non ne abbiano a male i contendenti, ma lo scettro lo merita lei. La regina del pomeriggio di canale 5 ogni giorno elargisce clip che arricchiscono di materiale che scotta i programmi di satira, cronaca e gossip a cui siamo più affezionati. Non si contano più le volte che Striscia la Notizia ha incluso la D’Urso nella classifica de “I nuovi mostri”. Ora per le smorfie pietose, ora per le risate sguaiate, Barbara è uno dei personaggi più camaleontici della TV. Scongiurati i sospetti di bipolarismo, la conduttrice sorprende quotidianamente lo spettatore con il suo climax ascendente nell’offerta trash del pomeriggio di casa mediaset.

Largo spazio a calendari hot, protagoniste della TV sapientemente svestite, baby squillo camuffate e prostitute intervistate sulla legittimità o meno dei provvedimenti fiscali a loro rivolti. Ancora, soap opera degli amori di Raffaella Fico e del mancato riconoscimento di Pia, la diatriba tra Manuela Villa e gli eredi del defunto Claudio Villa, le starlette neo-mamme e lo spazio riservato da Barbara ai primi vagiti dei loro bimbi in diretta TV; i momenti di cronaca trattati con la superficialità di uno spazio di pochi minuti intervallato dalla pausa commerciale che interrompe l’intervistato nel momento culmine della commozione. Il trash e la volgarità alloggiano a casa della D’Urso da mesi e nonostante i richiami della rete la conduttrice persiste nell’offerta di bassa qualità e perde smalto.

Ultimo episodio registrato è stata l’intervista ai familiari delle mamme vittime dello scambio di culla a Mazara del Vallo. La nonna racconta il dramma vissuto dalla famiglia e lo fa con la spontaneità e l’imbarazzo di chi è lontano dai riflettori. Lo studio ride in sottofondo davanti a una D’Urso impassibile e incapace di disciplinare il suo pubblico. Inutili i segnali mandati dalla giornalista in collegamento dalla Sicilia, Barbara non coglie e l’ennesimo episodio imbarazzante viene portato a casa dalla conduttrice che nel tentare la scalata della rete e fare bottino anche della prossima edizione dell’Isola dei Famosi, scivola e cade sempre più giù in una TV che fatica a piacere.

I tamarri del Jersey Shore di MTV

sepolti dal trash la tv che non ci piace

MTV in quanto a programmi di cattivo gusto non lascia delusi. Le americanate importate sui nostri canali sono infinite e il Jersey Shore è palesemente la versione “tamarra” del Grande Fratello di casa nostra. La volgarità nello show regna sovrana. Le scene disinibite tra i concorrenti sono il pane quotidiano, il registro adoperato è di basso livello, le dinamiche di gruppo sfociano spesso nella lite e tra contenuti da bollino rosso e agitazioni incontrollate lo show riserva una delle più scadenti fotografie dell’America. Poco chic e molto choc.

Elencare gli innumerevoli esempi di cattivo gusto che la TV italiana negli ultimi anni riserva allo spettatore significherebbe perdersi in un’enumerazione senza conclusione. Che la TV offra un vasto repertorio trash è assodato. Che gli ascolti reggano e il pubblico non disdegni questa tipologia di contenuti è tristemente provato. La domanda che occorre porsi è: se la TV continua ad offrirci una sempre più crescente programmazione di cattivo gusto, dove la volgarità e il trash sono il tratto distintivo, sarà forse perché il pubblico è questo che ha dimostrato di gradire? La TV che abbiamo è quella che ci meritiamo. Finché il telecomando si poggerà sullo show scadente di turno, i dati auditel continueranno a premiarlo e le redazioni televisive continueranno a palinsestarlo. Cambiamo canale.

[Credits photo: Mediaset + MTV]

Dal cinema alla tv: per Gomorra è sempre polemica

«Ci sono luoghi dove il male ha un nome antico come la Bibbia». Quel nome è “Gomorra”. Ma tra le righe del trailer che anticipa la serie in onda su Sky Atlantic, si legge inevitabilmente Scampia. Poco meno di tre minuti ad alto tasso di violenza dove si susseguono sparatorie, agguati, intimidazioni, traffici di droga e soldi sporchi. Il tutto ambientato tra le “Vele”, quei casermoni di cemento simbolo del quartiere a nord di Napoli. Luoghi dove il male la fa da padrone. Luoghi dove le colpe dei padri ricadono sui figli, dove il sangue chiama altro sangue. Ma la gente di Scampia non ci sta e si ribella alla fiction che, ancora una volta, porterà sullo schermo l’altra faccia della città, quella sporca, quella criminale. Una polemica che ritorna. Un anno fa il “no” alle riprese nel quartiere. Dodici mesi dopo, con una messa in onda già fissata per il 6 maggio, le immagini del trailer riportano a galla il malumore delle associazioni locali e di quei cittadini “onesti”, preoccupati che la serie targata Sky possa contribuire ad alimentare ulteriormente l’immagine già poco edificante del quartiere, e di una città intera.

Trenta settimane di riprese tra Napoli, Barcellona, Milano e Ferrara, 225 attori e centinaia di comparse utilizzate, 156 location, per realizzare dodici episodi da un’ora. Sono i numeri di un progetto ambizioso realizzato da Sky, in collaborazione con Cattleya, Fandango, La7 e la tedesca Beta Film, che non ha precedenti televisivi in quanto a verosimiglianza e apparato tecnico messo in campo. Il caso letterario di Roberto Saviano (oltre 12 milioni di copie vendute nel mondo), che il film di Matteo Garrone (Gran Prix a Cannes nel 2008) ha portato sul grande schermo con estremo realismo e intensità, è diventato un imponente e avvincente kolossal televisivo. L’idea di una serie a puntate è dello stesso Saviano, che ha collaborato alla stesura del soggetto diretto da Stefano Sollima (già regista della serie cult di Sky “Romanzo Criminale”) che assicura: «Non c’è nulla nei 12 episodi che ricordi vagamente il film». La serie non rispecchia nemmeno il libro da cui il film è tratto, avvalorando la tesi di chi vede in un prodotto intitolato “Gomorra” solo una furba operazione commerciale che specula ancora una volta sui mali di una città. Del resto sono già una trentina i paesi a cui la serie è stata venduta, tra essi gli Stati Uniti che realizzeranno anche un adattamento inglese dal titolo “Gomorrah”.

still dal trailer di Gomorra - La Serie / Credit: Sky Italia S.r.l. - Cattleya S.r.l. - Fandango S.r.l.
still dal trailer di Gomorra – La Serie / Credit: Sky Italia S.r.l. – Cattleya S.r.l. – Fandango S.r.l.

Al centro della storia, del tutto originale, c’è la camorra, con le sue regole, i suoi valori, le sue logiche perverse, le sue faide per appropriarsi dei redditizi business criminali. Attraverso la lotta di potere tra due clan camorristici, i Savastano e i Conte, si snoda il destino tragico di due famiglie sullo sfondo di una realtà che ogni giorno combatte per sopravvivere e non cedere alle spire del male. Perché accanto ai boss ci sono anche persone che la camorra la combattono, eroi normali che ogni giorno portano avanti la loro personale battaglia per la legalità. Il film di Garrone aveva sacrificato gran parte di questi personaggi “positivi” – alcuni dei quali ispirati a persone reali – che invece troveranno spazio all’interno della serie. Una rassicurazione che però non placa le reazioni di quanti credono che la serie contribuisca piuttosto alla mitizzazione e alla spettacolarizzazione della criminalità. Gli stessi che un anno fa si opposero fermamente alle riprese nel quartiere. Tra loro il presidente della VIII Municipalità Angelo Pisani, che poche settimane dopo autorizzò invece le riprese de “L’oro di Scampia”, la fiction Rai sul judoka Pino Maddaloni.

Credit Photo: Emanuela Scarpa
Credit Photo: Emanuela Scarpa

Uno stop quello per “Gomorra”, voluto per tutelare il territorio da stereotipi e luoghi comuni che enfatizzano sempre e solo quanto c’è di negativo. «Non è censurando una fiction che si dà più luce alla parte sana di Scampia» fu la risposta di Roberto Saviano a «La Repubblica». Il nulla osta poi fu dato, con l’impegno della produzione a girare cinque cortometraggi che riscattassero l’immagine del quartiere (su Gelsomina Verde, la squadra AfroNapoli, le realtà contro il biocidio e altre risorse di Scampia come il comitato per l’abbattimento delle Vele). Le immagini del trailer però non fanno che inasprire la perplessità e l’amarezza dei residenti. «Un obbrobrio con scene inverosimili da film di gangster» è il commento di Ciro Corona della coop Resistenza. Ovviamente ogni giudizio è rimandato al giorno della messa in onda. Solo allora sarà possibile vedere come è stato effettivamente sviluppato il plot, se questi timori sul contenuto della fiction siano fondati o se invece la serie sarà in grado di trasmettere qualcosa che vada anche al di là di morte e violenza. Perché Scampia, Napoli, non sono “solo” Gomorra.

