mercoledì, 12 Giugno 2019
Home Blog Pagina 116

Due gradi e mezzo di separazione, il cambio di prospettiva di Domitilla Ferrari (Intervista)

Lei: giornalista e social player per importanti editori, ha conquistato la rete per la capacità di comunicare idee e sentimenti comuni (e per il nostro gruppo editoriale ha curato la rubrica #Cinquecoseche). Professionalitá a parte, il suo sorriso la rende a prescindere una webstar italiana.

Lui: è il figlio di Domitilla, si chiama Due gradi e mezzo di separazione. Come il networking facilita la circolazione delle idee (e fa girare l’economia), il libro scritto per Sperling & Kupfer che da poco più di un mese è disponibile in libreria.

Lei&lui, nelle ultime settimane, stanno facendo impazzire lettori, osservatori sociali ed internauti, che hanno iniziato a discutere del bel cambio di prospettiva proposto e, soprattutto, dell’educazione attraverso cui farlo.

Quanti gradi di separazione ci sono tra te e chiunque altro? Quanto sei lontano da ciò che renderà la tua vita più interessante? sono le domande che accompagnano la rivalutazione della teoria di fine anni Venti sui sei gradi di separazione tra noi e una qualsiasi altra persona al mondo.
L’osservazione dell’autrice è netta: grazie ai social media, i gradi di separazione tra le persone oggi sono meno di tre, perché fare networking facilita definitamente la circolazione delle idee e fa girare l’economia. Ne ho parlato direttamente con Domitilla Ferrari e questi sono i risultati della nostra chiacchierata.

Come spiegheresti a mia madre, che non ne sa nulla di digital, che cosa sono i due gradi e mezzo di separazione?

Credo che tua mamma di networking ne sappia già abbastanza, come tutti. Prova a chiederle se conosce qualcuno che vive nel paese accanto o quello dopo. E se non conoscesse nessuno, saprebbe come arrivarci? Ecco i gradi di separazione sono quelli che ci separano e collegano agli altri. Dipende da che punto di vista vogliamo vederli. Io sono in contatto con te e… per la proprietà transitiva sono in contatto con tua mamma: dille che sono a due gradi di separazione dal Papa.

Per emergere bisogna fare:
A – #cosebelle
B – un alter ego di Monica Bellucci che viva dentro di noi
C – networking

A+B+C.
Bisogna valorizzare le cose che facciamo, raccontandole agli altri con la convinzione che siano interessanti come le storie che leggiamo sulle riviste.

“Amici è una parola grossa”: cosa significa essere amici sui social network? In “Le paure che non devi avere” dici che molti sbagliano su una cosa che dovrebbe essere così scontata: dovremmo sempre distinguere l’amico dal follower, allora?

Gli amici sono quelli disposti a spendere il loro tempo per te senza chiedere nulla in cambio. Un’amicizia nata online non è diversa da una nata tra i banchi di scuola. Io non uso mai alla leggera la parola amico. Sai quelli che dicono di conoscere qualcuno e fanno quella cosa brutta di spendere nomi a caso solo per fare una buona impressione? Ecco, loro non sono amici di nessuno.

Chi sono gli immigrati digitali di cui parli nel libro?

Io, per esempio. Ma credo anche tu: tutti noi che siamo cresciuti con carta e penna e ci siamo abituati a vivere col digitale appena scoperto.

Personal branding e approvazione, siamo tutti non-personaggi in cerca di fama, ho tanti “mi piace” quindi esisto: sei d’accordo con queste affermazioni?

Più che altro: ho tanti like quindi ho detto qualcosa che interessa a qualcuno.

Se dovessimo definirlo come un’equazione, #duegradiemezzo = …?

Tempo per numero di contatti: più aumenta il tempo, però, più deve diminuire il numero di contatti a cui dedichi tempo. Altrimenti non tornano i conti.

Come hai messo a frutto tutte e cinque le “idee per iniziare” a fare networking?

Seleziono le persone che includo nella mia vita. Sembrerà snob, ma non posso avere tempo per tutti. Ho tanti amici che vedo pochissimo e vorrei vedere di più. Quindi tendo a coltivare il network più che a espanderlo. Mi fido delle persone e per questo mi fido a metterle in contatto. Mi piace conoscere le persone. E so che per avere qualcosa in comune bisogna trovare un punto di contatto, un interesse. Leggere, guardare la tv, anche (perché no?).
Twitter, da questo punto di vista insegna molto: seguo chi mi racconta cose nuove, che non so, o che mi regala un punto di vista diverso. Questo si può fare solo continuando a crescere, a studiare. E io continuo a farlo. Anche faticosamente, a volte. I tempi morti? Ne ho sempre meno, ma per fortuna prendo i mezzi pubblici e uso il tempo del viaggio per sentire gli amici, per recuperare letture che avevo accantonato.

Tra i “dieci errori da non fare”, invece, qual è secondo te l’errore per eccellenza?

Due in uno: cercare qualcuno solo quando e se ti serve.

Se dovessi dare un voto al tuo lavoro, con questo libro, da 1 a 10, quale sarebbe e perché?

Questa è la domanda difficile, vero? Possiamo chiederlo a chi lo ha letto? Magari non subito, tra un po’. Sono presuntuosa, penso di aver scritto un libro che serve a cambiare il mondo, nel modo in cui molti ancora si muovono per far carriera, per cercare/cambiare lavoro: se non ci piacciono questo modo e questo mondo, possiamo cambiarli.

