Un bellissimo novembre: è improbabile ma nemmeno da escludere del tutto che il siciliano Ercole Patti si sia ispirato a un novembre vissuto da John Fitzgerald Kennedy per intitolare il proprio romanzo del 1967. Perché il novembre 1960 trascorso da JFK è senza timor di smentita irripetibile: l’8 di quel mese batte il potente Richard Nixon alle XXXV elezioni presidenziali statunitensi e solo diciassette giorni dopo nasce il figlio, che tutti ben presto chiameranno John-John. Poi, dato che la storia è una ruota che gira avvolta da uno spesso alone di mistero, tre anni dopo Kennedy morirà durante una sfilata fatale a Dallas a bordo di una Lincoln Continental, e nel 1999 John-John lo raggiunge da qualche parte: si parlò di complotto anche per la sua morte, avvenuta per un incidente aereo su un velivolo da lui stesso pilotato, al largo delle coste di Martha’s Vineyard. Macabri ricorsi a parte, il novembre di JFK è l’ideale promessa di un nuovo capitolo della storia dell’Occidente, che cerca di voltare definitivamente pagina dopo il decennio di assestamento precedente, quello che si era portato via la guerra – perlomeno quella alla minaccia nazifascista – ma non ancora la miseria. Il sorriso del volto pulito e disteso di John, spesso ritratto a fianco del fratello Robert, è quello del lato moderato degli USA, che vuole viaggiare a braccetto con la rediviva Europa verso una nuova stagione.

Tra l’America e il vecchio continente, all’alba degli anni ’60, è in atto un rapporto di scambio che porterà presto i suoi frutti: Londra vive un periodo d’oro e il mito della Swinging London (così battezzata da un titolo del Time) attira ogni anno milioni di giovani artisti e intellettuali, oltre a dettar legge in fatto di moda. Carnaby Street è l’El Dorado, Twiggy il volto e il corpo di una mitica generazione di modelle e Mary Quant farà qualcosa di rivoluzionario inventando la minigonna. Si respira un’aria diversa quindi, con l’economia che riprende a girare e che permette anche ai giovani, sempre più indipendenti, di dire la propria: il potere d’acquisto degli under 25 aumenta e con esso la considerazione che i ragazzi reclamano. Uno stato delle cose che renderà presto visibili le proprie contraddizioni, memorabilmente fotografate già nel 1958 da Alan Sillitoe nel romanzo Sabato sera, domenica mattina, che nel 1960 verrà tramutato in uno dei più bei film inglesi dell’anno da Karel Reisz, con Albert Finney nel ruolo del protagonista Arthur Seaton. Di differente genere è l’altro film inglese che segna il 1960, L’occhio che uccide, capolavoro thriller diretto da Michael Powell orfano di Emeric Pressburger, insieme al quale aveva sconvolto il cinema degli anni ’40 a colpi di pellicole memorabili, da Scarpette rosse a Scala al paradiso.

Foto: Woodfall Productions (Il poster di 'Sabato sera, domenica mattina')
Credits: Woodfall Productions / Il poster di ‘Sabato sera, domenica mattina’)

Una nuova stagione per l’Occidente, una nuova stagione dunque per l’Italia: il ’60 è per convenzione il principio di quello che passerà alla storia come boom economico. Gli italiani, che ringraziano gli USA per il Piano Marshall e in cambio promettono di tenere i comunisti lontani dal Potere, iniziano ad assaporare il benessere e si permettono di diventare per qualche settimana il centro del mondo: il 25 agosto 1960 hanno inizio a Roma i Giochi della XVII Olimpiade, di cui Livio Berruti e Abebe Bikila rappresenteranno l’emblema. Cinque giorni prima, nella capitale, era stato inaugurato il nuovo aeroporto internazionale Leonardo Da Vinci in Fiumicino: l’Olimpiade e l’aeroporto gettano su Roma una luce che pare eterna. Quell’atmosfera festosa ed epocale la mette su pellicola e la consegna alla storia Federico Fellini, con un film, La dolce vita, diventato semplicemente sinonimo di cinema: la fontana di Trevi, la figura sublime e generosa di Anita Ekberg e il suo “Marcello, come here” divengono vessillo della potenza non solo del cinema italiano, ma di quello mondiale, donando a Fellini la definitiva consacrazione.

C’è però l’altro lato della medaglia dell’Italia della dolce vita e la descrive con finissimo realismo il conte Luchino Visconti di Modrone con l’altro capolavoro italiano del 1960: Rocco e i suoi fratelli. Visconti racconta il drammatico inserimento dei contadini meridionali nel mitico nord, nella provincia di Milano, che li vede strappare quotidianamente la vita coi denti: i volti di Alain Delon e Renato Salvatori devastano ancora oggi lo schermo con impressionante potenza. È comunque il cinema italiano in generale ad offrire qualità: lo fa Vittorio De Sica col dramma La ciociara, che frutta alla già icona Sophia Loren l’Oscar come attrice protagonista; lo fanno anche Luigi Zampa e Luigi Comencini, che dirigono un Alberto Sordi in stato di grazia rispettivamente ne Il vigile e in Tutti a casa. Nel ’60 fa il suo esordio dietro la macchina da presa anche un certo Mario Bava, con La maschera del demonio, che per decenni farà scuola.

Nell’anno in cui il 32enne Stanley Kubrick si cimenta nell’epica con Spartacus (su sceneggiatura di Dalton Trumbo) poi, Billy Wilder bissa il successo di A qualcuno piace caldo con L’appartamento e Jean-Luc Godard definisce i canoni della Nouvelle Vague con Fino all’ultimo respiro, Sir Alfred Hitchcock fa tremare ancora una volta le fondamenta della settima arte con un film, Psyco (o Psycho) che renderà traumatico persino far la doccia. Poco tempo dopo, Hitchcock avrebbe dovuto dirigere le riprese per un film su Disneyland ma Walt Disney in persona si oppose: “Hitchcock? Quello che ha fatto quel disgustoso film, Psyco?“.

Foto: John L. Russell/Stanley Productions ('Psyco')
Credits: John L. Russell – Stanley Productions /’Psyco’