Credit Photo: Emanuela Scarpa
Credit Photo: Emanuela Scarpa

La verità è che forse non c’era bisogno dell’ennesimo business mediatico che si traveste da paladino della verità per “raccontare” il territorio. Solo che poi lo fa quasi sempre a “senso unico” e caricando di eccessivo e pericoloso appeal storie e personaggi che per quanto verosimili, non colgono mai appieno la complessità di una realtà che cerca di riscattarsi da quel marchio di infamia che si porta dietro. Come se non bastassero già le immagini “reali” di cronaca che si vedono ai telegiornali ad oscurare la parte sana e onesta del quartiere, quella che ogni giorno combatte per la legalità, quella di cui non si parla mai, che viene relegata ai margini e sempre in contraddizione con la camorra. Perché al cinema come in tv, il fascino del male attrae sempre più della mediocrità del bene.

[Credit Photo Cover: Emanuela Scarpa]

Incapaci di Successo

Nel tempo in cui i social si affermano prepotentemente come strumento di condivisione di idee, sembra invece che le idee siano finite. Per non parlare dei modelli manageriali.

Due fenomeni in particolare emergono nell’uso del networking massivo (da facebook a twitter passando per tutto il resto): l’egocentrismo portato all’estremo e la necessità di compiacere, entrambi uniti da una quasi totale carenza di contenuti.

Si condivide ciò che gli altri condividono al fine di essere a propria volta condivisi.

Non si condivide per analogia con il contenuto, quanto per stima, devozione o per mettersi in luce con l’autore (“vedi? Anche io dico che sei bravo!”), nella speranza forse un giorno, che quel personaggio che noi stessi abbiamo contribuito a rendere “più pubblico”, ci restituisca il favore.

Le teorie di social media marketing vengono puntualmente riciclate nel tentativo di vivere un “successo di sponda”, ma sono pochi quelli che le determinano e che le sanno esporre.

Penso ai social-amanuensi che hanno pubblicato para-libri sul Personal Branding dopo Luigi Centenaro senza aggiungere nulla di nuovo (eppure sono passati diversi anni dalla prima edizione..), a coloro che inseguono Luca Conti nelle buone pratiche di utilizzo dei social per il business (i social cambiano in continuazione, ma quei libri sono tutti uguali).

Vorrei poi conoscere il primo blogger che ha capito che il vino e il fashion sono due grandi opportunità per il social marketing e li ha messi insieme, creando un vero e proprio movimento di blogger-follower espertissimi di cibo e moda. (Ho visto circolare presentazioni del tipo “damigiana 2.0” e “social media socks”!)

Nel mondo aziendale, il fenomeno non è meno accentuato. Le teorie sulla leadership si inseguono con una ripetività disarmante, i processi esecutivi nonostante la crisi non cambiano, la selezione del personale continua a tracciare il solco di sempre, salvo poi citare Einstein (“Non pre­ten­diamo che le cose cam­bino se con­ti­nuiamo a fare le stesse cose” etc etc…) o Steve Jobs.

Tendiamo ad attualizzare modelli manageriali che non sono più attuali; persone che operavano in contesti sociali (il dopoguerra, l’austerity…), politici (quando ancora era forte il senso di appartenenza e i Presidenti della repubblica fumavano la pipa), industriali completamente diversi.

Il tentativo mediatico con cui, per esempio, si è cercato di riproporre il modello olivettiano, è insensato. In primis perchè quella fiction girata e prodotta dai familiari di Olivetti edulcora in maniera disarmante la realtà di quel sistema imprenditoriale. Secondariamente, quel modello di cui si estrapola solo l’aspetto legato all’organizzazione delle risorse umane (che Luisa Spagnoli ben prima di Olivetti aveva già adottato all’inizio del 900 conducendo anche le sue belle battaglie di genere, in quanto donna), è sotto gli occhi di tutti che imprenditorialmente smise di funzionare in tempi molto brevi.

Olivetti alla pari di FIAT e tante altre aziende divenne para-statale già a cavallo fra gli anni 60 e 70 funzionando solo grazie agli incentivi statali, alle tavole rotonde politiche (banche e Pubblica Amministrazione erano i grandi clienti di Olivetti inzio anni 80) e non seppe nè produrre prodotti al passo con i tempi (si parla solo della Lettera 32, ma i PC Olivetti e il sistema operativo proprietario furono dei veri e propri disastri), nè dare continuità industriale. Un vero peccato per chi di fatto aveva inventato i computer ben prima degli Americani.

Certi capitoli vanno chiusi. Bisogna fare tesoro del buono che hanno portato, ma poi bisogna progredire. Riproporli tout-court dando loro una bella passata di vernice e presentarli in qualche bel convegnone con qualche ospite illustre, non aiuta a fare cultura (social o manageriale che sia), ma ad arenarla.

Da Hunger Games a Divergent, sul grande schermo domina la distopia

“Viviamo nel migliore dei mondi possibili”: la massima di Leibniz, parafrasata dal Pangloss del voltairiano Candido, sembra tornare negli ultimi tempi sulla cresta dell’onda. I mondi perversi del filone distopico hanno acquisito di recente nuova linfa, grazie soprattutto al successo di due trilogie letterarie, Hunger Games e Divergent, entrambe scritte da penne femminili e portate al cinema con risultati apprezzabili e ottimi riscontri in termini di incassi. Le due saghe, concepite rispettivamente da Suzanne Collins e Veronica Roth, costituiscono l’apice di quello che al cinema può essere considerato, almeno in questa prima metà degli anni ’10, il grande ritorno della distopia.

L’immagine del Big Brother è quella che nell’immaginario collettivo esprime con più efficacia il concetto di utopia negativa, la cui rappresentazione si dirama generalmente in due filoni: la distopia totalitaria, in cui uno Stato-Regime, spesso per adempiere ad un bene superiore, assume il controllo assoluto sulla libertà dell’individuo; la distopia post-apocalittica, rivelata per mezzo della raffigurazione di un mondo dove l’ordine lascia il posto al caos. È così che dagli ultimi decenni dell’800 alla prima metà del ‘900 la distopia si sviluppa prima in campo letterario (Verne, London, Orwell, Huxley), poi cinematografico, con la realizzazione nel 1927 di Metropolis, considerata la prima pellicola di genere distopico.

Dopo la prima trasposizione del 1984 di Orwell (Nel 2000 non sorge il sole, 1956) e varie pellicole basate sui lavori di H.G. Wells, arrivano i classici degli anni ’60-’70: Il pianeta delle scimmie, L’uomo che fuggì dal futuro (George Lucas), Fahrenheit 451 di Truffaut e l’Arancia Meccanica di Kubrick. Per giungere dunque ad altre due versioni di 1984, Orwell 1984 di Michael Radford e Brazil di Terry Gilliam. L’esplorazione dei mondi possibili non si ferma nemmeno tra gli anni ’90 e il 2000, coi vari Matrix, Minority Report, The Island e I figli degli uomini a proseguire l’infinito viaggio verso le utopie più interessanti.

Brazil (Terry Gilliam, 1985)
Brazil (Terry Gilliam, 1985)

La sensazione che però si avverte da pochi anni a questa parte è l’aumento del feedback da parte del pubblico verso un genere considerato nei decenni passati come di nicchia, se non intellettualistico. Come anticipato dai risultati di lavori di qualità sempre piuttosto recenti, come In Time di Andrew Niccol e il sudcoreano Snowpiercer – entrambi dotati di una chiave di lettura neanche tanto velatamente marxista – e come confermato da Hunger Games e Divergent, la distopia è divenuta mainstream, per non dire alla moda, senza alcuna accezione negativa.

Shailene Woodley e Theo James in 'Divergent'
Shailene Woodley e Theo James in ‘Divergent’

Anzi, il pregio più grande delle due trilogie è proprio quello di coinvolgere la fascia di pubblico più giovane, puntando sui volti acerbi e attraenti di Jennifer Lawrence e Shailene Woodley, di Josh Hutcherson e Theo James, senza esimersi dal proporre riflessioni su tematiche sempre attuali.

