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Cyberbullismo, non lasciateli soli

Testa bassa, sguardo fisso sullo schermo, attenzione completamente catturata dal mondo dentro lo smartphone, in grado di influenzare umori, rapporti, decisioni. Così si presentano alla realtà ragazzini, giovani adulti e quelli che adulti sono già da un po’. Delle monadi assorbite dal loro secondo “io”, quello costruito sui social e lanciato nell’insidioso mare del web. Un mare sempre più oggetto di critiche, in alcuni casi sottovalutato e purtroppo ancora non navigato con attenzione e consapevolezza.

I minori sono i più vulnerabili

Chi non ha nei ricordi di scuola, chiara e limpida la figura del bullo della classe, che si divertiva a far impazzire coetanei e docenti? Tutti hanno conosciuto, da spettatori, vittime o artefici, il fenomeno del bullismo, in tutta la sua mostruosità.

È nel momento della crescita, quello della definizione della propria personalità, infatti, che si delineano le tendenze e i meccanismi della comunicazione con gli altri e con sé. Problemi di peso, vestiti fuori moda, interessi diversi e, purtroppo, molto altro di quello che non si omologa al gruppo, diventano un disagio, il fulcro attorno al quale vengono focalizzati pensieri negativi e stati d’animo non salutari, sfocianti in una depressione quasi patologica.

Nei nostri ricordi però, c’è anche quello che bastava per estirpare questi fenomeni: una strigliata del preside o del docente, mobilitata da genitori preoccupati, nella maggior parte dei casi, risultava efficace al fine della redenzione e del cambiamento.

La logica del branco

Con il cyberbullismo, l’“evoluzione” virtuale del bullismo, non ci sono più segnali, tutto è nascosto nella stessa misura in cui sono accentuati i meccanismi alla base degli spiacevoli episodi da sempre noti nelle scuole. L’anonimato e la difficile reperibilità, offerta dai dispositivi in uso, hanno come conseguenze la spersonalizzazione del soggetto e la riduzione dei freni inibitori che, normalmente, si andrebbero a innescare nella vita reale. Un’assenza che rende forti e protetti da altri gregari anonimi, enfatizzando quella logica di branco, completa di maschio alfa alla continua ricerca della conferma del suo status di superiorità. Ad ogni costo.

Ed è proprio sull’“io contro tutti” che si perpetra questa tipologia, silenziosa e viscida, di violenza, resa perenne dal fatto di non avere limiti spazio-temporali. Non si può correre a casa a ripararsi dal molestatore, perché il molestatore è nelle mani della vittima, è dentro quell’oggetto di cui, oggi, non si può fare a meno.

In Italia

Carolina, presa di mira su Facebook da un gruppo di coetanei. Andrea, il quindicenne gay di Roma, oggetto di scherno per i suoi pantaloni rosa. Nadia, la quattordicenne di Cittadella violentata verbalmente su Ask.fm. Questi solo alcuni dei nomi protagonisti di esperienze tristi e di epiloghi ancor più drammatici.

Flaming, molestie, denigrazione, sostituzione di persona, inganno, esclusione, cyberstalking: queste solo alcune delle forme di bullismo a cui si è esposti sul web, annientabili solo con la forza, la consapevolezza e la comunicazione.

Ma, come afferma la giornalista Mariangela Galatea Vaglio, non bisogna perdere di vista il vero problema: il bullismo attuato nella realtà, quello fisico, tangibile. “Il panico può spingere genitori ed insegnati a sopravvalutare la portata di alcuni fenomeni, con il risultato di dare loro troppo risalto e finire col far percepire ai ragazzini una immagine distorta della rete. Se io a scuola faccio lezioni in cui dipingo internet come “il male”, un posto frequentato da pedofili e bulli di ogni genere, rischio due tipi di ricadute: che i ragazzini più timidi saranno così spaventati da non riuscire più ad usare la rete con fiducia, e che invece gli altri, quelli che non sono cattivi, ma hanno una certa curiosità per la trasgressione, immagineranno che la rete sia già zeppa di persone che “fanno il male”, per cui sia normale, sulla rete, farlo”.

Ragazzi soli e genitori inesperti

La cultura digitale è una risorsa, un’opportunità indispensabile ai giorni nostri. Tutto è telematico, tutto è completamente immerso nel mondo virtuale . Si è collegati in ogni momento con esso.

E la nuova impostazione di ogni cosa, non fa che sottolineare il gap generazionale tra genitori, poco esperti ed estranei agli aspetti positivi e negativi della rete e dei social, e i figli, curiosi ma impreparati alle insidie che questi riservano.

Si minimizza ogni disagio, solo perché non ha la forma di un livido o di un maglione strappato. È un disagio che va letto negli occhi, in quello che non si dice. E non sarà niente in confronto al mutuo, all’assicurazione o alla bolletta della luce. Ma per un figlio sarà equiparabile ai problemi di un adulto. Perché ogni età ha i suoi scogli da superare.

Per questo bisogna essere attenti, o meglio, vigili. Bisogna essere presenti senza essere pressanti. Bisogna essere spettatori attivi, guide, dispensatori di principi e di consigli, durante la crescita della propria creatura.

E chissà, forse crescerà un branco che vorrà combatterla la violenza, in ogni sua forma.

Putin, lo Zar di Russia che sogna un nuovo impero

La parola più associata alla Russia ancora oggi nel 2014 probabilmente è Comunismo.

Questo perché la Russia è ancora distante non solo geograficamente, nonostante i mezzi di comunicazione, il web e i social network; è lontana perché desidera esserlo e poco importa se l’è rimasto addosso un marchio che poco ha a che fare con la realtà di oggi.

[Credits photo: marx21.it]
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Il Comunismo e l’Unione Sovietica, spettri lontani?

Breve riassuntino di storia da liceo: 1917, la Russia abbandona la Guerra per scontri civili interni, scoppia la rivoluzione i bolscevichi salgono al potere. Lenin pone le basi per l’Unione Sovietica, Stalin trasforma l’utopia marxista in dittatura, il Paese diventa una superpotenza e conclusasi la Seconda di Grande Guerra, si spartisce con gli Stati Uniti i cocci di un’Europa distrutta iniziando un quarantennio di Guerra Fredda.

Questo è quello che è raccontato nei libri, ma davvero la caduta di un muro può aver segnato la fine di un’ideologia così radicata in quei territori? La risposta sorprendente è sì. La Russia di oggi non ha nulla a che vedere con quella di allora, e se qualcuno parla ancora di Comunismo sovietico, o di spettro dell’URSS sull’Europa dell’Est probabilmente non ha ben compreso quanto sia stato radicale il cambiamento ideologico del Paese.

[Credits photo: viaggio-in-germania.de ]
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La Russia oggi

Oggi la Russia non è solamente una delle grandi potenze economiche mondiali, ma è l’emblema delle contraddizioni. Il paese del Comunismo è diventato quello degli oligarchi, il gap tra chi se la passa bene e chi se la passa male cresce come nel più “banale” dei Paesi occidentali. E poi c’è Putin, si Putin il protagonista indiscusso degli ultimi 20 anni di politica in Russia, un uomo che è riuscito a ricoprire per tre mandati di fila il ruolo di Primo Ministro, e che quando, impossibilitato per Costituzione ad esserlo ancora, è diventato Presidente della Federazione Russa. Insomma non esiste politica in Russia senza di lui.

 [Credits photo: daylimail.co.uk]
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Chi è e cosa vuole davvero Vladimir Putin?

Ma non c’è da sorprendersi se la parola maggiormente associata alla Russia fosse già Putin. Putin è l’emblema della Russia occidentalizzata, il leader di un partito, Russia Unita, simbolo dello statalismo, del conservatorismo e dello spostamento deciso a destra che c’è stato nel Paese. Amico fraterno di Berlusconi, uomo da copertina nelle riviste, Putin è una contraddizione in sé: nasce comunista, diventa conservatore, ostacola in tutti i modi i diritti civili a partire dalla Cecenia ma si fa eleggere sempre per via democratica, come a voler sottolineare la limpidezza delle sue azioni politiche; è accusato indirettamente di migliaia di omicidi ma si definisce totalmente contrario alla pena di morte. Lui è questo, un insieme di ossimori che convivono in un leader talmente carismatico da non riuscire a pensare ad una Russia senza di lui oggi.

[Credits photo: telegraph.co.uk]
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Ed allora che cosa vuole davvero Putin? La questione Ucraina ha monopolizzato in questi giorni i mezzi di comunicazione, e la scissione della Crimea da lui appoggiata, non è stata di certo ben accolta dalla comunità internazionale. Un G7 che di fatto ha tagliato fuori, almeno inizialmente, la Russia, la Nato pronta a mandare le proprie truppe in caso di pericoli per le nazioni vicine, ed un clima sempre più caldo accompagnano le giornate di Putin.

Pochi giorni fa un suo ex collaboratore, Andrej Illarionov, avrebbe dichiarato ad un giornale svedese che i piani segreti di Putin riguardano l’espansione del territorio russo annettendo Finlandia e Paesi Baltici, quasi a voler ricostruire quell’impero degli Zar che proprio il Comunismo aveva distrutto. Se si tratti di verità o solamente di congetture, questo è difficile da stabilire, ma di certo il comportamento piuttosto deciso che ha attuato nella questione ucraina fa propendere per la prima ipotesi.