All’interno della riflessione che hai proposto sulla circolazione delle idee grazie alla Rete, ritieni ci sia qualcosa che non è ancora maturato, oggi, ma che magari leggeremo in un prossimo libro di Domitilla Ferrari?

Sono una buona osservatrice. Quando la società sarà cambiata avrò, forse, altro da raccontare. Per ora so che troppo spesso mi capita di incontrare cattivi esempi da cui però imparo cosa non voglio essere. E per questo li ringrazio.

Perché hai detto che il tuo “non è un romanzo, per fortuna”?

Perché sono brava a raccontare le cose che osservo, non so inventare storie. È stata la mia fortuna: ho fatto per tanti anni la cronista e spiegare cosa succedeva in città mi veniva facile. In Due gradi e mezzo di separazione ho potuto scrivere ciò che vedo succedere nel Paese in cui vivo, online e offline e se parlo spesso di me è perché sono l’esempio che conosco meglio.

[Credits immagine: domitillaferrari.com]

Analisi del fenomeno Renzi: salvatore della Patria o ‘male minore’?

Era il 1994 quando Silvio Berlusconi nell’ormai storico discorso tv annunciava la sua discesa in campo per fermare la “gioiosa macchina da guerra” della Sinistra italiana, quell’unione di partiti e partitini post comunisti che cercavano di sdoganarsi e diventare socialdemocratici. Ma la parola comunista spaventava ancora tanto l’elettorato moderato del Paese e l’ormai (ex) Cavaliere vinse a sorpresa le elezioni. Durò poco il suo Governo sì, ma abbastanza per far capire che qualcosa era cambiato, e per creare la prima volta nella Sinistra italiana non più un senso di superiorità intellettuale, quanto un complesso del perdente che si è portata avanti di fatto per tutta la Seconda Repubblica.

Matteo Renzi in quei concitati giorni era ancora un diciannovenne. Il 1994 è stato l’anno della sua partecipazione a “La ruota della fortuna” di Mike Bongiorno; aveva i capelli lunghi col ciuffo, un cardigan già fuori moda per l’epoca, l’aria da secchione e un vistoso paio di occhiali da vista. Studiava e faceva l’arbitro di calcio; proprio come arbitro si presentò, come concorrente: campione per 5 puntate di fila, alla fine Matteo Renzi lascia la trasmissione con una vincita totale di 48.400.000 delle vecchie Lire, decisamente un bel bottino per un ragazzo della sua età. Gli scherzi del destino, il neo premier che inconsapevolmente partecipa ad un programma nelle reti televisive di quello che sarà il nemico storico nei seguenti due decenni per il suo partito.

[Credits photo: dailymotion.com]
[Credits photo: dailymotion.com]

La fulminante ascesa politica

C’è chi con un pò di malizia definisce la partecipazione al programma di Rete 4 come il punto di svolta della carriera politica di Renzi; quei soldi infatti gli sarebbero serviti in seguito per la campagna elettorale, inizialmente da sfavorito, per la presidenza della Provincia di Firenze. Sono gli anni dell’iscrizione al PPI e in seguito alla Margherita, quelli dell’impegno politico seguendo la tradizione cattolico-sociale, da buon ex boyscout che diventa grande e vuole farsi notare dai grandi. Nel 2004 è eletto alla Provincia, nel 2009 non appoggiato dal partito vince le primarie e riesce a diventare Sindaco della sua città. In pochi anni il giovane impacciato che girava la ruota si è costruito una carriera che già per molti sarebbe da considerarsi di successo, ma non per lui.

[Credits photo: linkiesta.com]
[Credits photo: linkiesta.com]

Inizia a girare il suo nome, è invitato nei talk show, migliora il suo look ed è molto più telegenico di un tempo. Ha la parlantina e la risposta sempre pronta e una parola fissa nella testa “rottamazione”. Preso in giro all’inizio, si costruisce pian piano la sua cerchia di fidati, fa i famosi incontri alla “Leopolda” e incomincia ad avere un peso anche al di fuori della sua città. Spara a zero su mostri sacri del Pd, vuole fare fuori D’Alema, Veltroni, la Finocchiaro e la Bindi; nessuno aveva mai osato sfidare in tanti anni quei totem della politica. Perde le primarie con Bersani, ma ne esce vincitore, da lì a poco quei big si faranno da parte chi definitivamente, chi mettendosi in secondo piano. Vince pur perdendo, e fa un discorso all’americana dopo la sconfitta verso il suo rivale, che ha più risalto di quello del vincitore.

Ormai la strada era spianata, in un modo o nell’altro si sapeva che sarebbe stato lui a dirigere il Pd nel giro di poco tempo. E così è stato.

Cos’è oggi Renzi

Oggi Renzi è il Presidente del Consiglio. Risposta ovvia. Ma tralasciando il flop di Bersani, e lo sgambetto a Letta, cosa rappresenta per la politica italiana?

Piace a Berlusconi, inutile negarlo e gli somiglia anche parecchio nei modi di fare, ma non è certo un male per un Sinistra che aspettava il suo “salvatore” da anni, un tipo che fosse un minimo carismatico, che non facesse addormentare lo spettatore durante un discorso in tv. Renzi ha preso tutto ciò di buono che Berlusconi aveva senza però avere dietro condanne, sospetti e interessi da imprenditore. Insomma l‘uomo ideale per gli elettori di destra, l’uomo di cui sospettare sempre per quelli di Sinistra.

Ha invitato l’arci nemico nella sede del “Nazareno” e i due hanno trovato un accordo sulla legge elettorale e sulle riforme istituzionali, che mancava dai tempi della Prima Repubblica. Nei social un tutt’uno di insulti, attacchi, frasi di delusione per quello che non poteva essere il Segretario di un partito erede di ciò che un tempo si faceva chiamare Pci.