Questa scelta, quella di mettere l’eroina o l’eroe di turno al centro della scacchiera, in prima linea per un mondo da cambiare, assume i contorni di un atto di fiducia verso la giovinezza. Quella parte della vita tesa, sempre e comunque, verso l’utopia, positiva o negativa che sia.

'Hunger Games - La ragazza di fuoco'
‘Hunger Games – La ragazza di fuoco’

[Credits Cover: wallpapersinhq]

Tra la scienza e il pregiudizio c’è l’omogenitorialità

Era il 1997 quando la parola “homoparentalité” fu pronunciata per la prima volta. Oggi il termine “omogenitorialità” definisce il legame, di diritto o di fatto, tra uno o più bambini e una coppia o un singolo genitore omosessuale.

Un termine al centro di dibattiti, perennemente scosso da forti assensi e dissensi, ma profondamente analizzato dalla psicologia negli ultimi quarant’anni: il risultato di questi studi è stato, infatti, il fulcro del più grande convegno italiano sull’omogenitorialità, organizzato dalla Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università La Sapienza di Roma e coordinato da Roberto Baiocco, psicoterapeuta familiare e ricercatore presso la facoltà dell’università capitolina, oltre che responsabile della consulenza di Sei come sei.

Non conta essere madre o padre, conta essere genitore

Parla Anna Maria Speranza, direttrice della Scuola di specializzazione in Psicologia Clinica de La Sapienza, fugando quel pregiudizio privo di fondamenti scientifici che è ancora troppo limitato da credenze religiose, etiche o morali. “Ritenere che i bambini abbiano bisogno sia di una madre che di un padre vuol dire presumere che donne e uomini siano genitori in maniera differente e cruciale per lo sviluppo. Non è così. Madri e padri sono importanti per i bambini in quanto genitori e non in quanto maschi o femmine. Gli ultimi quarant’anni di ricerche hanno dimostrato che lo sviluppo dei bambini non dipende dalle cosiddette dimensioni “strutturali” della famiglia: dal fatto cioè se i genitori siano divorziati, single, omosessuali o padre o madri biologici, ma dalla qualità della genitorialità. Dalla relazione che c’è tra genitori e bambini, da quella tra i genitori, dalla disponibilità di risorse economiche e sociali”.

Il concetto di famiglia è in continua evoluzione

Oggi migliaia di bambini sono inseriti in quelli che definiremmo nucle familiari “anomali”. Famiglie monogenitoriali, bambini in affido ai nonni, figli di divorziati. L’omogenitorialità rappresenta solo una piccola percentuale di un concetto di famiglia in continua evoluzione e differente da quello tradizionale.

La famiglia tradizionale è una delle diverse sfaccettature del panorama familiare in Italia; è forse il pezzo un pò più grande del puzzle, ma non per questo l’unica legittima”, spiega il coordinatore Baiocco.

Ogni giorno si è a contatto con milioni di storie, milioni di situazioni diverse e che hanno ben poco di tradizionale. Si riconosce quel modello di famiglia che è nel nostro corredo storico e antropologico, ma si deve riconoscere anche l’evoluzione o la frammentazione di questo modello. È la realtà.

Famiglie tutelate e famiglie non tutelate

Allo stato attuale dei fatti, viene spontanea un’altra distinzione, che non è tra famiglia tradizionale, monoparentale, omogenitoriale e quant’altro. È tra famiglie tutelate e famiglie non tutelate. Per quanto imbarazzante questa definizione sia per la nostra società.

In Italia sono oltre centomila i bambini sotto la tutela di un genitore omosessuale, esposti giuridicamente a tutto, dato l’inaccettabile vuoto legislativo.

Un barlume di speranza si era avuto con la sentenza n.601 depositata l’11 gennaio del 2013, per cui ritenere che un minore, inserito nel contesto di una famiglia incentrata su una coppia omosessuale, possa avere ripercussioni negative non è affatto frutto di certezze scientifiche o dati di esperienza ma di un mero pregiudizio.

Una disposizione criticata dal prelato e tacciata da più esponenti politici di ergersi a “pericoloso precedente”, in contrasto con l’art. 29 della Costituzione secondo cui “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

Le scelte dello Stato italiano di non colmare le deficienze giuridiche in materia, sembrano così dettate da pregiudizi religiosi e sociali, incuranti dei risultati sugli effetti dell’omogenitorialità sui figli, unico elemento di cui si dovrebbe avere premura, e curanti, invece, solo di quei dogmi che, sempre più spesso, rivelano l’inadeguatezza della legge italiana. Dogmi che lasceranno il nostro paese sempre un passo indietro rispetto ad un’Europa che si evolve.

Per questo, problemi come quello della tutela dell’omogenitorialità, resteranno sempre lì, nel limbo tra scienza e pregiudizio, un limbo ancora inespugnabile.

“L’amore esula da etichette di genere”

Assodato che l’orientamento sessuale dei genitori non ha alcun tipo di ripercussione sui figli, abbiamo ancora bisogno di definire la famiglia in base alla sua struttura?

No, perché non è questo quello di cui ha bisogno la famiglia. Non servono definizioni o specificazioni. Servono amore incondizionato, cura, protezione. E, se non si chiede troppo, anche diritti.

Grillo, il comico che voleva vendicarsi del sistema ci è finito dentro

Beppe Grillo per i pochi che non lo ricordassero era un comico, uno di quei comici che facevano ridere la gente il sabato sera nei grandi spettacoli di Rai 1, un personaggio talmente noto al pubblico da essere protagonista assoluto della risata nella rete ammiraglia per anni, spalla comica nei programmi del totem Baudo, protagonista di un “Fantastico” al fianco di Loretta Goggi. Grillo era questo, niente di più; quello che insomma oggi sono tanti giovani comici che qua e là per la tv strappano risate ( non sempre con battute geniali ) al grande pubblico.

Poi però qualcosa cambia. Grillo che sulla satira ha sempre giocato nei suoi monologhi, inizia ad andarci più pesante; era ancora lontano lo spettro di Tangentopoli ma si avvertiva un cambiamento politico nell’aria, e Grillo cavalcò per primo quell’ondata di rigetto verso i partiti della Prima Repubblica, fino al momento che condizionò la sua carriera di comico.

Era il 15 novembre 1986, e durante il varietà televisivo del sabato sera di allora, Fantastico 7, recitò una battuta sul Partito Socialista e Bettino Craxi, all’epoca Presidente del Consiglio dei ministri:

La cena in Cina… c’erano tutti i socialisti, con la delegazione, mangiavano… A un certo momento Martelli ha fatto una delle figure più terribili… Ha chiamato Craxi e ha detto: “Ma senti un po’, qua ce n’è un miliardo e son tutti socialisti?”. E Craxi ha detto: “Sì, perché?”. “Ma allora se son tutti socialisti, a chi rubano?”

Questa è la frase che ha cambiato la storia di Grillo, e inaspettatamente anche quella politica del Paese.

[Credits photo: imolaoggi.it]
[Credits photo: imolaoggi.it]

Gli anni del silenzio e l’idea del blog

Grillo in quel momento era all’apice della popolarità, pur andandoci pesante consapevolmente con la satira, non pensava che l’effetto sarebbe stato tanto grande: allontanamento dalla Rai e esilio forzato dallo spettacolo. Sono anni in cui si allontana dai monologhi politici, si dedica all’impegno ambientalista, inizia a girare le piazze.

Ma per un tipo come lui, abituato ad avere le luci della ribalta puntate addosso, quello non poteva bastare, e il comico ligure ha un’intuizione geniale: sfruttare il nuovo metodo di comunicazione, internet, fondando un blog in cui portare avanti le proprie battaglie liberamente, lontano dalle censure e dal perbenismo televisivo. Inizia il sodalizio con l’inseparabile Casaleggio, si alterna tra post in cui si batte contro gli inceneritori e il nucleare, e piazze in cui porta spettacoli- monologo. La popolarità non è più quella di un tempo, ma sempre più giovani iniziano a essere attratti da quell’uomo capace di catturare la loro attenzione attraverso i loro mezzi.

[Credits photo:corriere.it]
[Credits photo:corriere.it]

Il Movimento 5 Stelle

Ma a Grillo questo non poteva bastare; era forte in lui la voglia di vendicarsi di quel sistema istituzionale e politico che l’aveva fatto fuori nel momento più importante della sua carriera. E l’unico modo per infastidire il sistema dei partiti, è fondarne uno, o perlomeno qualcosa che gli si avvicini, il M5S.