Sembra fantapolitica, ma paradossalmente Putin è riuscito in queste settimane ad attirare dalla sua parte gruppi secessionisti, frange di estrema destra, partiti populisti di tutta Europa. La visita di Obama a Roma ne è la dimostrazione lampante, fischi e urla contro il leader statunitense, mentre un’inedita accoppiata composta da nostalgici fascisti e da neo grillini inneggiava al leader russo. Che ci riesca o meno, che formi un nuovo impero o no, Putin già è uno Zar, perché è riuscito nell’impresa di cambiare la mentalità di un popolo, fare proseliti in occidente tra le più insospettabili delle forze politiche, e rimanere al potere in un modo o nell’altro senza che qualcuno mettesse mai in dubbio la sua leadership. Se questo non è uno Zar forse è la cosa che oggi più gli si avvicina.

[Credits photo: polisblog.it]
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[Credits immagine in evidenza: cadoinpiedi.it ]

Il culo di Mourinho, l’allenatore più decisivo del mondo

Non ho visto la partita di ieri del Chelsea, ma mi hanno detto che Mourinho ha avuto molta fortuna. Che novità, ho pensato. Non sarà la stessa fortuna che permise al suo Porto di pareggiare al novantesimo contro il Manchester United e iniziare la cavalcata verso la conquista della Champions? Era il 2004, esattamente 10 anni fa. O quella fortuna che gli ha consentito di uscire indenne dal Camp Nou, pur giocando in 10, in una semifinale epica dell’Inter a Barcellona? Ancora, sarà simile alla fortuna che lo ha preso per mano, a Kiev, una notte gelida di novembre, con uno Snejider in calzamaglia e un Milito zoppo, quattro attaccanti a cercare di ribaltare l’impossibile? L’Inter che avrebbe alzato la coppa, ad una giornata dalla fine dei giorni eliminatori, era fuori dai giochi.

Non si chiama fortuna, si chiama culo, ha detto Mou, impavido, ai microfoni di Sky. Lui può dirlo, lui sa di avere illustri predecessori. Una volta era famoso quello di Sacchi. Il suo ciclo non sarebbe mai iniziato se una coltre fittissima di nebbia non si fosse palesata su Belgrado, mentre il Milan che avrebbe vinto tutto, soccombeva di fronte alla Stella Rossa di Stojkovic. È leggenda il culo di Ferguson, uno che in una sera di maggio ha visto l’incubo trasformarsi in sogno, nel giro di due minuti. I tifosi del Bayern ancora non credono ai loro occhi. No signori miei, la fortuna nel calcio non esiste. Devi andartela a prendere, a corteggiarla, a conquistarla. Come sosteneva Machiavelli, qualche lustro fa.

Mourinho lo sa, e non ha paura. Gioca d’azzardo come un esperto frequentatore di sale da poker. Con consapevolezza. E poi è l’unico allenatore che gioca davvero con la sua squadra. La corsa dopo il secondo gol del Chelsea, ieri, entra direttamente negli annali del calcio. Non per niente, alle semifinali di Champions arrivano le squadre più forti d’Europa e quella di Mourinho. A prescindere da come si chiami questa squadra. A mio parere questo Chelsea non è una delle prime quattro per caratura tecnica, ma tant’è. Il PSG, ad un passo dalla (sua) storia, inciampa. In semifinale ci arrivarono Ginola e Weah, per Ibra (ieri assente giustificato) sarà per un’altra volta. Eppure sembrava tutto così scontato. Il 3 a 1 dell’andata, le dichiarazioni dello stesso vate di Setubal: non siamo stati costruiti per vincere. È vero in parte, ma in molti ci sono cascati, francesi compresi.

La verità è che il culo di Mourinho ci manca, e ci mancherà. Il nostro calcio gli è orfano, non solo l’inter. Certo, Mazzarri non ha la sua squadra tra le mani, ma a sentirlo parlare sembra che il suo fallimento (perché di fallimento si tratta) sia tutta colpa della sfortuna. Il Times già parla del tocco magico di Mou, sottolineando come il portoghese abbia azzeccato i cambi, tutti a segno, prima André Schurrle per l’infortunato Eden Hazard, quindi il match-winner Demba Ba. Il Chelsea vince con uno spirito speciale, l’apertura del Mirror. Uno spirito che evidentemente ancora manca ai nouveaux riches, sottintende il Guardian, pur ricordando come il Psg, prima di Londra, avesse perso una sola volta con due gol di scarto nelle ultime 111 uscite, arrivasse da 11 vittorie consecutive e non avesse segnato almeno un gol solo una sola volta nelle precedenti 46 partite.

Eppure qualcuno ancora parla di culo. Di un allenatore fortunato. Forse il suo calcio non ha cambiato la storia. Non è la zona di Sacchi, o il Tiqui Taka di Guardiola. Ma questo signore, che vi stia simpatico, è l’allenatore più decisivo del mondo. E lo sarà ancora per molto tempo.

Credits Cover: www.londraweb.com

Renzi e gli sprechi: il ‘rottamatore’ che diventa ‘sforbiciatore’

Ieri sera il Def, documento per l’economia e la finanza targato Matteo Renzi, è uscito quasi indenne dall’esame al Consiglio dei Ministri. Quella che si propone è una sfida mastodontica: la lotta ad una tendenza, quella degli sprechi, che ha visto cadere combattenti (quasi sempre) valorosi.

Italia paese di sprechi

È un problema con cui si è misurato ogni presidente del Consiglio negli ultimi anni, ma le soluzioni si sono sempre rivelate troppo fumose. E allora ecco che migliaia di euro se ne vanno in auto blu, stipendi esorbitanti a politici e dirigenti pubblici, pensioni d’oro; ancora, milioni vengono sprecati in investimenti di dubbia utilità come F35 e spese militari, costi della politica e, sopratutto, nella pachidermica macchina della Pubblica Amministrazione, fardello made in Italy.

E poi enti inutili, istituzioni desuete, fino ad arrivare alle province stesse: lo stato decentrato, voluto dai padri costituenti del ’46, si sta rivelando più costoso di quanto l’Italia possa permettersi. Si contano ragionerie provinciali, direzioni generali dei ministeri, migliaia di centrali di appalto e centri di elaborazione – preposti agli acquisti di beni dal valore superiore a 200 mila euro da parte dello Stato le prime e al saldo delle fatture pubbliche i secondi -, che dal 2012 si tenta di accorpare per ridurne il numero a qualche decina.

Le proposte del governo Renzi

Matteo Renzi ha raccolto la sfida. Anzi, sarebbe il caso di dire che se l’è presa di proposito, non essendogli stata lanciata da nessuno: se la Direzione del Pd non avesse votato per la staffetta, a quest’ora il compito di trovare una soluzione sarebbe ancora appannaggio di Enrico Letta.

L’ex sindaco fiorentino invece si è proposto all’Italia con in mano una manciata di slides e tanti buoni propositi da coprire con il Def; l’obiettivo è racimolare più di sei miliardi e mezzo, ma entro il 2014 ne andrebbero bene anche sei, tanti ha stimato infatti di ricavarne il commissario speciale per la spending review Carlo Cottarelli. La scure calerà su cuneo fiscale, enti inutili (dalle province alla motorizzazione, passando per il Cnel, l’Aci o le camere di Commercio), ministero della Difesa e della Sanità e stipendi ai manager pubblici.

Sul cuneo fiscale Renzi mette la mano sul fuoco, tanto da calcolare un risparmio di 10 miliardi entro il 2015, reintrodotti nell’economia italiana sotto forma degli 80 euro in più nelle buste paga degli italiani il cui reddito è compreso tra gli otto e i 25 mila euro. Al taglio sul cuneo fiscale si associa quello del 5% sull’Irap, grazie al quale si conta di recuperare un miliardo. Dopo il Consiglio dei ministri di ieri, Renzi ha svelato l’asso nella manica: tassare anche le banche, racimolando un miliardo attraverso la rivalutazione delle quote Bankitalia.

La questione enti inutili invece si prospetta più complicata di quanto sembri. Si cerca di abbattere i costi della politica intervenendo sulla trasformazione delle principali città italiane in aree metropolitane, il che dovrebbe portare ad un risparmio in termini di personale addetto, autorità competenti e spese di mantenimento – oltre ad un generale snellimento della burocrazia. In pratica, invece, per una modifica del genere i tempi si allungano perché l’istituzione delle province è prevista dal Titolo V della Costituzione e, in attesa di riuscire a cambiare quello, le modifiche non potranno rappresentare che una minima scalfittura alla struttura statale.

D’altra parte, questo non è niente per chi come cavallo di battaglia porta avanti l’abolizione del Senato. Spalleggiato dal collaudato Cottarelli, Renzi prosegue per la sua strada e risparmia anche su difesa e sanità, ricavando 500 milioni da ognuno dei due ministeri. Fioccano le polemiche soprattutto per l’ultimo; il ministro Lorenzin tuttavia è ferma nella sua intenzione di “razionalizzare”, premendo però affinché i tagli non siano lineari: «dobbiamo lavorare con una certezza di budget», dice, anche se riconosce che «il budget del Fondo sanitario nazionale è legato al Pil».