[Credits photo: formiche.net]
[Credits photo: formiche.net]

Ma chi ha provato a sforzarsi almeno un poco di capire Renzi avrà ormai imparato ad accettarlo nella sua “diversità”. L’ex ragazzino prodigio tira dritto per la sua strada, non fa sconti a nessuno. Ha accettato le scuse di chi lo derideva nel suo partito, ma non li ha mai perdonati, e ora quando deve riservare delle poltrone si ricorda dei suoi fedelissimi e snobba gli ultimi arrivati. Non si può dire, perlomeno non ancora, se Renzi sia il “salvatore della patria” o se sia quel “male minore” che serve per arginare il populismo grillino e tenere a bada colpi di coda berlusconiani, ma una cosa è certa: voleva essere qualcuno e c’è riuscito.

[Credits immagine in evidenza: repubblica.it ]

Calcio, la domenica mi lasci sempre solo

Gli esperti di marketing stiano tranquilli. Il calcio è ancora un gioco, almeno fino a quando si praticherà all’interno di uno stadio. Possibilmente pieno, perché i diritti televisivi sono una gran bella cosa e la globalizzazione anche, se ci permette di godere di partite come il Clasico. Ma le luci, i rumori, e gli odori dello stadio sono ancora un’altra cosa.

Ci siamo dimenticati gli affari di casa nostra domenica sera, e ci siamo dedicati alla partita forse più spettacolare degli ultimi 10 anni. Ronaldo contro Messi, solidità contro tiqui taqua, Castiglia contro Catalunya. Signore e signori: Real Madrid – Barcellona. Gol, spettacolo, giocate, qualche scorrettezza, polemiche e filosofia. Il meglio del calcio insomma. Comodamente in poltrona. Cosa chiedere di più? Apparentemente nulla.

Eppure al fischio finale abbiamo avuto tutti una strana sensazione. Quella di essere andati al cinema a godere lo spettacolo perfetto, la partita da Oscar. Che ha fatto il Milan? E la Juventus? Già, giocava anche la serie A. Mai, in 90 anni, il nostro campionato era stato così oscurato dai fatti degli altri.

Contingenze storiche: la Juventus che ha già vinto, la crisi apparentemente irreversibile di Milan e Inter (mai così male Milano) hanno portato orde di tifosi frustrati a seguire un altro campionato, seppur bellissimo. L’Inter ha perso in casa con l’Atalanta? Mi consolo con Messi. Balotelli fa le bizze? Per fortuna c’è Ronaldo. Cristiano, quello figo, con i capelli sempre in ordine. Bello pure per la televisione, come Piquet. In tutto questo c’è Pirlo, che segna, cuce calcio e decide le sorti della serie A e non solo. Ed è evidente che giochi sul canale sbagliato del digitale.

Il resto lo sappiamo. La crisi, gli stadi vuoti, lo spettacolo che non c’è. Tutto già detto. Poi arriva il martedì e ti rendi conto che forse il problema è altrove. E con esso la soluzione. La Roma vince al 90′ una partita stramba, che sembrava stregata. L’Olimpico esplode, Garcia corre ad abbracciare Florenzi. Non c’è nessuna coppa in palio, ma ai tifosi questo sembra non interessare. Meno che mai nella mia Bari. Squadra fallita, società fallita, squadra al quintultimo posto, record di spettatori in serie B. Ventimila: più di Palermo, capolista.

Nessuno, ieri, a Bari, avrebbe cambiato il proprio biglietto con quello del Camp Nou. C’è ancora qualcosa di tremendamente bello e inspiegabile nel calcio. Nell’andare allo stadio ad abbracciarsi, sentire freddo, stringersi, mettersi le mani nei capelli per un gol sbagliato. Non c’è tv o Clasico che tenga. Il futuro del calcio è ancora dentro gli stadi. È nella passione della gente. Nelle giocate sbagliate, nelle partite da zero a zero, nei gol al novantesimo.

A tutti i contropiedisti, come me.

Una valanga di passaggi, ore intere di possesso palla, grappoli di gol a squadre giustiziate senza pietà. Numeri su numeri su numeri. Il Barcellona è terribilmente noioso, ecco la verità, ecco il punto (Michel Dalai – contro il Tiqui Taca)

Cover Credits: Shutterstock Images

Tv on demand, una beffa dal sapore amaro

E io pago!“, direbbe Totò. Sì, ma per cosa?
La TV on demand in Italia è un piatto ghiotto da tempo. Con promesse di palinsesti televisivi confezionati su misura all’insegna dell’interattività e una videoteca ricca di titoli per i nostalgici del passato e i pigri del “voglio vederlo quando mi pare”, Sky e Mediaset hanno creato uno specchietto per le allodole anche per lo spettatore più smaliziato. Perché? La ragione risiede nel promettere una disponibilità di titoli “zoppi” o di scarsa qualità.

Utilizzando Sky Go o il recente Sky Online, i serie-TV-addicted si saranno accorti che il catalogo delle serie disponibili non è completo. Per un novizio che intende iniziare a seguire una serie l’offerta non parte dal “via”. Se non hai fatto in tempo, le prime puntate vengono subito cancellate, ad esempio Agent of Shield rende l’idea della beffa che i broadcaster stanno riservando all’utenza. Se si accede al carnet Sky Go oggi, la serie è visionabile a partire dal terzo episodio. Ed i primi due? Come si fa a seguire un prodotto seriale non partendo dall’inizio? Si affitta un DVD? Una beffa con i fiocchi per l’abbonato che paga non meno di 29 euro al mese per una TV “speciale”, che di speciale ha solo il retrogusto amaro.