Grillo non è il Segretario politico, anzi definisce squallida l’idea di far parte di un partito, ma diventa di fatto fondatore, capo politico e rappresentante di una forza che in 4 anni è riuscita a diventare il secondo partito per numero di voti del Paese. Il successo alle Politiche del 2013 è tanto inaspettato quanto schiacciante, e Grillo pregusta la possibilità di interpretare il guastafeste da fuori mandando i suoi all’interno delle istituzioni.

Persone senza la benché minima preparazione entrano in Parlamento, facendo la parte dei nuovi arrivati che non vogliono mischiarsi alla “vecchia politica”. Dal timido e assonnato Crimi, alla combattiva Lombardi che risponde a tono ad un frastornato e quasi incredulo Bersani durante le consultazioni. Il M5S da lì in poi ha di fatto posto solo veti, ponendosi come opposizione a priori a ogni tentativo possibile di governo. Ha rifiutato l’alleanza con Bersani, che incapace di reggere i guai interni al Pd e le coltellate durante l’elezione del Presidente della Repubblica è stato costretto a ritirarsi. Non ha voluto sentire ragioni sull’esistenza di un governo Letta e ne ha ostacolato ogni giorno nelle Camere tutte le proposte di legge, fino ad arrivare al simpatico ma imbarazzante epilogo del faccia a faccia tra Renzi e lo stesso Grillo in cui l’ormai ex comico ligure non ha lasciato parlare il Segretario del Partito Democratico, davanti alle telecamere pronte a immortalare nello streaming l’atipico incontro.

[Credits photo: agoraregionelazio.it]
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Chi è Grillo oggi e cosa ha ottenuto in questi anni

Grillo oggi è uno dei più influenti uomini del Paese senza dubbio. Il suo blog è continuato a crescere, il suo movimento nei sondaggi è dato vicino al 25% per le prossime Europee, e lui pur mostrandosi poco davanti le telecamere è ogni giorno protagonista di giornali e telegiornali.

Ma cosa ha ottenuto davvero con queste mosse? Ha avuto quella rivincita morale nei confronti della politica che desiderava fin da quella strana sera del 1986? Credo di no, anzi probabilmente la voglia di inseguire questa rivincita personale è degenerata, e quel poco di buono costruito all’inizio con l’impegno ambientalista si è totalmente perso a favore della ricerca sempre più grande del consenso politico. Grillo è diventato, anche se con modi differenti, uno di quei leader della Prima Repubblica che tanto odiava. Ha il loro carisma, cerca come loro i voti e anche se sta fuori dal Parlamento come un abile burattinaio muove i fili dei suoi tra Commissioni parlamentari e sedute in Aula. Il comico che voleva vendicarsi della politica, del “palazzo”, è finito per entrarci ed esserne uno dei protagonisti.

[Credits photo: sky.it]
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Sport e selfie: ne abbiamo pieni gli smartphone

Il selfie non è un moda, chiariamolo subito. Meno che mai nello sport. Da sempre, uno spaccato importante della nostra società. È una moda la parola selfie, non l’autoscatto in se. La novità, semmai, è un’altra: il giornalismo è cambiato e con esso la comunicazione. I Social Network, Facebook, Twitter e lo stesso Instagram, hanno reso gli sportivi ancora più protagonisti. Non solo della competizione in sé, ma anche dei festeggiamenti. La prima immagine del successo è loro, non dei fotografi. Del singolo, non della società. L’estro è quello del giocatore più fantasioso, il leader, quello capace di coinvolgere i compagni. Al pubblico tutto questo piace: l’immagine che arriva dallo spogliatoio o dal campo dà il senso dell’unicità, di un dono da condividere con i propri tifosi, e non solo.

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Di qualcosa che non troverai sui giornali e, in ogni caso, di un gesto vicino a quello che le persone volgarmente dette “comuni” compiono quotidianamente. Il selfie possono farlo un gruppo di amici dopo aver vinto la finale del torneo parrocchiale e al tempo stesso i giocatori del Bayern Monaco dopo aver vinto la Bundesliga. Perciò viva il Selfie. Se sopravviviamo a quelli di Icardi e della sua compagna possiamo dedicarci all’aspetto strettamente sociale del gesto. D’altronde gli sportivi sono giovani, belli e nella maggior parte dei casi simbolo di integrazione. Nelle principali squadre europee, e non solo, giocano assieme biondissimi tedeschi e ragazzi di colore, sudamericani e slavi, tatuati e perfettini alla Kaka o alla Cristiano Ronaldo, uno che conta 50 gol e zero tatuaggi. Chi meglio di loro?

fonte: profilo Twitter ufficiale FC Bayern Munich
fonte: profilo Twitter ufficiale FC Bayern Munich

Un tempo era la telecamera. L’arrivo della pay tv nelle case degli italiani portò un attaccante timido e riservato come Gabriel Omar Batistuta a dichiarare il suo amore per la moglie Irina, urlandolo davanti ad una delle telecamere di Telepiù. Poi ci pensò Totti, dopo un gol contro la Lazio, a inquadrare i veri protagonisti del derby: i tifosi della curva Sud. Anche la fotografia non è una novità un’assoluto: molti ricorderanno Eto’o fotografare Snejider dopo una rete in Champions League al Werder Brema. Parliamo di qualche anno fa: Eto’o non utilizza uno smartphone ma la macchina fotografica presa in prestito da un professionista a bordo campo.

Fonte: sky.tv
Fonte: sky.tv

Nel frattempo le cose sono cambiate, i campioni si sono avvicinati ai Social Media, le società sportive hanno modificato il loro modo di comunicare. Un tweet di un giocatore vale più di un comunicato stampa. Fa già storia il selfie di gruppo che i giocatori del Bari, serie B, scattano dallo spogliatoio da cinque partite a questa parte. Tutte vincenti. Ora che non hanno più una Società il loro modo di comunicare è primordiale, naturale. E la città si stringe a questi ragazzi e condivide i loro scatti. Tutto spontaneo o c’è una strategia dietro questa operazione?

Fonte: profilo Facebook Daniele Sciaudone
Fonte: profilo Facebook Daniele Sciaudone

La foto degli Spurs (Nba) è una delle più retwittate della storia, Marco Belinelli ricorderà a lungo questo scatto verso i playoff. La selfiemania ha contagiato anche sport individuali, e un tempo molto nobili e poco popolari, come il tennis, la Moto GP e la Formula 1 e coinvolge giocatrici di calcio femminile e squadre di pallavolo. Insomma è caccia allo scatto homemade, fatto in casa, o meglio nello spogliatoio o in campo. A noi piace, perché offre uno spaccato del momento, un attimo di gioia rubato a ragazzi milionari che però, in fondo, sono persone come noi. Che vogliono divertirsi e condividere la propria gioia. A loro chiediamo un solo favore: più entusiasmo e meno gossip. Che di corna, tradimenti e schifezze varie ne abbiamo piene le tasche. E gli smartphone.

Fonte: Nbaction.com
Fonte: Nbaction.com
Fonte: pagina Facebook Alonso
Fonte: pagina Facebook Alonso

Credits Cover: de.eurosport.com

In lotta con anoressia e bulimia. La vita ha un’altra misura

L’anoressia e la bulimia sono due tra i disturbi alimentari più diffusi e più difficili da combattere. Solo in Italia sono 3 milioni le persone affette. Due facce di una stessa medaglia, di una stessa malattia, che consuma chilo dopo chilo e uccide. Non ci sono vie di mezzo o giri di parole. Ana e Mia, come si è soliti chiamarle, sono l’inizio e la fine di un mostro che alberga nei punti deboli di chi ne soffre. Di chi non riesce ad accettare la propria immagine riflessa nello specchio, di chi è troppo fragile per resistere, finendo per cadere nel vortice famelico. Sono i giovani i bersagli più facili, ma anche il mondo dell’infanzia sembra aprirsi sempre più verso questo tipo di disturbo.

Eppure sono ancora sottovalutati da famiglie, amici, scuole e medici e generalmente ricondotti solo alle donne. In realtà sembra che anoressia e bulimia si stiano diffondendo anche nella popolazione maschile. L’allarme arriva da una ricerca dell’Università di Oxford, secondo cui il numero di casi è in forte crescita. Riguardo i problemi alimentari in Inghilterra “si stima che, a fronte di 1 donna su 250 che soffre di bulimia o anoressia nervosa e altri generi di disturbi alimentari, anche 1 uomo su 2000 abbia gli stessi problemi”, affermano i ricercatori. I maschi che soffrono di questi disturbi assumono lo stesso comportamento delle donne: “Si scopre che anche i ragazzi ricorrono alle purghe, al digiuno, alla conta ossessiva di calorie e al controllo costante del peso corporeo, tendendo ad isolarsi. Il fenomeno è sottovalutato da tutti.”