L’Italia che si prospetta

In conclusione, entro il 2016 secondo i piani di Renzi avremo risparmiato circa 32 miliardi di euro. Il tutto a prezzo anche di un inasprimento fiscale che nel 2015 salirà al 44%, salvo poi scendere progressivamente al 43,7% nel 2016 e al 43.5% nel 2017. È ancora difficile stabilire se le misure del nuovo governo siano oculate o meno, considerando che per ora ad essere contrarie sono proprio la categorie investite dai tagli e già il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, parla delle misure del Def come di «una scelta ingiusta e illogica».

Per lo meno però il governo Renzi ha un termine di scadenza: se ne riparlerà se riuscirà a sopravvivere all’estate.

Matrimoni in crisi, gli italiani preferiscono la convivenza

In Italia, Paese familista per eccellenza, il matrimonio sembra essere sempre meno attraente. Se fino a qualche anno fa la creazione di un nucleo familiare stabile, attorno a cui concentrare la propria vita era una priorità, oggi ci si sposa meno e più tardi. Si preferisce la convivenza o addirittura si sceglie come terza alternativa, quella di rimanere ancorati il più a lungo possibile all’ambiente protettivo della propria famiglia. Della serie: amarsi sì, ma ognuno a casa sua.

I dati poi parlano chiaro, confermando quella che è ormai un’impressione generale. Con un Report sui matrimoni in Italia, l’Istat ha registrato infatti una diminuzione delle nozze, che sono anche sempre più tardive. L’età media al primo matrimonio degli uomini è pari a 34 anni, mentre quella delle donne è di 31 anni. I matrimoni celebrati sono stati 230mila nel 2009 e poco più di 217mila nel 2010. Circa 3 cerimonie ogni 1.000 abitanti e 30 mila celebrazioni in meno. Tra le regioni, il calo più marcato è quello di Lazio, Lombardia e Toscana. Il matrimonio è dunque in crisi e la tendenza alla riduzione delle nozze è in atto dal 1972, ma nel biennio 2009-2010 il calo è stato particolarmente accentuato. Aumentano notevolmente le convivenze, nonostante i numerosi impedimenti che queste coppie devono affrontare quotidianamente, non vedendosi riconoscere alcuni diritti proprio per non aver scelto il matrimonio.

In fatto di rapporti interpersonali, sposarsi o convivere sembra essere il vero e proprio dilemma del nuovo millennio. In passato il matrimonio era quasi una certezza, l’occasione per prendere in mano la propria vita e uscire di casa. La possibilità di sentirsi realizzata e sistemata per lei, l’occasione giusta per mettere la testa a posto per lui. Oggi invece le priorità sono ben altre e il matrimonio sopravvive laddove viene vissuto come una tradizione irrinunciabile o un evento singolare per gli eterni romantici. Una linea orizzontale di apparente stabilità, di volontà di dedicarsi completamente all’altro e la necessità di sottolineare un legame che già esiste.

Credits: difusiòn
Credits: difusiòn

La ricerca e il raggiungimento della sicurezza passano ormai per altri filtri, che non sono più necessariamente legati a un rapporto di coppia stabile. E se in alcuni casi c’è comunque il desiderio di creare un nucleo da cui dipendere in tutto e per tutto, le circostanze spesso non lo permettono e allora ci si adegua, aspettando il momento giusto. Quel momento giusto che è sempre più lontano e indefinito agli occhi di molte giovani coppie.

È sempre più difficile abbandonare una dimensione individuale, avventurandosi verso l’esperienza matrimoniale. La ricerca della realizzazione sul piano professionale, così come la crescita dal punto di vista personale sono le priorità. Priorità che la crisi economica ha reso sempre più difficili, alimentando il senso di precarietà. Si è precari anche nei sentimenti e la mancanza di certezze fa sì che si proceda in una relazione con i piedi di piombo, misurando bene le responsabilità, poiché se non è semplice gestire le difficoltà da soli, in due lo è ancora di più.

L’incertezza fa paura. Ma anche il matrimonio fa paura. E se non c’è in gioco la stabilità economica, subentra il timore di un carico di responsabilità non indifferente e un coinvolgimento eccessivo. C’è anche chi al fatidico sì associa la trappola dell’amore e il limite della propria libertà. Allora la convivenza sembra essere la soluzione più semplice e comoda, come prova prematrimoniale in vista di un’esperienza futura. Talvolta la convivenza diventa però una via di fuga davanti a scelte più convenienti o dinanzi alla mancata assunzione di vincoli e responsabilità.

Ma in questo panorama che sembra manipolare i rapporti di coppia in maniera burocratica ed economica, l’amore che ruolo ha? L’amore è la chiave, lo strumento principale che fa sì che convivenza e matrimonio persistano o falliscano nel tempo. Forse è proprio l’amore a fare la differenza in un’epoca in cui il “per sempre” come categoria temporale incute sempre più timore, sostituito dal più semplice “stare insieme, finché dura”.

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“Il mio capo è una bestia”

Parliamo di leadership.
Non so quali delle due frasi vi abbia colpito di più tanto da spingervi a leggere: “Il mio capo è una bestia” o “esistono più teorie sulla leadership…
Se siete fra i primi probabilmente sarete impiegati in aziende di piccole-medie dimensioni, nel caso della seconda dovreste essere già a un livello superiore in aziende medio-grandi o multinazionali.

Ciò che non cambia e che unisce indistintamente tutti, resta però il concetto di “capo”. O leader (a seconda che il vostro datore di lavoro preferisca esprimersi in bergamasco stretto, romano de borgata o nel tipico italenglish delle grosse aziende).

Sta di fatto che ognuno di noi ha una sua idea di come vorrebbe il suo capo, mutuata dalla propria esperienza personale e professionale e probabilmente, se mettessimo insieme tutte le nostre esperienze ci potremmo scrivere un libro. Potrebbe essere il primo esperimento di co-booking (esiste?)

(presunti) “Coach” e (miseri) formatori negli ultimi 4 anni dalla crisi hanno scoperto questo magnifico filone della leadership con la quale stanno cercando di ridisegnare il profilo del leader, intuendo che la stragrande maggioranza dei capi si divide in due grosse macrocategorie:

a) schizofrenici senza strategia che urlano dalla mattina alla sera ordini senza senso e passano la metà del tempo a controllare che i loro ordini siano stati eseguiti e a verificare “di chi è la colpa” (in genere questi hanno letto i libri di Jack Welch)
b) smidollati dall’infanzia incompiuta, perennemente indecisi che cercano continuamente conferme al proprio potere, accontentando tutti, promettendo carriere impossibili, utilizzando tecniche di comunicazione mutuate alla scuola di Roberto Re, incapaci di prendere una posizione confortati da qualche libro (in genere amano molto quelli di Johnson Spencer, uno che ama spostare formaggi, far sciogliere iceberg e creare manager in un minuto. Che durano anche un minuto) che un buon capo è anche un bravo mediatore.

Sfortunatamente per tutti, non ci sarà coach o formatore che vi farà diventare un bravo leader.

Non basta il biglietto da visita che avete fatto stampare su carta lucida che vi farà da scudo quando le vostre decisioni saranno fallimentari. Non basteranno i dieci collaboratori che vi state portando dietro dall’azienda precedente (e facendo dunque licenziarne altrettanti, ben più competenti di voialtri messi insieme) al fine di avere uno stuolo di signorsì al vostro comando con cui difendervi da domande corrette di cui non conoscete le risposte.

Un buon capo coinvolge e fa sognare i propri collaboratori intorno ad un progetto. Dimostra che la strategia funziona perchè primo fra tutti è quello che schiaccia i bottoni per farla funzionare e qui, non c’è teoria sulla delega degli anni Ottanta che tenga. Se non dai l’esempio, nessuno ti seguirà. Un bravo leader quella parola li non la scrive sul suo titolo aziendale; è una medaglia che gli viene riconosciuta dalla sua squadra per averla saputa gestire, ascoltare, ma anche scuotere. E’ quello che prende le decisioni, anche quando non sono sempre popolari e soprattutto quando sono in controtendenza da quelle che avrebbe preso la maggioranza. Se ottiene risultati è stato un innovatore, se ha fallito sa assumersene le responsabilità.

Creatività e mediazione non sono doti da leader. Sono le scappatoie proposte a chi sa di non avere capacità di strategia e di decisione sufficienti per guidare un gruppo o un’azienda.

Purtroppo, come dice il mio amico Max, ci sono più teorie sulla leadership che leader.

Mondiali Brasile 2014 e Qatar 2022: schiavi per cinque euro al giorno

Non si può morire per i Campionati Mondiali di calcio. Polvere,camion,betoniere,deserto. E tutto intorno montagne di pietre,sabbia grigia,cantieri. Scheletri giganti di cemento e acciaio fino all’orizzonte. Gru di ferro come stormi che salgono a sfiorare il cielo, nel buio tabelloni luminosi e la data di fine lavori.