Nessuna differenza se si guarda alla concorrenza. Se Murdoch da un lato fa sconti alla sua videoteca, Mediaset con l’offerta Infinity lanciata lo scorso dicembre per smart TV, computer, smartphone e tablet offre sì cinquemila titoli e una serie di contenuti “Premium” extra canone disponibili per 48 ore, ma parliamo di titoli di qualità? Storcono il naso gli intenditori, consapevoli che l’offerta è più rivolta allo spettatore profano che sulla massificazione dei programmi TV e la mediocrità del prodotto Cinema non batte ciglio e non a chi dalla TV si aspetta qualità, esclusività, intrattenimento. Contenuti datati (antecedenti al 2007), qualità SD invece del dichiarato HD, serie Tv assenti: questi gli evidenti nei di un servizio che risente delle limitazioni al sistema di licenze italiano per i contenuti subscription. Delusione assicurata.

Streaming on demand per tutti“: questo il claim che ha messo in funzione le carte di credito di 50 milioni di famiglie che avranno fino a quattro abbonamenti alla pay tv, secondo le stime del recente rapporto di settore firmato Deloitte. Per il 2014 gli analisti stimano un volume di affari mondiale con più di 5 miliardi di dollari di ricavi per gli operatori.
Cita ancora il rapporto Deloitte: “Gli utenti continueranno ad abbonarsi ai servizi via cavo o satellitari ma l’offerta on demand sarà accessibile con una spesa media mensile non superiore ai 10 dollari. Un consistente risparmio per il budget familiare, dal quale verrà sottratta la voce ‘noleggio film o acquisto dvd’“.

Stime confortanti per Murdoch & company. Il primo festeggiava all’inizio del 2014 il milione di clienti e il tetto dei 60 milioni di film scaricati. Con Sky Go, relativamente alla domanda su mobile, l’operatore brindava ai due milioni di account. Ora attivo anche con Sky Online, il broadcaster ha inteso aprire per i non abbonati una finestra ibrida, connubio tra l’attuale programmazione Sky e una videoteca con un carnet titoli ristretto (2500). Con la formula dei pacchetti mensili venduti a un prezzo inferiore rispetto all’abbonamento standard, Murdoch si prepara allo scossone Netflix.

Il colosso dell’on demand made in USA aveva annunciato il lancio in Italia per il 2014, ma Hollywood Reporter lascia trapelare indiscrezioni circa uno slittamento al 2015 per via di un ritardo nelle infrastrutture tecnologiche del nostro Paese. Banda larga a singhiozzo e apparecchiature televisive non sempre di ultima generazione, infatti, non sarebbero in grado di supportare il servizio. Dopo l’ingresso del provider americano in Gran Bretagna, Svezia, Danimarca, Norvegia e Olanda, Netflix ha confermato il lancio in Francia e Germania per quest’anno. L’Italia resta nelle retrovie e deve accontentarsi dell’offerta tricolore o seguire alcuni trucchi che corrono in rete, ma – è bene saperlo – provati e fallimentari.

Sky e Mediaset respirano ancora, considerato che il competitor pronto ad azzannare il mercato italiano vanta 40 milioni di utenti e oltre 5 miliardi di ore di contenuti streaming. Facendo del catalogo di oltre 76 mila generi cinematografici diversi il fiore all’occhiello della sua offerta – c’è chi scrive che il provider abbia “de-costruito Hollywood” – Netflix ammalia ma illude. La verità? Nemmeno Netflix è in grado di apportare qualità e valore aggiunto al mercato della Tv on demand e molte delle tanto pubblicizzate categorie del carnet d’offerta sono vuote, create nell’attesa di riempirle con contenuti futuri: un soufflé sgonfio insomma. Affetto dalle stesse patologie italiane – scarsi e datati contenuti – Netflix non farà la differenza e l’on demand continuerà a generare smorfie.

Alla luce della fotografia fatta, dove risiede la soluzione? Smettere di pagare a vuoto, spegnere la TV e aprire un buon libro. Quest’ultimo non tradisce mai le aspettative.

Le trentenni di una volta (forse) non esistono più

Matrimonio e figli non sono tra le priorità, al primo posto c’è il lavoro. Cambiano gli obiettivi per le trentenni di oggi, che vedono nella realizzazione personale l’unico modo per sopravvivere alla precarietà. Di valori, di sentimenti. Tutto è troppo fragile attorno e allora meglio costruire prima il proprio futuro, per il resto ci sarà tempo.

Sono così le giovani di questo millennio secondo il Rapporto dell’Istituto Toniolo che ha fotografato le donne a ridosso dei trent’anni: dalla politica, alla famiglia, al lavoro cambiano le direttrici fondamentali che hanno caratterizzato il ruolo della donna nella società.
I numeri infatti parlano chiaro: il 63,6% delle donne italiane under 30 non si vede sposata a breve termine, anche se solo il 29,8% lo esclude del tutto, mentre il 48,5% non considera la possibilità di avere figli entro i prossimi tre anni.

La famiglia d’origine è il luogo dove ci si esprime, si scambiano idee. Lì ci si forma, si decide quale partito votare, se credere o meno in Dio. I modelli cui ispirarsi sono perlopiù i genitori, superati quindi i tempi in cui era il mondo delle istituzioni o della politica a fornire esempi. Proprio la politica sembra essere molto lontana dagli interessi personali. Grande attenzione per l’ambiente: dalla riduzione dei consumi, al cibo bio: le trentenni di oggi sono socialmente attive.