Il pericolo sul Web

Con Internet l’anoressia e la bulimia acquistano nuove possibilità di diffusione, grazie a siti e blog pro-ana e pro-mia, che istigano migliaia di ragazze e ragazzi a fare della magrezza il proprio stile di vita. Codici e assurdi comandamenti alla base di vere e proprie sette mortali, che credono che l’anoressia sia una scelta di vita. Blog su cui le vittime condividono le proprie esperienze, combattute tra cibo e peso. Tra realtà e finzione. Se non sei magra, non sei attraente, Essere magri è più importante che essere sani, Essere magri e non mangiare sono simbolo di vera forza di volontà e autocontrollo sono solo alcune delle regole che circolano in rete, messaggi che influenzano facilmente e coinvolgono emotivamente ragazzini in tenera età.

in lotta con anoressia e bulimia. La vita ha un'altra misura

L’ultimo allarme arriva però dalla Gran Bretagna, in cui le comunità virtuali hanno creato persino dei gadget a favore dei disturbi. Braccialetti rossi venduti online – spesso a meno di 20 euro – per ricordare a coloro che li indossano, di non mangiare ogni volta che li guardano. Un fenomeno che va ben oltre i confini inglesi e si sta diffondendo anche in Italia, dove migliaia di ragazze li acquistano sul web, li regalano oppure li creano a casa. Un simbolo che indica il desiderio di non sentirsi giudicati, ma accettati, inseriti in un contesto in cui avere la possibilità di condividere la propria patologia. Un simbolo che non aiuta, che isola soltanto.

La lotta contro i disturbi alimentari. Una vita tutta curve

Ma le campagne di sensibilizzazione non mancano e nemmeno la voce potente di chi vuole combattere la malattia, difendendo la bellezza vera, che va al di là della fisicità. Una vita tutta curve è una vita in cui volersi bene e accettare il proprio corpo sono le uniche regole da seguire. Due regole per non cadere nella malattia, per essere sicuri e decisi, proprio come Elisa D’Ospina, la modella veneta, portabandiera italiana del mondo ‘curvy’.

Credits: Elisa d'Ospina facebook profile
Credits: Elisa d’Ospina facebook profile

Lei è una modella di 30 anni che ha fatto proprio di qualche chilo di troppo il segreto del suo successo. Con una taglia 48 e 77 chili Elisa si è guadagnata la copertina di Vogue e il posto in passerella nelle sfilate dei più grandi stilisti. La sua è una battaglia portata avanti per tutte le donne, per combattere anoressia e bulimia. Lo fa parlando con i ragazzi nelle scuole, partecipando a trasmissioni tv, aiutando le donne fragili che lottano contro la bilancia fino ad ammalarsi.

Fragili in un contesto che spinge verso una perfezione irraggiungibile, perché inesistente. Fragili perché non sanno volersi bene. Nessuno insegna loro a farlo. Corpo, cibo e peso sono solo sintomi di un malessere ben più profondo, di vuoti che possono essere riempiti, di paure che possono essere scacciate. Denudandole, senza vergogna, Ana e Mia si possono contrastare.

È troppo importante la vita per sgretolarla e consumarla, sparendo dietro a una sagoma che in fondo non vive.

Credits Cover: Noemi (Mondo Sole)

Donne in politica, l’eterna questione irrisolta

Plauso dell’Unione Europea all’Italia ed alla sua rappresentanza femminile nei Consigli di amministrazione: Viviane Reding, vicepresidente della Commissione Ue e responsabile per la Giustizia, parla infatti di «progressi molto forti», anche se ricorda come a trainare il treno sia comunque la Francia. Il succo, comunque, è chiaro: per Reding, dove sono state introdotte leggi specifiche per la parità di genere «si notano i progressi più grandi».

Tali leggi però sembrano arrancare all’interno del Parlamento. Risale per esempio al mese scorso la protesta trasversale di diverse deputate, dopo la triplice bocciatura degli emendamenti alla nuova legge elettorale sull’introduzione delle quote rosa. E dire che finora la condotta del governo Renzi è stata quanto più di politically correct si sia mai visto, con metà esecutivo in rosa e cinque donne su cinque capolista Pd nelle circoscrizioni elettorali per le elezioni europee.

Come da copione, la risposta pronta di Beppe Grillo è arrivata subito. Tra le pagine del suo blog, il comico genovese non ha esitato a pubblicare un fotomontaggio in cui il volto delle candidate è stato montato sul corpo di anonime veline, riunite attorno ad un Renzie-Gabibbo. Una dura critica che puntava a denunciare l’uso strategico della donna “a fini di marketing secondo la migliore tradizione berlusconiana”.

Il facile collegamento sfocia nella questione della donna-oggetto, utile ormai non solo al mondo televisivo ma anche a quello politico. Nel suo caso, Grillo non avrebbe potuto fare riferimento più propizio: quale occasione migliore per avvicinare ancora di più la figura di Renzi a quella di Berlusconi?
Dando uno sguardo più ampio, però, la candidature di cinque donne come capolista non ha riscosso molto successo neanche altrove proprio per lo stesso motivo.

Il rischio è che la donna si ritrovi a coprire una carica non più perché competente ed adatta alla situazione, ma solo in quanto persona di sesso femminile. Neanche a farlo apposta, la polemica arriva dopo importanti votazioni in Parlamento sulle quote rosa: quella del 10 marzo, in cui sono state bocciate dalla Camera all’interno del progetto di legge dell’Italicum, e quella del 20, in cui invece sono state promosse all’interno della riforma della legge elettorale per quanto riguarda il voto a livello europeo. L’emendamento in questione prevede che “all’atto della presentazione, in ciascuna lista i candidati dello stesso sesso non possono eccedere la metà, con arrotondamento all’unità. Nell’ordine di lista, i primi due candidati devono essere di sesso diverso”.

In realtà, un Paese dove la percentuale di donne sedute alla Camera è del 31% (più di Stati Uniti e Regno Unito, ma ancora meno della Germania) per ora sembra ovviare al problema in maniera puramente quantitativa. E dire che il percorso della garanzia di pari opportunità risale all’inizio degli anni novanta: con la sentenza n. 422/95 della Corte Costituzionale, infatti, l’intento era quello di lavorare sull’incentivazione delle donne nella politica, piuttosto che sul far tornare i conti “con la forza”. Erano tempi duri: ancora nel 2001, la rappresentatività delle donne in Parlamento non superava il 9,2%.

La soluzione è arrivata con la riforma dell’articolo 51 della Costituzione, nel 2003. Ora infatti sulla nostra Carta Costituzionale si legge chiaramente che “tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini“. La differenza, quindi, è che in questo modo viene garantito un punto di partenza uguale e comune per uomini e donne. Che poi vengano eletti o meno, si riduce ad una questione meramente politica.

Meglio non dimenticare però che la questione delle quote rosa nasce come transitoria e, dunque, è destinata a chiudersi. Prima si chiude, meglio è: rappresenta infatti il tentativo di un’intera classe politica di scollarsi la tradizionale concezione di politica come “affare di uomini” – quando non è più così da decenni. La partecipazione delle donne in politica ha solo avuto bisogno di una spinta. Si presume dunque che, a parità di garanzie raggiunta, si cessi di essere uomo o donna e si venga riconosciuti solo come politici, abili o incapaci che siano: aggettivi che, guarda caso, si adattano indifferentemente tanto al femminile quanto al maschile.

3° trail in Miniera: il 25 aprile a Priverno 10km immersi nella natura

L’Associazione Sportiva Dilettantistica Podistica Avis Priverno, organizza per il terzo anno consecutivo il trail in Miniera, gara podistica nazionale che si correrà il 25 aprile nello scenario dell’affascinante cava mineraria dello stabilimento SIBELCO di Fossanova di Priverno.
Un evento che grazie al management dirigenziale della SIBELCO, proattivo e motivato nel promuovere il connubio industria-sport, è diventato unico nel suo genere. La location della terza edizione del trail in Miniera è un ambiente di lavoro all’interno di una miniera di sabbia, ubicata a circa 100km a sud di Roma. Organizzata sotto l’egida della Uisp Latina, la manifestazione sportiva pontina, promuove i valori della sostenibilità ambientale, passione per lo sport e rapporto sinergico tra realtà lavorativa e associazioni sportive.
Il territorio che viene attraversato dalla competizione è oggetto di recupero ambientale, ed è situato tra la fauna e la flora autoctona.