E nel buio rimarranno a breve, anche gli oltre 400 lavoratori migranti nepalesi morti in Qatar, sulla maggior parte dei cantieri degli stadi dove si giocherà la Coppa del Mondo di calcio del 2022. La cifra arriva dal Pravasi Nepali Coorditation Committee, un’organizzazione per il rispetto dei diritti umani, che in questi giorni raccoglie gli elenchi dei morti utilizzando fonti ufficiali a Doha, ed è stata rilanciata dal periodico britannico The Observer. I documenti pongono la questione di come molti lavoratori migranti siano morti da quando al paese del Golfo sono stati assegnati i Mondiali: dal 2010 i nepalesi costituiscono infatti il 20% della forza lavoro nei cantieri. E il numero di decessi, sempre più in crescita, mette pressione sulle autorità del Qatar e sul governo mondiale del calcio, la Fifa, tanto che anche Theo Zwanziger, presidente della Federcalcio tedesca, ha pubblicamente criticato la decisione di assegnare il torneo al Qatar. Come risposta le autorità dell’emirato hanno recentemente pubblicato linee guida dettagliate sulle leggi da applicare ai lavoratori che vengono dall’estero.

Alla rassegna iridata qatariota mancano ancora otto anni e già si contano centinaia di vittime. La situazione che preoccupa di più, vista l’imminenza dell’evento in programma il giugno prossimo, è però quella brasiliana, dove si stanno registrando gravi episodi di incidenti sui cantieri e oltretutto ci sono ritardi nella costruzione degli impianti. Fabio Hamilton da Cruz è l’ultimo nome, in ordine di tempo, che verrà dimenticato tra quasi due mesi ad oggi, insieme agli altri operai, morti sulle impalcature degli stadi che ospiteranno i mondiali 2014.
Sempre che nel frattempo non succeda qualche altro incidente. Le cause della sua scomparsa vengono attribuite alla fatalità, anche stavolta; ma il Brasile viaggia a un ritmo troppo frenetico verso la competizione, e le scadenze ormai sono troppo vicine per poter rimandare i lavori. I cantieri restano aperti 24 ore su 24 ed è normale che alla fine qualcosa vada storto. L’operaio brasiliano è deceduto dopo un volo di quasi dieci metri mentre stava lavorando sull’impalcatura della futura tribuna dello stadio Arena Corinthians che ospiterà Brasile-Croazia la gara inaugurale di Rio 2014.
Questa è la terza vittima all’interno della struttura, ma comunque non parliamo dello stadio principe di questa vergognosa classifica. Durante la costruzione dell’Arena Amazonia di Manaus,infatti, hanno perso la vita ben quattro lavoratori. Manaus sarà lo stadio del debutto azzurro, il 15 giugno contro l’Inghilterra. Fabio è la seconda vittima degli ultimi quattro mesi, un altro incidente si era infatti verificato a Brasilia a Dicembre. I Mondiali sono un momento di coesione tra nazioni e di unione tra popoli oltre che un motivo di divertimento, questi Mondiali brasiliani si stanno macchiando di un’onta di sangue che sarà difficile dimenticare col gioco.

In Qatar, i lavoratori migranti nepalesi, sono sottopagati (appena 5 euro al giorno) e vivono in condizioni desolanti: alloggi sovraffollati, privi di aria condizionata e sistemi di depurazione, per di più senza acqua corrente. I valori che lo sport ci insegna sono competitività, lealtà, rispetto, perseveranza, coraggio, fatica, amore per quello che si fa, divertimento. E divertimento dei potenti non può e non deve essere la tomba della povera gente. E’ inconcepibile.

Non è tempo per i giovani, uno su due non riesce ad essere indipendente

Più che una scelta, sembra oramai diventata l’unica alternativa quella dei giovani tra i 18 e i 30 anni di vivere ancora con i propri genitori. A dircelo sono i dati pubblicati dall’agenzia Eurofound secondo i risultati di un’importante indagine dell’Unione Europea: l’European quality of life survey (EQLS).

Il Rapporto che fotografa la situazione sociale dei giovani di tutta Europa mostra una difficoltà diffusa a raggiungere l’autosufficienza.
Dati allarmanti, dietro i quali si nascondono non più fattori culturali o sociali, ma piuttosto economici e occupazionali.

In tutti i Paesi del Vecchio Continente, infatti, è in aumento la quota di chi vive con mamma e papà: tra il 2007 e il 2011 il numero dei giovani che non riesce a crearsi una propria indipendenza è passato dal 44% al 48%.
Nella classifica europea maglia nera per la Slovenia e Malta entrambe all’85%, subito dopo il nostro Belpaese con il 79%.
Ad essere coinvolti da questo trend negativo non solo i Paesi dell’Europa mediterranea, storicamente più interessati da questo fenomeno, ma anche l’Europa dell’est e quindi Ungheria, Lituania, Polonia. I giovani invece che abbandonano più facilmente la casa dei genitori sono in Finlandia, Germania, Paesi Bassi, Irlanda e Regno Unito che nei quattro anni presi in esame hanno visto diminuire questi numeri.

Traducendo le percentuali in cifre sono quasi 37 milioni le persone che non riescono a crearsi una vita indipendente tale da vivere per conto proprio. Affitto e bollette rappresentano spese non sostenibili, o perché il lavoro manca o perché con i soldi che si guadagnano arrivare alla fine del mese rappresenta un’utopia.

Un livello di dipendenza dalle famiglie d’origine che preoccupa per le implicazioni sociali e demografiche. Una società liquida, per dirla alla Zygmunt Bauman, dove a farla da padrone è l’instabilità.
Proprio una continua evoluzione è la base del fenomeno, come ha spiegato Anna Ludvineck, una delle autrici del rapporto in una recente intervista al The Guardian . “Non è solo il mondo del lavoro, tutto è in continua evoluzione – ha detto Ludivineck- le transizioni sono molto più imprevedibili di un tempo e la gente non sa più che cosa significa avere un solo lavoro per tutta la vita o vivere per sempre nello stesso posto”. E le implicazioni, sul piano sociale, sono sotto gli occhi di tutti per Ludvineck, ritardando il passaggio all’età adulta e facendo percepire forti livelli di esclusione sociale.

Il dibattito in Italia è aperto da anni sulla questione: i giovani restano tra le quattro mura dei genitori perché non riescono ad andare via o perché in fondo è più comodo così? Forse non hanno il coraggio, forse preferiscono stare sotto un tetto sicuro. E così risuonano quei termini infelici con cui di anno in anno ci si è rivolti ai giovani.

Le parole, però, sono importanti e pesano, soprattutto quando si scontrano con un disagio collettivo. Pochi mesi fa ha fatto discutere la dichiarazione di John Elkann, presidente della Fiat che disse:“Molti giovani non trovano lavoro perché stanno bene a casa o perché non hanno ambizioni”. Stereotipi e giudizi inaccettabili soprattutto se arrivano da chi non ha sudato per conquistarsi il suo lavoro.

Nel 2007 fu Tommaso Padoa Schioppa ai tempi Ministro dell’Economia, a catturare l’attenzione con la sua celebre frase “Mandiamo i bamboccioni fuori di casa. Incentiviamo a uscire di casa i giovani che restano con i genitori, non si sposano e non diventano autonomi. È un’idea importante”. Era un’idea importante, lo è ancora incentivarli, dando le possibilità per compiere questo passaggio. Ma definirli bamboccioni, proprio non fu un’idea felice.

Gli stessi giovani che, secondo l’allora Ministro del Welfare Elsa Fornero, erano choosy. Schizzinosi, insomma, in quanto a scelte lavorative, in perenne attesa di un posto ideale, quello fisso. Frasi fuori misura, che non tenevano affatto conto del fatto che, molti giovani, l’idea del lavoro dei sogni l’avevano riposta in un cassetto, accanto a lauree, dottorati e master vari.

Come dimenticare poi Mario Monti che in qualità di Presidente del consiglio nel febbraio 2012 definì monotono un posto fisso, sottolineando che fosse meglio cambiare. Peccato, però, che per chiedere un mutuo, solo per fare un esempio, le banche preferiscano quelli monotoni.

Sorprende (o forse no) che, negli anni, proprio dalla politica siano arrivate dichiarazioni fuori luogo, termini che tengono conto del reale sentiment che accumuna i giovani alle prese tra scelte-non scelte, desideri compressi. I dati Eurofound mostrano che l’allarme degli ultimi anni è divenuto un problema non più rimandabile.
La conseguenza è un serio immobilismo della società, dove a rimetterci sono tutti. Non solo i giovani.