Rendersi indipendenti è fondamentale per le rappresentanti della generazione Y, le cosiddette Millennials, come le definì la rivista Ad age nel lontano 1993.
La valigia è sempre pronta se il lavoro chiama. In un’altra città o all’estero, le trentenni di oggi non hanno problemi a lasciare la propria città d’origine se la strada da percorrere ha come punto di arrivo il futuro.

Ma cos’è il futuro? Per tre donne su quattro è essenzialmente vivere il presente. Per le altre è pieno di incognite e soprattutto non è poi così duraturo, dato che non esistono più scelte che valgano per sempre.

Realiste, determinate e meno sognatrici. L’effetto della crisi è quello di aver modificato abitudini, aver sgretolato certezze e desideri. La maternità prima di tutto: quello che era il punto di arrivo di ogni donna alla soglia dei trenta ora è spostato in avanti, anche di dieci anni. Forse perché le trentenni sanno che avere un figlio in Italia, oggi, significa non poter contare su servizi e sostegni, affrontando una sfida che penalizza l’essere donna e madre.
A risentirne è la sfera personale e sentimentale che vede privilegiare rapporti meno impegnativi, perché altrimenti sono troppe le domande da porsi, con il rischio di non avere in mano risposte.

Riduttivo allora definirle scelte, perché le alternative non sono poi così tante. Iniziamo a chiamarle rinunce, forse ci si renderà conto che è un prezzo troppo alto da pagare.

Fonte [Rapporto Giovani Istituto Toniolo, 2014]

[Credit Photo cover: myblueberrymovie_frances ha]

Non basta avere gli attributi. Bisogna averli delle giuste dimensioni

Forse Angela Merkel non è informata sul lavoro che rese famoso, nell’estate del 2011, il Dipartimento di Politica e Studi Economici dell’Università di Helsinki, quando venne pubblicato un paper scientifico curato da Tatu Westling, ricercatore in Economia Politica, dedicato allo studio della relazione tra crescita economica e lunghezza del membro maschile tra il 1960 e il 1985 in 121 paesi del mondo.

La Cancelliera tedesca si dichiara molto colpita dal piano di azione del neogovernatore italiano, Renzi, con particolare riferimento al Jobs Act che affonderebbe le radici nel tanto prescritto rigore, con l’intento di aggiustare la struttura economica italiana. Stretta di mano, l’obiettivo è la Crescita, neanche a dirlo.

Avremmo dovuto perciò tenere informata Merkel, a capo di una rovinosa spedizione europea, che oggi saprebbe almeno come scegliersi gli alleati, anziché accontentarsi di chiunque le dica “sì”: grazie all’analisi del “”Male Organ and Economic Growth: Does Size
Matter?””
è stata definita una relazione inversa tra prestazione del prodotto interno lordo e virilità, per cui il livello di massima crescita economica dei Paesi risulta correlata ad una lunghezza media dell’organo maschile di 13,5 cm.

Anch’io, nel caldo agosto di quell’anno, lì per lì non stavo attribuendo importanza alla notizia, infastidita dal solito utilizzo di temi sessuali per richiamare l’attenzione su altre cose, che sia un servizio pubblicizzato da una donna seminuda sui cartelloni in strada piuttosto che la battuta a doppio senso per far memorizzare la marca di un prodotto. Ma andai a cercare il paper e lo lessi. Rimasi sconvolta dall’attendibilità statistica dei risultati.

Che cos’è la “Crescita” per l’economia

Il tema della crescita economica ha scatenato l’impegno intellettuale per decenni, senza che probabilmente ne siamo ancora usciti interi. Ad ogni modo, è stato deciso che cosa determinerebbe la Crescita di un Paese.
Attraverso l’ipotesi di convergenza condizionata del 1956, Solow vinse infatti il Premio Nobel per il modello neoclassico di crescita che oggi è alla base degli studi economici.

Alla fine degli anni ’50, insomma, passò alla storia il famoso “modello di Solow” secondo il quale ci sono tre condizioni per stimolare la crescita economica: la concorrenza perfetta, la costanza del tasso di crescita (sia del progresso tecnico che della popolazione) e i rendimenti di scala costanti della funzione di produzione.

Questo significa che, secondo la teoria, i tassi di crescita non sono la somma di buoni fattori presenti in una situazione economia, ma dipendono anche da fattori esterni alla crescita stessa.

Se pensiamo per esempio che solo in Italia gran parte della crescita non avviene non per mancanza di risorse o di specialisti nei vari grandi settori economici, bensì a causa del sistema e delle infrastrutture che pesano sulla reale capacità di rendere competitive le risorse capitali ed umane (banalmente abbassando la tassazione piuttosto che favorendo gli investimenti nei territori), possiamo comprendere immediatamente cosa significhi spiegare un fenomeno di crescita economica attraverso il modello di Solow.

Consideriamo ora non più solo un Paese preso singolarmente, ma due sistemi economici differenti e inseriamoli in un’immaginaria gara per il raggiungimento di un risultato economico.
Se allo start presentano entrambi la stessa tecnologia, la stessa propensione al risparmio e gli stessi tassi di sviluppo demografici e di progresso tecnologico, ma questi Paesi sono diversi per variabili endogene, cioè hanno appunto un sistema di infrastrutture differenti, vedremo raggiungere l’obiettivo non dal Paese più “potente”, ma da quello che è dotato di un sistema che gli permette semplicemente di correre di più rispetto all’altro.