La gara, sulla distanza di 10km, partirà alle ore 10 di venerdì 25 aprile dallo stabilimento SIBELCO di Fossanova di Priverno; ci sarà anche un evento collaterale, ovvero la passeggiata podistica non competitiva di 5 km, cui potranno prendere parte tutti, famiglie e bambini e anche i non tesserati.
L’obiettivo del team della SIBELCO e del comitato organizzatore è quello di sensibilizzare sul tema della sostenibilità ambientale, l’opinione pubblica locale e quanti parteciperanno al trail, facendo conoscere inoltre un’importante realtà produttiva locale. Il tracciato della gara competitiva, si articola su un fondo formato dal 30% di sabbia e 70% di sterrato, con delle variazioni altimetriche e un dislivello positivo di circa 115 mt.

Nella scorsa edizione è stato dato lustro alla manifestazione con la gentile partecipazione degli ultra-maratoneti Marco Olmo e Giorgio Calcaterra, e gli Olimpionici Romano Battisti e Alessio Sartori. Questa cornice di grande spessore ha inorgoglito tutti i runners, ripagati dallo spirito di sacrificio alla partecipazione di una gara impegnativa e incantevole al tempo stesso. Meritevole è l’attenzione che l’organizzazione A.S.D. Podistica AVIS PRIVERNO riserva e dedica a tutti i presenti, con intrattenimento musicale e attività ludico ricreativa per i più piccoli. In questa edizione sarà prevista anche una passeggiata podistica non competitiva, e una passeggiata guidata per i bimbi. Al termine della manifestazione sportiva, sarà organizzato un momento conviviale, con la possibilità di restare a pranzo all’aperto supportato da una logistica di catering locale.

Sarà possibile iscriversi al 3° “Trail in Miniera”, fino al 24 aprile, inviando una mail all’indirizzo di posta elettronica atletica@uisplatina.it, e anche il giorno della gara. Le iscrizioni verranno chiuse un’ora prima della partenza. La passeggiata guidata dei bimbi e quella podistica non competitiva, prevedono l’iscrizione gratuita.
Saranno predisposte lungo tutto il percorso, quattro punti-rifornimento presenti al 2°, 4°, 5° e 8° km.
Ai partecipanti verranno consegnati ricchi pacchi-gara e il montepremi assegnerà compensi in denaro ai primi cinque assoluti della classifica maschile e femminile e alle sette società che porteranno il maggior numero di atleti al traguardo. I premi di categoria andranno appannaggio dei cinque miglior atleti.
Il ‘Trail in Miniera’ si svolgerà anche in condizioni metereologiche avverse e garantirà il servizio bus-navetta a quanti arriveranno nei pressi della stazione ferroviaria di Priverno-Fossanova.

Caro agnello, io non ti mangio

Cruelty free, ambientalista. In una parola, rispettosa. È questo l’invito che viene da più parti per la Pasqua 2014. Il riferimento è ovviamente al consumo dell’ agnello che in questo periodo dell’anno raggiunge cifre smisurate. In primo piano la Lega Anti Vivisezione (Lav) che si rivolge direttamente alle famiglie alla vigilia della ricorrenza pasquale che “mentre celebra la risurrezione, condanna a morte tanti animali per un consumo non necessario“.

 Caro agnello, io non ti mangio

Mangiare l’agnello a Pasqua: è un rito cristiano?

L’assurda tradizione della ricorrenza pasquale vede sulle tavole degli italiani il perpetuarsi di un’abitudine alimentare che lega il sacrificio dei piccoli agnelli alla religione cristiana. Una simbologia smentita però dalla stessa Chiesa: fu Papa Benedetto XVI in un’omelia nel 2005 a riportare l’attenzione sul fatto che probabilmente lo stesso Gesù non consumò l’agnello durante la celebrazione della Pasqua con i suoi discepoli, e cioè durante l’Ultima Cena, rompendo di fatto con la tradizione religiosa ebraica.

Anche Papa Francesco si è mostrato particolarmente sensibile alla questione, lanciando lo scorso anno un appello agli italiani perché sostituissero alla carne un menù alternativo.
In quell’occasione la federazione italiana associazioni diritti animali e ambiente sottolineò come “Tra le comunità cristiane più antiche, l’agnello era rappresentato sulle spalle del pastore e simboleggiava l’anima salvata da Cristo. La sua uccisione per Pasqua non ha alcun fondamento nella tradizione cristiana, semmai ha radici nel Vecchio Testamento” .
Un rito cruento, in forte contraddizione col concetto di Resurrezione, che porta con sé il rinnovamento della fede e della speranza.

Le cifre della mattanza

Un passo avanti importante quello della Chiesa, ma le cifre sono ancora allarmanti. Nel 2004 erano oltre 7 i milioni di animali uccisi, nel 2013 la cifra si è dimezzata passando a 3. Solo a Pasqua 450mila agnelli e capretti vengono uccisi e ai vertici della classifica ci sono Sardegna, Lazio, Puglia, Campania e Toscana. Per il responsabile Lav Paola Segurini si tratta indubbiamente di un cambiamento, ma la strada per un’alimentazione che possa dirsi cruelty free è ancora lunga. In più, l’allevamento di animali destinati all’alimentazione umana contribuisce ad incrementare l’accumulo di gas serra nell’atmosfera per cui bisognerebbe optare per un pasto pasquale privo di ingredienti di origine animale.

Le campagne di sensibilizzazione

Da anni le associazioni animaliste provano a sensibilizzare l’opinione pubblica con l’obiettivo di fermare quella che è una vera e propria mattanza.
Animal Equality ha postato sul proprio sito un video che mostra il percorso che subiscono gli agnelli prima della macellazione. Immagini dure che non lasciano spazio ad alcun dubbio: si tratta di sevizie e torture. Promossa anche un’azione social attraverso l’hashtag #salvaUnAgnello a cui stanno aderendo alcuni personaggi dello spettacolo.

Caro agnello, io non ti mangio

L’Organizzazione Internazionale Protezione Animali, l’Oipa ha scelto di affidarsi ad una campagna per le strade di Milano che ritrae un cane o un gatto contrapposto ad un agnellino. M’ama e mi mangia è lo slogan che accompagna l’immagine. M’ama è riferito agli animali domestici che comunemente accudiamo e consideriamo come parte integrante della nostra famiglia, mi mangia invece è tristemente riferito al tenero agnellino, a cui tocca una diversa sorte.

Caro agnello, io non ti mangio
Si tratta sempre di amore, di rispetto, di coscienza. E allora perchè riservare un trattamento diverso?

L’abbiamo chiesto a Bruno Bozzetto, noto cartoonista, che ha scelto di tenere in casa proprio un agnello. L’immagine che lo ritrae con in braccio un piccolo agnello da accudire è divenuta il simbolo di molti gruppi vegani.

Caro agnello, io non ti mangio

L’agnello in realtà è capitato da noi per caso– ha detto Bozzetto- Dei pastori erranti sono rimasti alcuni giorni con un gregge vicino al nostro giardino e ripartendo al mattino presto devono averlo dimenticato. Era appena nato. Sentendolo piangere ovviamente l’abbiamo preso e tenuto ed è cresciuto con noi credendosi probabilmente un cane. E noi gli vogliamo bene come fosse un cane. Naturalmente non mangiamo più carne d’agnello”.

Un assurdo rito che serve solo a soddisfare l’industria alimentare attraverso la violenza e la morte.
Basterebbe solo, prima di mangiare, iniziare a pensare a ciò che abbiamo nel nostro piatto.

[Credit Photo Cover: Oipa]

Traditi per la pubblicità. L’arte non dovrebbe essere in svendita

Si può svendere la propria immagine, credibilità inclusa, per il cachet di uno spot pubblicitario? Eccome. Soprattutto se il brand è forte e l’assegno staccato profumato. Si pensa a un ragionamento puramente economico alla base delle scelte – in taluni casi poco strategiche, in altri persino poco etiche – di professionisti del Cinema, della TV e dell’Alta Cucina prestatisi a marchette televisive screditanti anni di costruzione di un’identità e dignità professionale.