Fonte [Rapporto Eurofound]

[Fonte cover photo: studenti.it]

Lo spoiler che ti rovina il finale. O forse no

Ci avviciniamo ai finali di stagioni e per i maniaci seriali di questi tempi non c’è demone peggiore dello spoiler. Roba da chiudersi in casa per giorni, spegnere i telefoni, tenersi a distanza di sicurezza da internet, saltare la rassegna stampa quotidiana, e tutto per evitare di sapere come finirà la serie che per mesi li ha tenuti incollati allo schermo. Lo Spoiler (dall’inglese to spoil, “rovinare”) è un termine gergale che inquadra un rischio con cui purtroppo convivono tutti i patiti della serialità: quello che qualcuno, anche involontariamente, riveli climax e cliffhanger che mai e poi mai avrebbero voluto conoscere in anticipo. Ricordate il panico da spoiler che si diffuse il giorno dopo il gran finale di «Lost»? Poche ore dopo la messa in onda sulla ABC, l’Italia già sapeva che ne sarebbe stato dei superstiti del volo Oceanic 815. E no, in quel caso non fu il post di qualche sadico buontempone a svelare, dopo sei stagioni, il mistero dell’isola ma addirittura l’Ansa.

Credit Photo: Abc
Credit Photo: Abc

Quello di «Lost» è il caso più emblematico di un fenomeno che pur da sempre esistito, è esploso all’inverosimile solo negli ultimi anni. La prima apparizione del termine risale al 1971, quando sulla rivista «National Lampoon» un articolo di Doug Kenney riportava una lista di finali di film famosi. Con internet lo spoileraggio si è diffuso a macchia d’olio come un virus: l’ubiquità della rete, la velocità e la mole di informazioni che viaggiano su essa, lo rende quasi impossibile da evitare. Il paradosso però, è che ormai tutto rischia di diventare uno spoiler, anche la più banale delle rivelazioni. Anche quel semplice “il medico Jack Shephard riesce a salvare l’isola”, che in fondo dice tutto e non dice niente, diventa il modo più veloce per farsi degli acerrimi nemici. Perché per i serial addicted guardare intere stagioni di uno show è un investimento di tempo ma soprattutto di emozioni. Ci si affeziona ai personaggi, ci si preoccupa di ciò che accade loro.

Credit Photo:  Denis Raev/123RF
Credit Photo: Denis Raev/123RF

Lo spoiler se conosciuto manda in pezzi questa relazione affettiva. Come il tradimento di un partner ci rende fragili e insicuri, la mancata curiosità dell’incertezza che può provocare una rivelazione indesiderata, smorza l’entusiasmo del fan seriale fino all’estrema conseguenza di abbandonare lo show, per sempre. Non per tutti è così, ovviamente (e per fortuna). Se da un lato c’è chi lo disprezza e fa di tutto per evitarlo, dall’altra c’è chi invece lo ama a tal punto da andarselo a cercare. C’è anche chi usa lo spoiler in modo creativo come quel professore di Parigi che ha minacciato di rivelare il finale di «Game of Thrones» a una classe di studenti indisciplinati; a volte, poi, sono gli stessi showrunner a cavalcare il fenomeno per aumentare l’hype di una serie, seminando deliberatamente indizi rivelatori.

Credit Photo: Getty Images / Swerve
Credit Photo: Getty Images / Swerve

“Non dirmi come va a finire, non l’ho ancora visto”. In un ecosistema web praticamente perfetto ogni post o tweet potenzialmente rivelatore sarebbe etichettato con il buon vecchio *Spoiler Alert*, ma questo non sempre avviene. Non esistono nemmeno regole efficaci in grado di limitarne gli effetti. Siti specifici come IMDb e Rotten Tomatoes hanno severe policy per proteggere gli utenti. Lo stesso i forum. Ma questi accorgimenti non sempre bastano. L’appassionato di serie tv lo sa bene. L’unica basilare norma di sopravvivenza è: mai, per nessun motivo, restare indietro di qualche puntata. Non è un lusso che ci si può permettere, perché non c’è rispetto per chi resta indietro.

Credit Photo: Qwertee
Credit Photo: Qwertee

Lo streaming web (illegale o no) ha mescolato ulteriormente le carte in tavola. La fruizione di prodotti televisivi e cinematografici oggi è più semplice. La dilatazione della messa in onda tra un paese e l’altro è praticamente inesistente. Tutti possono vedere tutto subito e “spoilerarlo” immediatamente dopo. Inutile però incolpare i live watcher e il loro bisogno irrefrenabile di discutere con la collettività dell’esperienza di visione appena vissuta. Del resto la tv è sempre stata una forma di intrattenimento sociale. Ai tempi di «Beverly Hills» e «Dawson’s Creek» i nostri commenti a caldo erano relegati alle telefonate agli amici prima di fare i compiti. Nell’era del “secondo schermo” la discussione sui programmi tv è online, globale, in tempo reale e grazie a social come Twitter raggiunge livelli di coinvolgimento mai registrati prima. Il desiderio di guardarsi il nuovo episodio di «Homeland» settimane dopo la messa in onda quindi non può avere la precedenza assoluta sul bisogno di comunicare del resto del mondo che lo ha già visto. In fondo la cadenza settimanale delle serie tv serve proprio a questo, a elaborare ipotesi, fare congetture, mantenere vivo l’interesse attraverso la discussione. Consapevoli di questo, evitare o no lo spoiler è solo una nostra responsabilità.

lo spoiler che ti rovina il finale o forse no

Ma in fondo sapere già come andrà a finire, rovina davvero il piacere della scoperta? Una ricerca dell’Università di San Diego sostiene per esempio che conoscere il finale di un libro addirittura motiva il lettore a leggerlo fino alla fine. Se no, come si spiegherebbe il gusto di rileggere un romanzo più volte? Per le serie tv, Colombo docet. Gli appassionati del poliziesco con Peter Falk ricorderanno che l’identità dell’assassino veniva svelata all’inizio, eppure rimanevano incollati fino alla fine, perché il divertimento era proprio vedere come il tenente riusciva a smascherare il colpevole. Sapere che X morirà, è diverso da sapere che X morirà per questo o quest’altro motivo. Sopravvalutiamo la suspense di un finale scioccante, dimenticandoci di quanto una trama ben scritta e avvincente possa ugualmente sorprenderci lungo il suo cammino.

E se non siete ancora convinti, allora basta chiudere Facebook e Twitter, qualche ora, al massimo un giorno. Non sarà certo la fine del mondo.

[Credit Photo Cover: Ollyy/Shutterstock]

Da Sordi a Pio e Amedeo, la parabola amara della comicità italiana

Ci voleva Captain America per rubare la scena a Pio e Amedeo: lo scorso weekend il supereroe Marvel ha scalzato Amici come noi, l’esordio sul grande schermo del duo comico de ‘Le iene’, in vetta al box-office per due settimane.

Avevamo bisogno proprio di Captain America per salvarci da Pio e Amedeo? A quanto pare sì. Perché se esaminiamo gli incassi al botteghino dei mesi precedenti, dal Fuga di cervelli di Ruffini ai Due Soliti Idioti, fino all’uomo dei record Checco Zalone (benedetto dall’asso pigliatutto Pietro Valsecchi), Pio e Amedeo sono solo una delle tante conferme: la comicità italiana, almeno quella sul grande schermo, non se la passa esattamente bene.

Senza andare troppo lontano – evitando di scomodare Totò, i De Filippo o Aldo Fabrizi – il gap tra la situazione attuale e quella in vigore fino alla metà degli anni ’80 è evidente. Cerchiamo allora di capire come abbiamo fatto, in meno di trent’anni, a passare da Alberto Sordi a Pio e Amedeo, partendo da quando aveva ancora senso parlare di comicità all’italiana.

Da nord a sud, dall’alto al basso

Se c’è una cosa che caratterizza il nostro umorismo cinematografico di un tempo è la sua natura composita. Il panorama comico del Belpaese, almeno sino agli anni ’80 (con la rivoluzione delle tv private) offre un menu variegato. Una varietà non solo diatopica, che va dalla Lombardia di Pozzetto alla Sicilia di Lando Buzzanca, passando per la Roma di Sordi e la Campania di Troisi, ma anche diafasica. Il genere di quel periodo sa parlare sia dell’alto, sia del basso: ci sono Un americano a Roma, Fantozzi e Ricomincio da tre, ci sono anche i Pierini di Alvaro Vitali o le commedie ad episodi con Lino Banfi e Pippo Franco che, nonostante il valore artistico quasi nullo, si rivelano spesso efficaci operazioni-risata. Non è un caso se, negli anni a venire, i vari L’allenatore nel pallone o Vieni avanti cretino sono diventati piccoli cult, simboli di un cinema grossolano e disimpegnato, a suo modo caparbio, certamente genuino.

Massimo Troisi in 'Ricomincio da tre'
Massimo Troisi in ‘Ricomincio da tre’

Un universo TV-centrico

Negli annali della comicità all’italiana non ci sono solamente fenomeni dunque. Allo stesso modo, sarebbe errato tentare di individuare la ragione del declino degli ultimi decenni nella mutazione dei gusti del pubblico: la vis comica è uno di quegli elementi che al cinema risentono di meno dello scorrere del tempo. Miseria e nobiltà fa ridere anche a distanza di sessant’anni. Per capire invece perché la comicità italiana ha ceduto il passo a quella italiota, è necessario considerare due aspetti, questi sì, soggetti ai tempi che cambiano. Perché se è un dato di fatto che negli anni ’80 lo spettacolo, almeno quello mainstream, è diventato TV-centrico (a discapito del grande schermo), questa inversione dei poli si è ripercossa sul cinema. In precedenza l’attore comico, persino la macchietta, nella maggior parte dei casi iniziava recitando. Poco cambia se partendo dal teatro, dal locale di cabaret o davanti la macchina da presa. Erano anni in cui la parola gavetta aveva ancora un significato, in cui la carriera vera e propria cominciava almeno dopo varie stagioni di anonimato. Un periodo distante anni luce rispetto ad oggi, in cui il cinema diventa la proiezione di ciò che nasce e si sviluppa, a velocità supersonica, sul piccolo schermo: si inizia con Indietro tutta e Drive In (Ezio Greggio, Nino Frassica), si prosegue con Mai dire Gol (Antonio Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo), per approdare a Zelig (Zalone, Ficarra e Picone), MTV (I soliti idioti), Le Iene e addirittura internet, con lo youtuber Frank Matano reclutato da Ruffini per Fuga di cervelli.