I genitali maschili sono una variabile endogena statisticamente valida

Se applichiamo ad entrambi i Paesi in gara il modello di Solow potremo infine notare che la convergenza delle due economie sarebbe stata diversa anche nell’ipotesi in cui una delle due fosse partita con una dotazione di capitale proporzionalmente minore.
Dal punto di vista metodico, introdurre le variabili esterne al modello che dovrebbero spiegarci il perché di un certo risultato, significa manipolarle, e statisticamente non significa fare errori, anzi, paradossalmente, significa diminuire il margine di errore del modello teorico.

Ma arriviamo al dunque. Con la divulgazione delle applicazioni al modello di Solow fatta dal ricercatore finlandese oggi sappiamo che anche introducendo un’altra variabile, nello specifico quella della dotazione dei genitali maschili, i risultati di crescita cambiano.

La ricerca sulle dimensioni che contano

Westling infatti, utilizzando un dataset di 121 paesi, ha ottenuto una stima sulle dimensioni dei genitali maschili, graficamente illustrata da una curva a forma di U rovesciata, che descrive il rapporto di correlazione con il livello di PIL raggiunto, con una variazione spiegata del 15%.

Dai calcoli di Westling risulta che il massimo della salute economica di un Paese entra in crisi ogni successivo centimetro in più di dotazione genitale maschile, contribuendo perciò ad una riduzione del Pil del 6% in media. Quando il membro eccede in lunghezza si assiste alla caduta di interi punti percentuali del Pil.

Da un punto di vista strettamente statistico questa è una correlazione, ma non introduce una relazione di causa ed effetto.

In base a ciò è stato possibile definire in quale condizione il Pil massimizza le sue performance, ovvero quando la dimensione del membro maschile è di circa 13,5 centimetri.
Al contrario, un crollo nello sviluppo economico è identificato dalla situazione in cui la dimensione dell’organo maschile supera i 16 centimetri.
Infatti, emerge dallo studio, che la crescita economica tra il 1960 e il 1985 è associata negativamente alla dimensione dell’organo maschile.

Infine, dato non meno importante, la variabile “virilità” spiega da sola il 20% il totale della variazione della crescita del Pil.

Si legge inoltre nella pubblicazione che la dimensione dell’organo maschile, mantenute le dovute riserve, risulta perciò essere una variabile più importante anche del regime politico adottato da un Paese, tale da determinarne con più influenza la crescita del Pil e, dal punto di vista delle politiche, controllare la lunghezza dell’organo maschile permetterebbe di rallentare la convergenza e ridurre l’effetto negativo di crescita della popolazione.

Sebbene possa apparire suggestiva e poco fondata, in questa fase la ricerca ha però tutte le prove a suo favore, perché sono molto precise e si basano su correlazioni sorprendentemente forti, anche quando vengono effettuati controlli sulle variabili per falsificarne i risultati.

Non tanto per evitare l’ignoranza, ma per permettere all’ironia di liberarcene, non ci resta che dare un’occhiata alle mappe che descrivono il fenomeno sulla popolazione maschile mondiale e provare a fare due conti con la storia dell’economia.
Ad onore della cronaca, va aggiunto che nell’aprile 2013 lo studio di Tatu Westling venne portato avanti con Otto Kassi e venne pubblicato il “Demand spillovers of smash-hit papers: evidence from the ‘Male Organ Incident’”, anche in risposta dell’unico (!) giornalista che in tutto il mondo ebbe l’idea di esprimere dei dubbi in merito. Tim Hardford, infatti, ne scrisse sulle pagine del Financial Times. Lì vengono mostrati i dati sui download del paper in base allo share che l’argomento generò sui blog e ai risultati di ricerca dai motori associali alla viralità della parola chiave.

Quando lessi per la prima volta il famoso manuale di macroeconomia di Olivier Blanchard non presi in simpatia questa disciplina. L’economista francese si divertiva a prendere in giro noi studenti novelli supponendo delle condizioni di bilancio che però non avevano soluzione.
Per la soddisfazione dei sadici -noi ovviamente non lo sapevamo ancora- le uniche condizioni potesse verificarsi quella situazione era di supporre una rapina di una parte del capitale ad opera degli ufo.

Se è così che ha preferito risolvere le cose il primo economista, non c’è da sorprenderci che qualche ricercatore fin troppo serio e disperato diventi oggi il primo giocoliere dell’economia, pur di lanciare messaggi sull’eccessiva speculazione che si fa per giustificare iniziative politiche e sociali, se non inaccettabili, quantomeno discutibili.
Caro Renzi, pensaci un attimo.

[Liberamente tratto dal mio originario articolo, “Le dimensioni contano?” pubblicato su f052.it; credits grafici: Discussion Papers N.335, “Male Organ and Economic Growth: Does Size Matter?”July 2011, Tatu Westling, University of Helsinki]

TripAdvisor si arrende agli chef

“Datemi Prospettiva!” diceva il critico Egò nello splendido film di animazione Ratatouille, quando il cameriere giunge al suo tavolo per porgere il menù.

Lo chef Picchi invece, titolare di mezzo impero della ristorazione “bene” fiorentina, decisamente più orientato a “conservare” che non alla “prospettiva”, ha dichiarato di farsi “una bella risata” di fronte ai giudizi massivi degli utenti TripAdvisor.

Di per sè la frase ha quel tono provocatorio ma anche fondato se la vogliamo dire tutta, di rottura nei confronti di uno strumento che poco tutela i ristoratori dal punto di vista della qualità del giudizio e in alcuni casi anche della veridicità delle informazioni se è vero che molti giudizi sono pilotati o addirittura autoprodotti.