L’ultima svendita d’immagine in ordine di tempo è quella di Carlo Cracco. Il sodalizio con San Carlo per la promozione della patatina “Rustica” ha richiamato sull’attenti i critici gastronomici e gli appassionati del buon gusto della cucina italiana. Perché mai un alimento poco salutare, ad alto contenuto di grassi, preconfezionato, bandito dalla dieta alimentare mediterranea viene promosso dal volto e dalla voce suadente di uno chef pluristellato? “Perché in cucina ci vuole audacia“: recita così lo spot San Carlo ed è probabilmente questa la risposta che Cracco darebbe allo spinoso quesito.

Le gustose ricette suggerite dallo chef sul retro delle buste della rustica, ingrediente-base per sfiziosi e sofisticati abbinamenti – come uova di quaglia con pancetta e senape, alici marinate al pepe rosa e lime – non bastano a dare giustificazione alla promozione di un alimento altamente calorico e privo dell’etichettato “buon gusto” da parte di chi conduce un talent per formare futuri “Master Chef” e che dell’Alta Cucina italiana ha fatto il suo passepartout per trasmissioni TV, libri, e per il “tutto esaurito” nei coperti del suo ristorante.

Simona Ventura e la scivolata sulle scarpe Pittarosso

Credits: Pittarosso
Credits: Pittarosso

Cracco non è solo nella lista delle new entry dello “spot che fa flop”. Simona Ventura in queste settimane è in rotazione con il suo spot Pittarosso sulle reti mediaset lasciando dietro di sé una scia di commenti poco lusinghieri da parte di fan delusi, critici televisivi stupefatti, umili spettatori imbarazzati da una marchetta televisiva che non rende giustizia alla conduttrice, l’attrice, e la donna – in primis – che è da sempre stimata da milioni di telespettatori.
Movenze impacciate, presenza inadeguata, concept dello spot con allusioni infelici – e forse inconsapevoli – a problematiche sociali di attualità (il femminicidio), contribuiscono a confezionare un prodotto che ha certamente generato un gran parlare sul brand, che forse brinda al successo, e sulla testimonial, che forse non nutriva queste aspettative. Ma siamo sicuri che il detto “bene o male, basta che se ne parli” valga sempre? Per la credibilità di un professionista e la solidità della sua carriera ritengo di no.

Paolo Sorrentino e la piccola grande bellezza Fiat

Credits: FIAT
Credits: FIAT

Una delle più grandi delusioni l’ha riservata il regista premio Oscar 2014, Paolo Sorrentino, che alla vittoria della tanto attesa statuetta come Miglior Film Straniero ha fatto un giro sulla Fiat 500 e, confezionato in uno smoking da cerimonia hollywoodiana, è sceso con nonchalance dalla macchina di “casa Marchionne” lasciando i fan indispettiti per aver svenduto la sua immagine per uno spot sì a sostegno del Made in Italy, ma demolitivo di un sogno: arte e cultura che non abbiano prezzo. Il prezzo invece la cultura ce l’ha e Paolo Sorrentino si è evidentemente reso testimonial non tanto della “piccola grande bellezza Fiat”, bensì di questa verità. L’ideale si sgonfia, il conto in banca si gonfia.

Antonio Banderas e la vita agreste nella fattoria del Mulino Bianco

Credits: Barilla Mulino Bianco
Credits: Barilla Mulino Bianco

Al sex symbol hollywoodiano Antonio Banderas in salopette, scarponi e mani infarinate siamo ormai abituati da mesi. La fattoria del Mulino Bianco ospita da tempo l’affascinante interprete, tra gli altri, de La Maschera di Zorro, Evita, Frida, e il grande Philadelphia. L’età è avanzata, il sex appeal si è ridotto: la vita agreste tra macine e volatili è forse apparsa confortevole e Banderas si è lasciato consolare da un plumcake in attesa di future proposte.

Gualtiero Marchesi e il sodalizio forzato con McDonald’s

Credits: Archivio Google Immagini
Credits: Archivio Google Immagini

Si è gridato quasi allo scandalo per Gualtiero Marchesi che si è ritrovato a prestare la sua immagine per una campagna McDonald’s. Un tradimento all’Alta Cucina da lui creata; un tradimento alle tre stelle Michelin che per primo ha avuto in Italia (poi restituite); un tradimento alle sofisticate creazioni gastronomiche che ha regalato ai menù del nostro Paese, dal raviolo aperto, al risotto con foglia d’oro. Un masochismo sfociato in un atto autolesivo quello dimostrato da Marchesi. Il suicidio professionale risale al 2011 con la promozione dei panini Adagio, Minuetto e McItaly Vivace del brand americano. Sebbene siano passati tre anni, ancora oggi ne ricordiamo la gravità e gli interrogativi sul perché alla base di una scelta puramente economica e scarsamente etica rimangono aperti.

Joe Bastianich e il cibo pronto di casa Buitoni

Credits: Buitoni
Credits: Buitoni

Tra i mali minori vi sono quelli imputabili a Joe Bastianich, che mangiando la sfoglia Buitoni promuove sì il cibo pronto, ma commette uno scempio minore rispetto agli illustri colleghi. La velocità in cucina è ciò che la campagna mira a comunicare. E la qualità del risultato ottenuto con la sfoglia pronta resiste persino al severo giudizio dell’impietoso giudice di MasterChef. Il messaggio in fondo ha una sua solidità. E’ credibile, contestualizzabile nella giornata tipo del popolo di italiani a cui lo spot si rivolge. Pochi rimproveri per Bastianich, quindi. Magari un invito a cena in nome del valore della genuinità e della degustazione del “fatto in casa”.

Simone Rugiati e la Coca Cola per le cene low budget

Credits: Coca Cola
Credits: Coca Cola

Simone Rugiati si è prestato a promuovere un brand troppo forte per essere attaccabile. Forse uno chef lo si vede meglio a bere un calice di buon vino rosso delle cantine italiane, o ancora una birra pregiata dalle proprietà degustabili dai palati più esperti. Ad aprire una bottiglia di Coca Cola per accompagnare una cena low budget bastava un testimonial meno qualificato. Se si vuole insegnare la buona cucina, si dovrebbe educare ad accompagnarla con la bevanda che ne esalti le proprietà. Questo Rugiati lo sa di certo e anche lo spettatore che non “si beve” lo spot.

Quando il denaro finirà di comprare la credibilità di un professionista, avremo spot pubblicitari più autentici, professionisti dedicati a ciò che gli ha regalato questa definizione, e spettatori felici di non essere presi in giro.

[Credits Cover: San Carlo]

Un libro sospeso per regalare la cultura

Entrare in libreria e trovare ad attenderti un libro pagato da altri. Un sogno per gli appassionati, un’iniziativa originale nata piuttosto per incentivare la lettura tra chi invece tende a rifuggirla. I giovanissimi, ad esempio, ma anche gli adulti. È stata ribattezzata “libro sospeso”, la catena letteraria lanciata dalla libreria Ex Libris Cafè di Polla, in provincia di Salerno, e ripresa da Il mio libro di Milano, che si sta diffondendo a macchia d’olio in diverse regioni italiane, coinvolgendo sempre più negozianti e lettori. Una “primavera della carta” che prende spunto dall’antica tradizione partenopea del “caffè sospeso”, un espresso pagato e lasciato a chi non può permetterselo. Un’usanza ma anche una filosofia di vita ispirata alla solidarietà. Non un’elemosina, ma un momento di gioia formato tazzina offerto ad uno sconosciuto, a prescindere da chi esso sia. Da Napoli a Messina, la consuetudine del caffè sospeso si rinnova in quella del pane, e ora si trasferisce anche in libreria.

Si comprano due libri, uno per sé, uno per lasciarlo in regalo al prossimo che entrerà in libreria. Pochi giorni e la moda è diventata subito virale su Facebook e Twitter, con tanto di hashtag coniato ad hoc #librosospeso, apparso in centinaia di post. L’idea non si allontana molto dallo spirito che anima il bookcrossing. Per entrambi la parola chiave è condivisione. Di cultura, attraverso libri. E come per il bookcrossing, anche qui l’aspetto più affascinante è ritrovarsi tra le mani un testo che qualcun altro, per motivi che non si conoscono, ha scelto per noi. In questo modo i libri vengono letti e non lasciati ad impolverarsi sugli scaffali delle librerie. Del resto il nobile scopo della catena è proprio questo, invertire la tendenza negativa che vuole gli Italiani un popolo di non lettori. Non servono le periodiche statistiche a confermare un dato che da tempo è sotto gli occhi di tutti. Quasi sei italiani su dieci non hanno letto nemmeno un libro nel 2013; i due terzi della popolazione sopra i 14 anni non compra affatto libri. Finora, i risultati del #librosospeso fanno ben sperare: oltre 50 testi “regalati” in soli sei giorni. Ma quanto può essere realmente incisiva un’iniziativa del genere? Basta un libro “gratis” per accendere la passione della lettura?