Gianfranco D'Angelo ed Ezio Greggio in 'Drive in'
Gianfranco D’Angelo ed Ezio Greggio in ‘Drive in’

Il ricambio generazionale

Che adesso a dettar legge sia la TV non è necessariamente un male però. Bisogna godere di una veduta panoramica per arrivare al cuore della questione, eludendo sin da subito un pregiudizio: i Pio e Amedeo ci sono sempre stati. Una volta avevamo i Gigi e Andrea, i Gatti di Vicolo Miracoli, persino i Trettrè. Il problema semmai è il contrario: una volta, oltre ai mostri sacri in precedenza citati, avevamo anche i Luciano Salce, gli Steno, i Sergio Citti, formidabili mestieranti e maestri della dissacrazione. I Carlo Croccolo, gli Aldo Maccione, i Mario Carotenuto, fuoriclasse dei tempi comici. I Gigi Proietti e i Lino Toffolo, istrioni di lusso.
La situazione odierna è ben diversa: Aldo, Giovanni e Giacomo non fanno più ridere da dieci anni, Benigni e Verdone da venti, Villaggio da trenta. I vituperati Boldi e De Sica, dopo aver strenuamente difeso per decenni un prodotto che li aveva visti protagonisti, virano pian piano verso le commediole soft. L’unico a tenere botta sembra essere Papaleo, esploso tardi da attore.
Insomma, per usare l’espressione preferita di chi critica la Nazionale dopo un Mondiale fallimentare, è mancato il ricambio generazionale.

Non c’è da meravigliarsi quindi se di questi tempi i Pio e Amedeo di turno sfondano con tanta disinvoltura: in mezzo ai nani, anche una persona di media statura può svettare facilmente.

[Ph. Credits: movieplayer.it]

Quello che le emoticons non dicono

Sorrisi, lacrime, rabbia, odio, disgusto: tutte le emozioni più comuni hanno conquistato un ruolo fondamentale nelle nuove forme di comunicazione, sui vari social e nelle chat. Le parole nude, fredde, digitali, non sempre sono in grado, nell’immediatezza delle relazioni e dei mezzi a disposizione, di far trasparire impressioni e sensazioni proprio come vorremmo.

Quando due individui comunicano, infatti, utilizzano, per produrre le reazioni mentali desiderate nella mente del destinatario, messaggi verbali, fatti di parole, messaggi paraverbali, composti da più fattori, come intonazione, pause o inflessioni e messaggi non verbali, come postura, gestualità e mimica.

Prossemica (autocollocazione dell’individuo nello spazio), cinesica e paralinguistica costituiscono l’80% della comunicazione, dal momento che solo il 20% del pensiero è veicolato dalla parola.

Sorge spontanea, dunque, una domanda: quanto si può parlare di comunicazione se, nelle nuove forme relazionali, via social e via chat, è impossibile attuarne la principale costituente? Si è cercata una soluzione nella creazione di una modalità utile ad integrare espressioni ed emozioni nel linguaggio digitale.

Nel 1982, il professor Scott Fahlman lasciò su una bbs, antenata degli attuali forum, un tris di caratteri (due punti, trattino e parentesi) poi entrato nella storia come “smiley” o emoticon, e divenuto oggi un vero e proprio codice comunicativo.

Così la punteggiatura va a sostituire quelle che sono le principali espressioni umane e lo smile va ad integrare la pesante assenza del linguaggio non verbale, impossibile da filtrare attraverso uno schermo. Palesiamo sul web le nostre emozioni, abusiamo delle emoticons per immediatezza, moda, spesso superficialità.

Nell’era digitale, la popolazione, fruitrice in altissima percentuale dei mezzi social, si è creata un modo per investire la totalità dei propri pensieri nelle varie relazioni digitali. E se da un lato l’inserimento di questo sistema è risultato chiarificatore nell’interpretazione delle conversazioni tra gli individui, dall’altro ha lasciato che i soggetti identificassero e stilizzassero le proprie emozioni, riducendone così la piena consapevolezza e il pieno dominio.

Tutti i sentimenti e gli stati d’animo sono, così, palesati, ostentati, riprodotti e speculari: attraverso i filtri dello schermo, ognuno di noi costruisce l’ideale di sé, presentando al suo interlocutore il meglio di quello che è: una comunicazione sul web, tra sconosciuti, risulta essere una comunicazione fittizia, pregna di meccanismi di interpretazione e immaginazione, veicolati attraverso pochi segni iconografici, che nascondono più di quanto mostrino.

Non si è collocati nello spazio, non si ha reale percezione di quanto ampio sia il numero di lettori a cui siamo esposti. Ci si sente liberi, con lo schermo a fare da scudo e la vita reale a fare da nascondiglio.

Viene simulata una conversazione faccia a faccia, con tanto di messa in scena del contatto fisico e di creazione di un ambiente virtuale visibile. Il carattere oralizzante della scrittura delle chat, emerge prepotente in elementi linguistici diversi: i segnali discorsivi legati al dialogo, le emoticons, gli ideofoni (ah ah per una risata), la spezzatura sintattica, la punteggiatura che riproduce l’intonazione parlata, parole interamente maiuscole ad indicare il tono di voce urlato, e così via” spiega la docente Ilaria Bonomi del Dipartimento degli Studi Letterari, Filologici e Linguistici di Milano.

E proprio sul distacco tra vita reale e vita simulata, sui social e nelle conversazioni in rete, si è incentrato lo studio condotto dal professor Alberto Fornasari e dal suo team di ricerca dell’Università di Bari. Osservare l’utilizzo dei social da parte degli adolescenti, esaminando un campione di oltre millecinquecento studenti delle scuole superiori, per meglio comprendere se la Rete (quella digitale) e i Social network, in particolare, siano un acceleratore o un ostacolo alla capacità di costruzione di una “rete” reale di relazioni e di conoscenze.

I risultati sono stati sorprendenti e inaspettati. Spiega Alberto Fornasari: “Il primo risultato che emerge è che il comportamento degli adolescenti, tutt’altro che patologico, denota una piena consapevolezza di cosa sia reale, distinguendolo dal mondo virtuale. Dalle risposte dei ragazzi, emerge che il web è usato per comunicare a livello intra-territoriale e non extra-territoriale. Insomma, internet ci può rendere cittadini NEL mondo, ma non cittadini DEL mondo, che è l’obiettivo finale dell’educazione interculturale, nonché sfida attualissima che le nuove generazioni si trovano ad affrontare.

La maggior parte degli intervistati afferma, dunque, di mettere in gioco, nella vita virtuale, attraverso i suoi mezzi, sentimenti autentici, pensieri formati e completi, non inibiti o disinibiti dal filtro dello schermo, cosa che invece accade più facilmente ai soggetti adulti.

Al momento, tuttavia, uno smile è tutto ciò che abbiamo per far arrivare un sorriso a chi vogliamo. Utilizzarlo con parsimonia ne incrementerà il valore.

Castagnetti: ‘Io, il Pd e la politica di oggi’ (Intervista)

Pierluigi Castagnetti ha rappresentato per anni uno dei punti di riferimento per quell’area ex Dc che con fatica, ma caparbietà, è riuscita a ritagliarsi uno spazio nel Centrosinistra, riuscendo a portare a compimento una fusione con la tradizione socialdemocratica che mancava al Paese e rappresentava un gap rispetto agli altri Partiti di Sinistra europei.

Segretario del PPI, protagonista assoluto nella Margherita, è stato fino alla penultima legislatura uno dei più importanti esponenti del Partito Democratico, che ha contribuito a costruire. Presidente della Giunta per le Autorizzazioni a procedere della Camera dei Deputati dal 2008 al 2013, oggi rappresenta ancora una delle voci più autorevoli per il suo partito. Con questa intervista si vuol dare la possibilità di fare riflessioni sulla situazione politica odierna.

Le risposte, non prive di osservazioni interessanti, risultano uno strumento utile per chi cerca di capire meglio questo momento politico.

[Credits photo: 24emilia.com]
[Credits photo: 24emilia.com]

La decisione di far aderire il Partito Democratico nel gruppo del PSE ritiene sia stato un errore vista la volontà iniziale del Partito di collocarsi al di fuori dei gruppi storici PSE e PPE? Se si quale sarebbe stata la sua opinione sull’alternativa migliore, da illustre rappresentante dell’area cattolico sociale del PD?

