Dov’eri quando hanno ucciso Kennedy?“. Per chi ha vissuto negli anni Sessanta la domanda era ed è ancora ben radicata ad ogni anniversario della sua morte. Nel 2001 un evento ha tragicamente segnato altre e nuove generazioni: l’attacco terroristico alle Torri Gemelle. L’uccisione di un presidente in diretta tv, il crollo di un simbolo, di un potere, di una convivenza anch’essa in diretta tv. Tutto è avvenuto alla luce del giorno, sia a Dallas che a Manhattan. Ma in entrambi i casi le ombre che si addensano sulla verità sono tante e ancora a distanza di 13 anni da quel maledetto 11 settembre 2001, quelle oscurità persistono e non si dissolvono. Anzi.

In 13 anni il volto dell’America è cambiato. La “faccia triste dell’America“, come cantava Iannaci, preme alle frontiere diventando ogni giorno un’emergenza. Numerosi i minori che viaggiano da soli, spediti allo sbaraglio in cerca di una fortuna che spesso non solo gli gira le spalle ma li rispedisce alla cruda realtà. L’immigrazione sta diventando un problema non da poco che c’è da scommetterlo, sarà uno dei punti focali della prossima corsa alle presidenziali. E qui la lotta fra Democratici, speranzosi in una Hillary risolutrice di tanti mali anche interni al partito, e Repubblicani, dei quali si sospetta la vittoria dopo i mandati di Obama, sarà fino all’ultimo voto. Soprattutto ispanico.

E che dire delle recenti notizie di cronaca. Fergouson in primis: l’onda di razzismo che come uno tsunami ha invaso una cittadina in cui l’odio per le forze dell’ordine si mescola ai motivi economici, sociali, culturali. E poi il Ku Klux Klan. Già, proprio quello. Quel gruppo che ha fatto dell’odio razziale la sua divisa di attacco, nata negli anni Venti nel profondo sud dell’America durante la guerra di Secessione. Accade che proprio laddove i confini col Messico sono labili, perfino negli Hamptons dove si riunisce la New York da bere, compaiono volantini che tanto richiamano una campagna svizzera di non lontana data: “Vogliono il tuo lavoro, la tua casa, il tuo Paese” oppure :”The KKK Wants You!” alla vecchia maniera dello zio Sam, per l’occasione incappucciato come vuole il Klan.

credits foto: www.youthunitedpress.com
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Un terrorismo interno che però finchè non agisce e non nuoce alle persone, è tollerato dalla legge del diritto di parola ed espressione. Si sa, il sogno americano è rappresentato anche da quella statua della Libertà che proprio si affaccia sull’isola di Manhattan così fragile e pavida quella mattina di un 11 settembre qualunque. La libertà è un’arma a doppio taglio e gli americani lo sanno bene, lo hanno sempre saputo e in qualche modo rinunciano a quella privacy di cui noi europei siamo tanto gelosi. Così se si va a Washington è normale che un poliziotto ti apra non solo la borsa ma anche il portafoglio.

L’America che si appresta a onorare la memoria delle più di tremila persone che quel giorno hanno perso la vita, è indubbiamente diversa, piuttosto provata e affaticata. Nel giro di pochi giorni ha subito attacchi certo non paragonabili per la quantità di vittime, ma per l’efferatezza, la crudeltà orribile di un atto che è un messaggio forte e inaspettatamente meschino: la decapitazione. Due video, due civili, stessa scena, stesso orrore, stesso scempio di una nazione e dei suoi ideali. Vulnerabilità. La stessa che andò in onda il pomeriggio in Italia, di quell’11 settembre.

Le polemiche non si placano e sono destinate a non finire. Perché la versione ufficiale dei fatti crolla col tempo, diventa anch’essa vulnerabile e non sono le teorie del complotto che ne minacciano di continuo la credibilità. La storia recente delle scatole nere, per esempio, è un elemento sul quale si parlerà ancora molto: dove sono finite? All’appello ne mancano quattro poiché ce ne sono due in ogni aereo commerciale. Com’è possibile che dei marchingegni creati per resistere a radiazioni, pressioni, incidenti appunto, non si trovino? Per le leggi della statistica, e del buon intelletto, non è possibile. E dunque che fine hanno fatto? E le registrazioni audio provenienti dall’aereo dirottato per colpire il Pentagono? Tutto molto strano.

Sarà anche un 11 settembre diverso dagli altri non solo perché sarà la prima volta del sindaco italo-americano De Blasio. Sarà la prima volta per la World Trade Center Foundation (no-profit, ndr.): a loro affidata l’organizzazione della cerimonia di commemorazione. Bloomberg sarà presente, onorando la giornata e il passaggio di consegne, ma non ci sarà nessun discorso da parte sua. A maggio è stato aperto, finalmente dopo fundraising all’ultimo penny capitanate da un pellegrinante Bloomberg, il National September 11 Memorial Museum. Come sempre verranno letti i nomi delle vittime interrotti dal silenzio dei minuti che coincidono con l’impatto che ha strappato una tela di relazioni e realtà perduta per sempre.

Dov’eri l’11 settembre?“. Questa è una domanda che appartiene soprattutto alle giovani e giovanissime generazioni. Quelle che hanno assistito a una diretta che non si poteva interrompere, che nessuna mamma è riuscita prontamente a nascondere ai propri figli perché si, quello cambiava tutto, anche i giochi. Da quel momento è cambiata la vita di tutti, inevitabilmente. Improvvisamente si è scoperta la fragilità, che quell’evento avrebbe cambiato le sorti di tutti anche di noi che americani non siamo, che non andiamo a lavorare in un palazzo simbolo, in un centro finanziario ma che magari viaggiamo e allora ci dobbiamo ricordare dei liquidi infiammabili o meno, delle pinzette e ora se ci rechiamo negli USA, perfino degli smartphone carichi perché potremmo nascondere del liquido bomba.

Gaza, Siria, Iraq, Ucraina. La situazione geopolitica in medioriente è sotto agli occhi di tutti, anche dei meno attenti, sta cambiando a ritmi martellanti. E che dire dei rapporti con la Russia, al vetriolo, fra sanzioni che Putin traduce in un embargo di prodotti ortofrutticoli che minano gli equilibri poco stabili di piccole economie europee e si italiane. Una Guerra fredda che aleggia e che non si conclude, un faccia a faccia che evolve parallelamente a situazioni meno vicine ma neanche troppo lontane. E oggi dunque quella domanda: “Dov’eri tu l’11 settembre?” spesso modificata in una versione più morbosa: “Cosa stavi facendo quando le Twin towers sono state colpite?” acquista un significato che non può prescindere da una situazione che oggi si è di commemorazione ma domani?

credits foto: tg24.sky.it
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