Andiamo nei play-off andiamo! Quattro vittorie consecutive, stamu avvulannu!“. Le vittorie di fila poi saranno cinque ma la reazione di tutta la tifoseria rossazzurra all’impressionante filotto di successi realizzato dal Catania nel mese di aprile – dopo un intero campionato di Serie B vissuto sull’orlo del precipizio – sarà stata la medesima di quella esclamata da Giovanni Impellizzeri, gestore di un centro scommesse, durante una conversazione telefonica intercettata tra lo stesso Impellizzeri e Antonino Pulvirenti, presidente della società etnea. Quello ‘stiamo volando’, pronunciato con più ironia che speranza, rappresenta il breve sogno di qualche migliaio di tifosi rossazzurri, sparso per l’Italia, sparso per il mondo, interrotto sul più bello, visto che dopo quelle cinque vittorie consecutive la compagine allenata da Dario Marcolin conquisterà appena 2 punti nei cinque restanti match. Una grande rimonta rimasta incompiuta? La naturale conclusione di un campionato sfortunato? Macché: un film dell’orrore di infima qualità. Un horror che da ieri mattina, dal momento in cui le agenzie di tutta Italia hanno battuto la notizia dell’arresto di Pulvirenti, Pablo Cosentino e altri dirigenti legati al Calcio Catania, si è trasformato nell’amarissima realtà di una tifoseria già da tempo martirizzata.

Al peggio non c’è mai fine” è stato in effetti il leitmotiv di un biennio disastroso sotto tutti i punti di vista per i colori rossazzurri. Dopo otto stagioni di massima categoria, vissuta attraverso gioie e dolori, prima una retrocessione inaspettata, poi una stagione cadetta ben al di sotto delle aspettative (con la Lega Pro più volte vicina), poi ancora l’ultima devastante mazzata. Una escalation di disastri guarda caso iniziata dal momento in cui Nino Pulvirenti si separa in principio dal fedele Pietro Lo Monaco (anch’egli indagato nella stessa inchiesta per il suo Messina), poi dall’AD Sergio Gasparin e forma un’asse con Pablo Cosentino, procuratore e agente di mercato promosso, a sorpresa, vice-presidente del Catania. La strana alleanza palesa tutti i limiti del Pulvirenti manager, sia dal punto di vista sportivo che da quello comunicativo. Nino da Belpasso insomma, dopo un principio da fenomeno dell’impresa privata, messosi in luce in una zona storicamente (economicamente) depressa, torna a essere quello che sembra: il goffo quarto componente della Banda Fratelli, mentre il socio Pablo ricalca in pieno un personaggio dei film di Robert Rodriguez.

Antonino Pulvirenti e Adriano Galliani (ANSA)
Antonino Pulvirenti e Adriano Galliani (ANSA)

Difficile al momento stabilirlo con certezza, molto più agevole immaginare quali possano essere le conseguenze dell’indagine in corso della questura catanese per il club rilevato nel 2004 da Pulvirenti. Al momento è solo un susseguirsi di voci, tra chi si aspetta una relega solo in Lega Pro (per Calciopoli la Juventus pagò con la retrocessione in B) e chi invece paventa una radiazione della società: comunque vadano le cose, sarà certamente complicato trovare una proprietà con intenzioni serie disposta a rilevare quello che in pochissimo tempo si è trasformato da da gioiello di progettazione (si era parlato di Nuova Udinese) a potenziale associazione per delinquere. Un altarino tra l’altro venuto fuori nella più beffarda delle maniere. Si dà il caso infatti che le intercettazioni degli investigatori abbiano gettato luce sulle inequivocabili conversazioni tra Pulvirenti, Daniele Delli Carri e gli altri personaggi coinvolti nell’inchiesta partendo da una denuncia dello stesso presidente del Catania, che lo scorso marzo aveva ricevuto in busta chiusa una lettera anonima con due proiettili. La segnalazione legale del 53enne imprenditore siciliano – allusiva, secondo i capi ultras ai ragazzi della Curva Nord del Massimino (totalmente estranei ai fatti, secondo le indagini) – ha quindi fatto sì che anche il suo numero di cellulare venisse messo sotto controllo. Il resto è già storia.

Antonino Pulvirenti e Pablo Cosentino (Foto  Davide Anastasi/LaPresse)
Antonino Pulvirenti e Pablo Cosentino (Foto Davide Anastasi/LaPresse)

Una storia in cui a pagare saranno i soliti noti: coloro che avevano già sopportato nel 1993 una delle radiazioni più controverse della storia del nostro calcio, inflitta per un’inadempienza fiscale di pochissimi giorni. La radiazione verrà poi tramutata in retrocessione in Eccellenza ma la rabbia e l’impotenza rimangono.

Pagheranno insomma quei soliti poveri imbecilli che tenevano sempre aperti e aggiornati i siti sul calciomercato per sapere se Pasquale Marino avesse già firmato o se quello scambio di giocatori si fosse concretizzato. Quei poveri imbecilli che rinunciavano ai week-end pomeridiani in famiglia per andare a vedere, alla faccia dei 40 gradi al sole o dei 40 millimetri di pioggia, undici marionette fare su e giù per un prato. Quei poveri imbecilli, come chi scrive, che si sono sobbarcati 800 km in macchina per assistere a un Roma-Catania 7-0 e, ancor di più, quelli che c’erano all’Olimpico così come a Gangi o in altri sconosciuti comuni teatro di omeriche partite su campi polverosi. Che è quello che, probabilmente, il Calcio Catania – a meno di miracoli e/o benefattori della domenica – tornerà a fare dalla prossima annata. Il problema, lo ripetiamo, non è neanche questo, ma la tremenda dinamica con cui si è giunti a tal punto. Un marchio d’infamia che la società fondata nel 1946 porterà forse in eterno e che tuttavia non riguarda – non può riguardare – chi il Catania sostiene, prima vittima di un sistema irrimediabilmente malato.

Il Calcio Catania è già morto e risorto una volta, Catania stessa è stata distrutta e ricostruita più volte. Non è un caso se “Melior de cinere surgo” è il motto della città. Risorgo, sempre più bella, dalle mie ceneri. Nonostante il marciume atavico. Nonostante l’uomo dei sogni si sia trasformato in colui che ha sganciato il Napalm su un meraviglioso parco divertimenti di cartapesta, lasciando il deserto dietro di sé.

[Credits Cover: gianlucdimarzio.com]