Sì lo considero un errore. Il Pd è nato con l’ambizione di rappresentare una novità, sia in Italia che in Europa. La novità di un partito post-ideologico in grado di modernizzare l’intero sistema politico. Entrare nel PSE, la famiglia dei socialisti europei nata nel novecento, ha significato rinunciare a questa ambizione. E’ evidente che la collocazione del Pd in Europa deve essere nell’area dei progressisti, ma in quell’area ci si può stare, com’è accaduto negli ultimi cinque anni, con la propria autonomia, rappresentando una novità- termine di paragone e provocazione a cambiare per i partiti tradizionali. Quando nacque l’Ulivo la socialdemocrazia europea lo salutò come la novità che avrebbe costretto tutti i partiti progressisti a cambiarsi. Poi non accadde nulla. Sino alla nascita del Pd e alla nostra associazione nel Parlamento europeo al gruppo dei socialisti, ponendo come condizione il cambio del nome e dello statuto, “Socialisti e Democratici”. La nostra adesione al Pse, se proprio la si voleva fare avrebbe dovuto rappresentare un passo in avanti com’erano disponibili a fare – questo a me risulta – i partiti socialdemocratici nordeuropei.”

Per sua decisione lei si è distaccato dall’impegno diretto nelle istituzioni. Come vede da spettatore esterno ma interessato il nuovo Parlamento? E come considera l’attività parlamentare del M5s?

Il nuovo Parlamento, per tante ragioni, è condizionato dalla sua composizione che non consente la definizione di una maggioranza omogenea. Purtroppo non ci si può attendere molto sul piano operativo.
Il M5S è stato, nelle ultime elezioni, un mero raccoglitore dei voti della protesta che le politiche di austerità hanno alimentato nel paese. E, come tale, si comporta in Parlamento. Protesta senza capacità di rappresentare un’alternativa politica, e senza la minima responsabilità che l’interesse del paese richiederebbe a tutte le forze politiche, qualunque sia la loro collocazione
.”

La storia politica di Renzi seppur con le dovute differenze è stata affine alla sua, con l’ex Sindaco di Firenze che è cresciuto nel PPI e nella Margherita, entrambi Partiti in cui lei è stato protagonista. Ritiene che col suo esecutivo stia portando avanti una politica di continuità con quella tradizione?

No Renzi, che pure viene dai Popolari, non lo si può giudicare con le categorie del passato. È un uomo di rottura che esprime programmaticamente la volontà di rompere con i passati equilibri, per tentare la profonda modernizzazione di un sistema che dopo oltre 60 anni si è obiettivamente logorato. Ci riuscirà? C’è da augurarselo, nell’interesse del Paese.”

 [Credits photo: www.lindifferenziato.com]
[Credits photo: www.lindifferenziato.com]

Come considera la legge elettorale e le riforme istituzionali scaturite dall’accordo tra Renzi e Berlusconi?

Le considero migliorabili. Ciò che importa, in questa fase, è coinvolgere la maggior parte possibile del parlamento. La Costituzione si cambia convincendo chi ha perplessità. Aldo Moro, in una situazione analoga, parlò con tutti i parlamentari dubbiosi. In ogni caso, quando si vogliono fare le riforme, occorre creare quello spirito costituente che richiede l’abbassamento dei toni e l’innalzamento dello sguardo verso il futuro.”

Il suo sito, contrariamente a quello di molti suoi colleghi, è ben curato. Ritiene che questa sia la formula adatta per raggiungere l’elettorato più giovane?

È una delle modalità. Certo il linguaggio delle nuove generazioni è molto diverso da quello mio. Occorre almeno usare gli stessi mezzi, per trovare una modalità di dialogo. Sto su Twitter proprio per questo.

Questa intervista lascia una strana sensazione; la “rottamazione” di Renzi non può e non deve essere generazionale, ma mirata ai politici che non sono più in grado di comprendere la politica di oggi. Questo non è il caso dell’On. Castagnetti.

[Credits immagine in evidenza: ultimaora.net ]

Non è con un cv (europeo) che troverete lavoro

Sono tempi di vera creatività, parola fin troppo abusata. Direi meglio, di distinzione.

Tutti vanno in guerra con la stessa arma, è molto probabile che gli avversari abbiano già trovato la difesa più adatta. E allora, come fare per superare la prima trincea?

Stiamo parlando di curriculum e di lavoro, naturalmente. E la prima trincea è il primo ostacolo che ci divide dalla scrivania di colui o colei che ci intervisterà per capire se siamo in linea con la posizione professionale per la quale stiamo proponendo la nostra candidatura. O magari non c’è alcuna ricerca in corso, eppure le aziende più attente, cercano costantemente “talenti”.

La stragrande maggioranza dei candidati utilizza un’arma ormai obsoleta, che nel confuso mondo dei candidati ha un nome che riporta alla mente i vicoli di Parigi, i barreos di Barcellona e i geyser islandesi: si tratta del mitologico “cv europeo”, che avrebbe dovuto rappresentare la parola d’ordine con cui si sarebbe aperto il sesamo, rendendoci riconoscibili in tutti i Paesi europei.

Peccato che questo formato sia rimasto incagliato nei meandri dell’uffico del burocrate che l’ha prodotto in un momento di delirio onanistico, quando sarebbe bastato telefonare a due micro-esperti di risorse umane per abortire il progetto in partenza.

Ci hanno pensato le aziende a stroncarlo (mentre la PA, inizia a capirlo adesso…). Già sette anni fa il gruppo FiordiRisorse, organizzando un incontro con i maggiori direttori del Personale del Centro Italia ed alcuni recruiters affermati, aveva realizzato un e-book con video interventi su come costruire un cv “coerente” che rispondesse alle necessità delle aziende. L’ebook, comprensivo di formato “coerente” è tutt’ora scaricabile da I-tunes.

Tuttavia, se vogliamo fare un ulteriore passo in avanti, abbiamo tre esperienze davvero estreme che hanno a loro volta superato ulteriormente il concetto generico di curriculum.

Stiamo parlando degli esperimenti creativi di Damiano Tescaro, appassionato di video games, che notando la mancanza di una versione italiana del suo gioco preferito ha inviato questo video all’azienda che lo produceva, proponendosi per l’incarico.
Inutile dire che oggi Damiani lavora per la Blizzard, pur avendo ricevuto diverse proposte dopo che il suo “video-cv” ha raggiunto uno sproposito di visualizzazioni su YouTube e sia diventato un vero e proprio “caso” fra gli amanti del personal branding e del recruiting.

Di questi giorni invece i due casi più recenti: quello di Robby Leonardi, programmatore, che ha deciso di distinguersi dai suoi “competitors”, creando un cv davvero originale che non solo parlasse di sè, ma che dimostrasse di fatto ciò che sa fare, unendo tecnica a creatività.

L’ultimo esempio riguarda Jezabel, una candidata che aspira a funzioni di marketing e pubblicità, che accordandosi con il produttore, ha inviato decine di scatolette di “Lego” con la sua figurina da montare e all’interno un foglietto di “istruzioni” con cui descrive il “prodotto” in dettaglio e il suo funzionamento.
Occupandosi di marketing, ha anche lei come i due precedenti esempi, dato dimostrazione delle sue capacità anzichè lasciarle raccontare ad un cv.

A scando di equivoci, per chi volesse sottrarsi al ragionamento con un semplicistico “facile per chi lavora nell’informatica”…, ecco qui ben 25 tipi di autoproposizione originale

Ciò che voglio dire è che qualsiasi tipo di cv intendiate adottare, oggi più che mai è necessario spostare l’attenzione sull’unicità di se stessi proprio come se si presentasse un prodotto.
Le aziende vogliono essere stupite e i selezionatori aziendali vanno sorpresi con le idee.

Provate a fare piccoli esperimenti non troppo “innovativi”. Un Paese come il nostro non è ancora pronto per grandi cambiamenti nell’area delle Risorse Umane. Alcuni direttori del personale ancora guardano la riga degli hobby o vi classificano se giocherellate nervosamente con il biglietto da visita. .
Psicologi e PNL hanno fatto più danni del tifone Fornero e li pagheremo ancora per qualche decennio.

Iniziate con differenziare qualche azienda fra quelle che avete sottolineato nella vostra lista degli interessi.
Quelle che hano una buona reputazione per innovazione, informalità, attenzione ai nuovi media provate ad approcciarle con qualche strumento meno tradizionale. Tentate la carta dell’originalità senza ssconfinare nel trash, ma coerentemente all’area professionale che ricoprite e cercate di vedere l’effetto che fa.

Scartate le aziende poco curiose e mandate loro una lettera di ringraziamento per il disinteresse, ma al momento non siete disponibili per il passato. Vi faremo sapere.

Inter: l’uomo giusto non è Mazzarri, almeno per Thohir

Questa volta ci ero cascato in pieno: Mazzarri mi sembrava la scelta giusta. L’avevo detto in estate, ne ero convinto a maggior ragione dopo le prime giornate di campionato. Mi sbilanciai, dopo Inter – Genoa, prima giornata di campionato, dicendo che finalmente all’Inter ognuno aveva idea di cosa doveva fare, esattamente. Una ricetta semplice: Alvarez gioca largo a sinistra, Jonathan spinge sulla destra, Palacio attacca gli spazi, la difesa è più solida con Campagnaro. Niente improvvisazioni, solo schemi, lavoro, applicazione.