Tripadvisor corre ai ripari e promette alla Federazione Italiana Pubblici Esercizi, maggiore rigore e un sistema di controllo delle recensioni. Come farà, chissà chi lo sa. Ma tant’è.

Il tema è di certo molto attuale visto il clamore suscitato da interessare addirittura un’ “amaca” di Michele Serra e da scomodare Dissapore, il rinomato blog di settore.

Hotel e ristoranti hanno incrementato visibilità ed economia grazie a tripadvisor e ai suoi emuli e di certo tornare indietro sarebbe impossibile. Lo strumento è straordinariamente efficace anche per gli utenti; sfido chiunque si sia trovato in un qualsiasi posto del mondo, a dire che almeno una volta non lo abbia consultato per farsi suggerire una struttura.

Ma l’interrogativo che lo chef Picchi fa gravare come una tonnellata di carta carbone nell’oceano dei bit è se sia giusto che chi difatto non ha nessuna idea di uno standard di hotel o del lavoro di una brigata di cucina, sia titolato a parlarne.

E la questione non è neanche così banale, considerando le nevrosi personali, le perle comunicative che appaiono sui social e la parola offerta a chiunque (che difatto non ci mette neanche tanto la faccia). Di certo sparirebbe quel potere spesso meschino e poco meritocratico attribuito a certi bloggers e a molti influencer, il cui unico merito è quello di trascinare folle autoreferenziali che, “siccome tutti mettono like, lo metto giù anch’io” (non sia mai qualcuno abbia voglia di uscire un pò dal mucchio…).

Onestamente, fra una Chiara Maci e un compianto Raspelli, non avrei alcun dubbio su chi sia davvero esperto di gastronomia e cucina. La patinata università di Masterchef contro la dura scuola della Gastrite.

Ma d’altro canto si riaprirebbe un varco inaccessibile, appannaggio di pochi, selezionati esperti. Ma forse più affidabili.
Quelli, per dirla come Michele Serra, “che si sono fatti venire la gotta a forza di girare i ristoranti”. Verrebbe meno la democrazia che il web garantisce e il tempo speso per il lavoro guadagnato a posizionarsi.

Ma a posizionarsi in quantità non è difficile se hai tanti followers. Posizionarsi in qualità significa lavorare sulla propria credibilità, sulla veridicità delle proprie informazioni. Significa che qualcuno legge il testo e non solo i titoli.

La domanda finale dunque è: fidarsi di un perfetto sconosciuto a cui magari il ristorante di fronte dà fastidio per vari motivi o fidarsi di qualcuno che ha affinato il palato a una scuola alberghiera, ha avuto mentori e maestri e sa riconoscere un uovo sodo da una gallina lessa?

Datemi prospettiva, vi prego. La prospettiva!
Ai follower, l’ardua sentenza.

Non buttiamoci giù

La Champions League non è più casa nostra, meritatamente. Ma non buttiamoci giù come al solito. In attesa di scoprire le ultime due squadre che completeranno il quadro dei quarti di finale, è già tempo di leccarsi le ferite. E i baffi: basti pensare che le squadre già qualificate bramano di pescare, nel sorteggio, la vincente di Manchester United – Olympiakos. Sicuri che sia un affare andare a giocare all’Old Trafford, seppur contro una squadra in crisi? Io non ci giurerei.

Dopo aver perso Napoli e Juventus nei gironi eliminatori, abbiamo lasciato per strada anche il Milan. Troppo improvvisata la rivoluzione di Seedorf, che diventerà anche un grande allenatore. Tra qualche anno. Oggi è un esordiente che rischia di bruciarsi in una società dove non si capisce chi fa cosa. Chissà se il buon Clarence non stia maledicendo la fretta. In fondo cosa gli costava declinare l’offerta di Galliani (o di Lady Berlusconi) e dire “tenete duro, arrivo a giugno?

E cosa costava al Milan proseguire fino a fine stagione con Allegri, uno che il suo posto in Champions l’ha sempre raggiunto, e prendere in considerazione uno dei migliori allenatori italiani in circolazione: Roberto Donadoni. Il suo Parma non è un miracolo, è una squadra costruita con intelligenza. L’unica che punta su giocatori in grado di saltare l’uomo in un campionato dove giocano tutti in orizzontale. Sembra una banalità, ma non lo è. Sopratutto in Europa, dove se non giochi a calcio ti sbattono fuori senza complimenti.

Lo sa bene Mourinho, che elimina Mancini in una sfida oggettivamente impari. La sua dichiarazione – “Siamo tra le prime 8 d’Europa, in Champions, dove ai tifosi del Chelsea piace stare, non in Europa League” – è una cartolina all’Italia. Soprattutto al nemico Benitez reo, per il vate di Setubal, di aver dato troppo peso alla vittoria della coppa con c minuscola. Il quadro, in vista dei mondiali, è preoccupante. Ma, in onore del libro di Nick Hornby (uno che il calcio lo vive con ardore), non buttiamoci giù. Nel 1982 la Coppa dei Campioni andò all’Aston Villa. Del 2006 sappiamo tutto, scandali compresi, mentre nel 2010 ci presentammo da campioni d’Europa (anche se nell’Inter c’erano ben pochi italiani) e uscimmo dal Mondiale con la coda tra le gambe. Ciò che preoccupa semmai, sono i nostri talenti.