“Non ho tempo per leggere”. La televisione, il computer e tutte le altre distrazioni che offre la cultura di massa e la tecnologia hanno effettivamente sottratto tempo alla lettura. Ma il tempo che manca non è l’unico responsabile della nostra débacle culturale. Né la crisi economica e i conseguenti tagli alle spese considerate “superflue”, come purtroppo lo sono quelle culturali, bastano a spiegare il fenomeno del calo dei lettori. Alcuni libri costano troppo, è vero. Ma gli scaffali sono pieni anche di edizioni economiche, tanto che più della metà dei libri acquistati tra il 2011 e il 2013 è compresa nella fascia di prezzo medio-bassa: dai 5 ai 10€. C’è più offerta di quanto non sia l’effettiva domanda. Forse è questo il problema, o forse che in quell’offerta spesso la qualità diventa un optional. Quando entriamo in libreria ci perdiamo tra la miriade di volumi, alcuni con copertine dai titoli ammiccanti e contenuti che fanno accapponare la pelle, e se non abbiamo le idee chiare su cosa scegliere, spesso finiamo per uscire a mani vuote. Nella disaffezione dalla lettura però la vera questione in gioco è l’interesse. La voglia di ritagliarsi un momento tutto per sé, in compagnia di un buon libro, che nasce da una sana educazione alla lettura che a molti manca.

Se avessimo avuto più insegnanti alla maniera del professor Keaton del film «L’attimo fuggente», forse non saremmo qui a parlare di questa mancanza. Il piacere di leggere va instillato tra i banchi di scuola e alimentato dai genitori prima e dalla società poi, senza obblighi né doveri, perché come diceva Gianni Rodari: “il verbo leggere non sopporta l’imperativo!”. Invece siamo un paese che da tempo ha smesso di disinvestire sulla cultura. Cultura che passa anche attraverso la consapevolezza di quanto leggere sia uno strumento potente per accrescere la nostra intelligenza, le nostre competenze. Che sia un romanzetto frivolo o un grande classico, poco importa. Leggere apre la mente, stimola fantasia e creatività, aiuta a comprendere meglio se stessi e gli altri. Tutti, in un certo momento, abbiamo incontrato un libro che ha segnato la nostra vita. Parole che ci hanno ispirato ed emozionato. Perché un libro può tutto questo. E non è poco. Donare ad un anonimo lettore un libro che per noi ha significato così tanto, vuol dire offrire l’occasione preziosa di arricchirsi, non solo culturalmente. Con la speranza che quel libro regalato possa in qualche modo spingere a seguire la stessa azione, in una catena infinita che avvicini i lettori ad altri lettori.

[Credit Photo Cover: Hanif Shoaei – Museo d’arte moderna di Instanbul]

Vent’anni di lucida follia, vent’anni di Pulp Fiction

Non un anno semplice, il 1994: un Cavaliere (oggi ex) annuncia la sua discesa in campo, Kurt Cobain decide di farla finita e in una torrida giornata di luglio un pallone calciato dal Divin Codino vola verso il cielo di Pasadena. A complicare ulteriormente le cose ci si mette un trentunenne di Knoxville (Tennessee), un giovanotto dalla faccia da cartone animato e dalla parlantina allucinata che un paio d’anni prima aveva già fatto parlare di sé con un film che, si capiva subito, non era come gli altri. Quel film si chiamava Le iene. E il suo regista, che il mondo conobbe come Quentin Tarantino, decise che in quel galeotto 1994 era giunto il tempo di dare al cinema una spallata così forte che ancora oggi, a distanza di vent’anni esatti dall’uscita di Pulp Fiction – il suo unico vero capolavoro – desta ancora il suo effetto dirompente.

Considerato da alcuni il miglior regista degli ultimi due decenni, di certo Tarantino è da annoverare fra i pochissimi innovatori del periodo. Propiziato da un momento storico in cui i ribelli Abel Ferrara e David Cronenberg tiravano i remi in barca e che vedeva la crisi dei mostri sacri Scorsese e Coppola, Quentin piazzò il suo manifesto al momento giusto. Un exploit che non nasce e muore nel giro di una stagione, ma la cui eco accompagna ancora oggi chiunque si metta dietro una macchina da presa.

Il caos organizzato

Che ci si trovasse di fronte ad un’opera spartiacque, se ne accorse appena un anno dopo un finissimo pensatore come Goffredo Fofi, che in un dialogo con Vittorio De Seta del 1995, definì Pulp Fiction come un film “che parla della morte, dell’assenza e della ricerca di Dio“. Un concetto che fa riferimento non solo alle infinite tematiche accennate o sviluppate dai personaggi di Tarantino, dal cammino dell’uomo timorato alla beffarda morte del pugile Wilson, ma anche al versante tecnico. Quentin scardina le convenzioni narrative del cinema classico, creando un incastro di sequenze apparentemente illogico: dando la morte a Vincent Vega e poco dopo facendolo uscire trionfante dal bar, in maglietta e pantaloncini, Tarantino caccia il dio Crono dai confini del proprio cinema, accettando invece la divinità del Caos nella sequenza della puntura totalmente casuale al cuore di Mia Wallace. A giocare col tempo ci si metterà pochi anni dopo anche Christopher Nolan, con un altro film, Memento, da studiare per bene.

Il dialogo tarantiniano

Se la fotografia sta a Kubrick, l’agilità narrativa a Scorsese, il respiro epico a Coppola e il lirismo a Malick, non c’è dubbio che il dialogo stia a Tarantino. Quante volte in questi vent’anni abbiamo sentito parlare, alle volte in maniera abusata, di dialoghi tarantiniani. Ovvero, della capacità di plasmare un’interazione fra i vari personaggi in grado di intrattenere lo spettatore tramite le sterminate ramificazioni dei discorsi a cui si approda: ogni dialogo creato da Tarantino è una metropoli, in apparenza caotica, in grado di collegare perfettamente le proprie periferie al centro del ragionamento. Dai vezzeggiativi di Tim Roth e Amanda Plummer al passo biblico (inventato) Ezechiele 25,17 di Samuel L. Jackson, dagli europei presi in giro da John Travolta al Mister Wolf di Harvey Keitel che risolve problemi. Una poetica spietata e dissacrante espressa tramite una sceneggiatura dalla puntualità maniacale.

La sindrome della cinefilia contagiosa

Almeno a livello mainstream, certamente ad Hollywood, Tarantino è il primo a riqualificare in maniera incisiva e globale l’universo dei film di genere, quello che spazia dalla blaxploitation anni ’70 (Coffy) a Mario Bava (Cani arrabbiati), e ancora, da Lucio Fulci allo spaghetti-western: suggestioni che verranno sviluppate negli anni a venire, implementate dai richiami al cinema asiatico in Kill Bill.
Quentin si rifà però anche a due opere a cui ha collaborato per la stesura dello script, True Romance (Un vita al massimo) di Tony Scott e Natural Born Killers (Assassini nati) di Stone, uscite circa un anno prima e portatrici del segno tarantiniano.
Impossibile menzionare tutte insieme le citazioni e le parodie riferite a Pulp Fiction, figuriamoci quantificarne l’influenza esercitata sulla produzione del ventennio seguente: gli amici Eli Roth e Robert Rodriguez, Guy Ritchie (Snatch e Lock & Stock), persino gli ultimi Stone (Le belve) e Besson (Malavita). Tuttavia, chiunque cerchi di imitare Tarantino non crea nulla di memorabile. Perchè se c’è una cosa in cui il regista di Jackie Brown non sarà mai in competizione con gli altri è la capacità di esprimere la propria, impressionante, cinefilia con il massimo rispetto verso i suoi miti e la massima dissacrazione nei confronti del mondo reale.

In quel complicato 1994 insomma, Quentin Tarantino crea non solo un’opera spartiacque, ma anche un vero e proprio classico, nel senso tradizionale del termine. Un prodotto che, visto una volta ti lascia perplesso, visto due volte ti irrita, visto tre volte ti illumina.

[Ph. Credits: Andrzej Sekuła/Miramax]