Poi succede che ti sfugge la squadra dalle mani e, a sette giornate dalla fine, ti ritrovi con un punto in meno di Andrea Stramaccioni. Un altro che, dopo aver espugnato la Juventus Stadium, era stato ribattezzato The New One. Salvo poi essere messo in croce a fine stagione: incompetente, senza polso, senza idee, ma chi gli ha dato il patentino. Viceversa io penso che Stramaccioni sia un allenatore molto preparato che deve darsi un’altra possibilità. Deve darsela lui abbassando le pretese e mettendosi a disposizione di un buon progetto, anche in serie B. La verità è che, come disse Bobo Vieri ormai 15 stagioni fa, all’Inter è un inferno. Lo era ai tempi di Moratti, lo è ancora di più oggi, con un passaggio di proprietà in corso e uno come Eto’o che ammette, candidamente, che Moratti conta ancora tantissimo.

Eppure le strategie di Thohir sembrerebbero chiare. Ingaggi ridotti, un mix di giocatori giovani e big a paramentro zero, meglio se provenienti da grandi squadre della Premier League. Vidic, autore del gol del vantaggio del Manchester ieri sera contro il Bayern, è solo il primo esempio. Il magnate (che proprio magnate non è, diciamo che si tratta piuttosto di un bravo e serio imprenditore) indonesiano nutre una stima incondizionata verso due giocatori che a Mazzarri proprio non vanno giù: il figliol prodigo Guarin e il bambino d’oro Kovacic.

Bisogna ammettere che Guarin ultimamente fa pochissimo per guadagnarsi la fiducia del suo tecnico: il retropassaggio scellerato che ha permesso al Livorno di pareggiare lunedì è solo la cliegina sulla torta di una vicenda iniziata con i capricci per andare alla Juventus e conclusa con la firma sul contratto che lo lega all’Inter fino al 2017. Kovacic ha avuto diverse possibilità, ma mai con continuità. O il giocatore non è adatto al gioco di Mazzarri, oppure Mazzarri non è adatto a far giocare questo tipo di giocatori nelle sue squadre.

La differenza non è sottile. D’altronde nemmeno Benitez riesce a sfruttare le abilità di Hamsik quanto il tecnico di Livorno, e forse Cavani non segnerà mai più tanti gol. Ma siamo sicuri che l’apparentemente placido Thohir abbia intenzione di continuare (o forse sarebbe meglio dire iniziare) il proprio corso con Mazzarri? Gli indizi non sembrerebbero buoni. Forse non siamo abituati alla risolutezza indonesiana eppure, a me, il tipo non sembra uno che si fa grossi scrupoli. Non se li è fatti con Zanetti quando l’ha liquidato con un laconico “a fine stagione parleremo del futuro“, non se li farà con un allenatore che non considera di statura internazionale. Un particolare apparentemente banale: Mazzarri non parla inglese. Per l’idea di internazionalizzazione che ha Thohir, contare su un allenatore che parla solo l’italiano non è un bel biglietto da visita.

D’altronde le interviste di Thohir le ascolto e le analizzo attentamente: le parole più usate sono brand, business, agreement, money. Peppino Prisco non capirebbe nemmeno i sottotitoli in italiano, e non per ignoranza. Thohir non parla mai di passione, tifo, colori e storia. Forse era quello che ci voleva, dopo tanti anni di investimenti folli dettati solo dall’amore di Moratti per l’Inter. Ma permettetemi di sentirmi un po’ spiazzato, da sportivo, davanti a tanta confusione. E capisco anche perché Mazzarri si sia perso per strada le convinzioni di inizio stagione. Intanto c’è un tecnico che con l’Atletico Madrid sta stupendo il mondo intero. Gli esperti dicono che non lascerà mai la Spagna per l’Inter. Io dico che se dovesse vincere la Liga, o la Champions, Simeone lo farà. E l’Inter sarà la destinazione.

Credits Cover: www.gianlucadimarzio.com

L’Aquila: dopo cinque anni ancora lavori in corso

Beati gli altri italiani, quelli che il terremoto dell’Aquila possono ricordarlo solo una volta l’anno. Per gli aquilani, infatti, quella del sei aprile è tutt’al più una ricorrenza formale: il terremoto vive davanti agli occhi di tutti ogni giorno. Basta uscire di casa, guardarsi attorno e, Aprile o Dicembre che sia, il paesaggio è ancora impietoso.

Ogni 6 aprile, tuttavia, continua a ripetersi una fiaccolata in memoria delle vittime. Da quando, quella notte del 2009, in meno di 30 secondi persero la vita 309 persone, di anno in anno il dolore non solo torna, ma aumenta – come nel 2011, quando alle 309 vittime provocate dal terremoto se ne sono aggiunte altre due: Pamera Mattei e Maria Grazia Rotili, 18 e 19 anni, persero la vita in un incidente d’auto proprio di ritorno dalla commemorazione, la notte tra il 5 ed il 6.

Ormai però la ferita comincia a non essere più fresca; in cinque anni la città ha subito una metamorfosi sconvolgente. All’inizio è come se l’Aquila fosse esplosa: il centro storico era un enorme cratere impraticabile e tutto ciò che si trovava al suo interno era schizzato lontano. Uffici, attività, locali, negozi e scuole sono stati dislocati da una parte all’altra della città, popolando una periferia che prima del sisma non esisteva.

Pian piano i cittadini sono tornati, ma L’Aquila post-sisma non era più la stessa città. Non si trattava di ritrovare una quotidianità smarrita, bensì di reinventarne una da capo. Nuove strade, nuovi cartelli, nuove case. Per tutta l’estate 2009, l’allora governo Berlusconi ha fatto sì che su terreni fino ad allora deserti sorgessero decine e decine di complessi antisismici dove potessero rientrare i nuclei familiari le cui abitazioni avevano subito i danni più ingenti. Iniziò così la polemica infinita su quello che ora è noto come “Progetto C.A.S.E.“: Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili.

Sono costate troppo? Sono davvero sicure? Non si poteva optare per i più economici M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori)? A cinque anni dal sisma, le “casette di Berlusconi” sono parte integrante del paesaggio e, al 21 marzo 2014, ospitano 11.699 persone. La vita al loro interno non è facile, come non è mai facile adattarsi a condividere pochi metri quadri con tutto il resto del nucleo familiare. Di fatto la situazione presenta due facce, come sempre in questi casi.

Da un lato ci sono oltre 11mila persone con un tetto sopra la testa, destino molto più roseo di quello toccato a molti altri terremotati dei decenni scorsi; c’è chi si è addirittura trovato meglio di prima e chi ne ha approfittato.
Dall’altro invece ci sono i disagi che, da quando la gestione delle palazzine è passata dalle mani della Protezione Civile a quelle del Comune, nel 2010, non sono mai mancati: bollette pazze su cui gli inquilini chiedono trasparenza, danni strutturali come infiltrazioni d’acqua, problemi alle caldaie e termosifoni non funzionanti. Conseguenze inevitabili o difetti di progettazione? Ormai la risposta a questa domanda sfocia nello schieramento politico di chi la fornisce.

Il pericolo che L’Aquila corre, dopo cinque anni, è di venire dimenticata dai suoi stessi cittadini. In periferia il discorso è diverso: entrando in città le case che non si presentano bardate dai cantieri sono quelle già ristrutturate o, alla peggio, definitivamente abbattute; le gru si muovono, gli operai al lavoro si vedono. Dopo anni di lungaggini burocratiche, insomma, qualcosa si sta muovendo.

Il problema è il centro storico. È di ieri la notizia che sarebbe pronta una scaletta delle zone prioritarie, tra quelle che si affacciano sul cosiddetto asse centrale (il Corso Vittorio Emanuele II), su cui intervenire. Ci sono voluti cinque anni, insomma, solo per decidere da dove cominciare.

Per tutto questo tempo la città è diventata sempre più povera di vita. L’intero centro storico è deserto, senza nessuno che lo abiti; solo poche attività hanno potuto riaprire, principalmente locali che servono turisti il sabato mattina ed universitari il giovedì, come da tradizione.

Il Corso infatti si riempie di gente solo due sere a settimana, come se fosse anch’esso un locale, e la gente che lo popola in quel paio di occasioni è solo una minima percentuale della cittadinanza: si tratta di quella generazione già abbastanza grande per uscire di sera ma ancora abbastanza giovane da averne la voglia.

La realtà è che ogni generazione è stata ferita dallo stesso evento in maniera diversa. In cinque anni c’è stato tutto il tempo per i bambini di diventare adolescenti, per gli adolescenti di diventare adulti e per gli adulti di diventare anziani. Più il tempo scorre, più le generazioni si adattano ad una città i cui vicoli sono tutt’ora sbarrati da transenne e cartelli di accesso vietato. Salvo poi ricordarsi, una volta fuori, che la vita in una città vera è tutt’altra cosa. Quanto ancora si potrà resistere?