Balotelli è in crisi di identità, e non mi meraviglierei se chiedesse di essere ceduto all’estero a fine stagione. Al momento i nostri giocatori più rappresentativi sono ancora Buffon e Pirlo, anche se gli unici rappresentanti dell’Italia ai quarti di finale di Champions saranno Sirigu e, soprattutto, Verratti. Un giocatore che gode di grande considerazione all’estero, più di quanta ne abbia in Italia. Non buttiamoci giù perché di giocatori come lui ce ne sono, da crescere, e con un minimo di investimenti sul vivaio possiamo tornare a dire la nostra anche in nelle Coppe.

La Juventus, al netto dell’eliminazione crudele di quest’anno, è sulla buona strada. Il Napoli e la Roma stanno seguendo due percorsi differenti, ma coerenti. Come coerente appare l’idea di Thohir di puntare su un mix di giocatori già rodati e con un’esperienza internazionale e giovani italiani dall’ingaggio sostenibile. Nel calcio le cose cambiano in fretta, ma solo se lavori su un’idea precisa. Non è vero che l’Atletico Madrid è venuto fuori dal nulla. Simeone, bravissimo, lavora su un progetto iniziato 5 anni fa da Quique Sànchez Flores, che ha portato due Europa League e una Supercoppa Europea. Il percorso tortuoso del Bayern Monaco è passato da due finali perse, quello del PSG da una crescita lenta e dalla consapevolezza del maestro Ancelotti che ha lasciato a Blanc una squadra, non un’accozzaglia di campioni.

Insomma lecchiamoci i baffi in vista dei quarti di finale più belli degli ultimi anni. E lecchiamoci le ferite in vista di un Mondiale che dovrà vederci comunque da protagonisti. Con Buffon, Pirlo, De Rossi, Balotelli e magari Cassano. Siamo pur sempre l’Italia. Non buttiamoci giù.

Credits Cover: www.gazzetta.it

Italiani, popolo di guardoni

Guardoni. Gli italiani sono innegabilmente un popolo di guardoni. Debole un’eventuale smentita se si guarda ai dati registrati dal Grande Fratello 13 dopo la prima puntata d’esordio del 4 marzo 2014. Tornato dopo due anni di quiete, il #GF13 – colpito anch’esso dalla sindrome dell’hashtag – ha registrato infatti un successo mediatico e social sopra le stime: 27% di share; 317.000 “like” sulla Fanpage ufficiale su Facebook; 113.000 tweet registrati nel corso della diretta e lo scettro della top ten di Twitter nel corso della prima serata, occupando ben 9 posizioni su 10 dei Trend Topic; 528.000 pageviews registrate dal sito internet ufficiale. E parliamo solo della prima serata su 12 puntate, prima che giunga la finale e si chiuda il sipario, anzi l’occhio del guardone.

Sì perché il Grande Fratello è tenuto in vita dal desiderio di voler “spiare”, insito in oltre sette milioni di telespettatori (dati alla mano). Ogni puntata alimenta una incrementale tensione dello spettatore fedele verso un atteso culmine d’esibizionismo da parte degli inquilini nel mirino delle telecamere.

Lo show inizia. Si conoscono i concorrenti. Tempo pochi giorni e si creano i primi intrecci, si va a caccia del flirt. Liti sparse speziano l’atmosfera e fungono da scarica anti-appiattimento. Si imparano neologismi scurrili, si assiste a pianti teatrali, si ascoltano voci stridule e urla nevrotiche. L’uomo, da un lato, cerca di affermare la sua virilità mostrando il bicipite, sfidando il compagno di stanza a chi finisce per primo l’ultima bistecca rimasta in dispensa, ma poi si tradisce con la ceretta, e il “maschio” scompare per lasciare spazio al Narciso. Le donne, dall’altra parte, si sfidano a colpi di intimo, protesi e discorsi di “alta scuola”.

Il copione è lo stesso, da tredici edizioni. Non cambia nulla. Cambiano i nomi, i volti, forse il taglio dei capelli per seguire le ultime tendenze in fatto di hair-style, ma le dinamiche sono sempre le stesse. E allora, qual è l’elemento d’attrazione che tiene incollati allo schermo milioni di occhi? La voglia di spiare.

Lo studioso Sandro Nigris spiega le motivazioni della “curiosità proibita” con la regressione e l’infantilismo a cui l’uomo si abbandona nel catapultarsi in un mondo irreale, lontano dal tam tam quotidiano. Un “disimpegno televisivo” che è a tratti “scopofilia”, cioè la percezione di piacere alla vista di gesti e immagini “proibite”. Il Grande Fratello è solo un elemento dell’offerta mediatica che risponde a questa precisa necessità. Si scava nel passato fino al Non è la Rai di Gianni Boncompagni. Ma è il “reality show” che ha reso gli italiani realmente “perversi”.

Si cerca qualcosa di stuzzicante in TV? Piace spiare altre vite, entrare nelle case altrui e scoprire atti audaci che solleticano la curiosità, immaginare il vissuto del personaggio boccaccesco che la Tv presenta? Il palinsesto televisivo vanta da tempo una lunga lista di programmi dove la telecamera è la finestra sul mondo: quello degli altri. E non è necessariamente il piccante quello che lo spettatore cerca. Si vuole guardare un’altra vita, forse perché la propria non basta o annoia.

Alla fine nessuno punta il dito contro il GF. La TV che si ha è quella che si sceglie e se l’Italia ha oltre sette milioni di rappresentanti che si sintonizzano sul GF, significa che forse è di questo che ha bisogno. Il gioco dello “spiare lo show” è umano, neanche tanto perverso, difficilmente cronico.

Si può guarire, insomma. Basta cambiare canale.

[Credits photo: Thinkstock Photos]