Grazie, in tutte le lingue del mondo. Danke, Thank you, Muchas Gracias, Mercès in catalano. È quello che si dovrebbe dire a certe bandiere, dopo aver onorato le maglie delle squadre più prestigiose del mondo. Un tempo, quando il mondo non era ancora quello di oggi, le carriere si chiudevano così. Con un giro di campo e qualche apparizione in una serie inferiore, tanto per non perdere il vizio. Ora ci sono mondi che ti aspettano dall’altra parte del globo, esperienze da fare, altre lingue da imparare. Non è così per tutti, perché per due bandiere che scelgono campionati esotici, e una discreta dote di quattrini, ce ne sono altri due che scelgono di restare in Europa, per trovare nuovi stimoli e provare a fare l’unica cosa che sono abituati a fare: vincere. Le bandiere ammainate sono: Steven Gerrard, 28 anni a Liverpool, Iker Casillas, 25 anni al Real, Xavi, 24 anni al Barcellona e Bastian Schweinsteiger, 17 anni in Baviera. Con storie e saluti diversi:

You’ll Never Walk Alone, Gerrard

“Non giocherò per un club concorrente, non sfiderò il Liverpool, una cosa che non avrei potuto mai contemplare”.

28 anni sono un’eternità calcistica. Una devozione totale per un giocatore, che non è riuscito nemmeno a conquistare una Premier League da protagonista. Ecco perché quel suo errore contro il Chelsea, sul finire delle scorsa stagione, ha fatto male a tutti gli sportivi, non solo a lui. In compenso, Steven ha vinto quanto di più importante al mondo e non è la Champions League soffiata al Milan in rimonta il 25 maggio del 2005, ma l’affetto e la stima incondizionata di Anfield Road, quel You’ll Never Walk Alone interamente dedicato a lui. Come se la Cop ti stesse dicendo: “Dovunque andrai noi saremo sempre con te, ti accompagneremo, e quando deciderai di tornare, saremo pronti a riaccoglierti“. Scene da film nella sua ultima apparizione. Lacrime di gioia, testa alta e petto in fuori. Io sono il capitano, ma senza di voi non sarei mai esistito. Il connubio perfetto tra un giocatore e i suoi tifosi. Gerrard lascia la laboriosa Liverpool dopo 28 anni e non a caso, come il figlio di un’altra terra operaia, Manchester, sceglie Los Angeles. Dove viene accolto da re. Dopo 28 anni di cielo plumbeo e amore incondizionato, una scappatella al mare ci sta proprio bene.

Siempre Hala Madrid

Se n’è andato piangendo, Iker. Ma nel suo pianto e nelle sue parole c’era poco di commovente. Piuttosto di struggente. Spero mi ricordino come una “buena persona” ha detto Casillas nella sua conferenza stampa d’addio togliendosi un peso e mostrando tutti i suoi sentimenti. In realtà ci sarebbe da ricordare molto di più. Giusto un paio di trofei qua e là, che si fa fatica persino a contarli. La maggior parte alzati da capitano, come il Mondiale con la Spagna e i due Europei. In un calcio senza sentimenti Madrid, sponda Real, è sicuramente il centro del mondo. A Madrid non importa chi sei, sei tu che devi ringraziare prima di andare via. Per aver avuto l’onore di aver vestito la camiseta blanca. Come quella volta in cui Puskas tagliò le maniche perché aveva caldo e si vide piombare nello spogliatoio Santiago Bernabeu che gli disse “La maglia del Real è sacra”. Nessun esponente del Real alla sua conferenza, addirittura l’onta del “defollow” su Twitter appena comunicato l’addio. Casillas va al Porto, una scelta non gradita dalla madre che la definisce una soluzione di ripiego, magari per fare lo stesso percorso che ha portato Vitor Baia ad alzare la Champions, con Mourinho, a 33 anni suonati. Di certo per dimenticare l’ossessione Buffon e quella rimessa laterale sbagliata contro la Juventus, ultimo ingeneroso capitolo della sua storia al Real.

Maxisport / Shutterstock.com
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Xavi, il Qatarano

“Il Barça continuerà a vincere, essere competitivo e giocare bene. Lo dimostra la storia. Abbiamo sempre ricostruito e continuato. Prenderanno nuovi giocatori e già c’è un gruppo molto solido e unito”.

Da Catalano a Qatarano, qualche kilometro e qualche petroldollaro più in là. “Me ne vado con l’idea fissa di tornare qui a casa mia, al Barcellona – ha detto Xavi – o come allenatore o come direttore sportivo, quello lo vedremo”. La sua ultima partita con la maglia del Barça è stata la finale di Champions League contro la Juventus il 6 giugno a Berlino, niente male. Ma soprattutto non male il tributo dello stadio nel giorno del suo addio. Altro che Real, altro che Casillas, amico e compagno con cui ha condiviso i trionfi in nazionale e di cui non ha gradito il trattamento. Xavi detiene il record di calciatore che ha vinto più trofei della storia del Barça: otto campionati, sei Supercoppe di Spagna, due Coppe del Re, tre Champions League, due Supercoppe europee e due Mondiali per club. 23 titoli per uno dei più forti centrocampisti della storia del calcio moderno. Anche sui social, tutt’altro trattamento per lui da parte del suo ormai vecchio club.

Bastian contrario

Non ha scelto l’America. E nemmeno i soldi sauditi. Niente spiagge esotiche o piscine faraoniche. Bastian ha scelto di sfidare il Bayern Monaco, e batterlo. Ha scelto una città meno bella di Monaco di Baviera, ancora più grigia e se possibile più dedita al culto del lavoro. Ha scelto il suo vecchio allenatore, quello che gli ha cambiato il ruolo e forse la carriera, spostandolo al centro del campo, Van Gaal. Schweinsteiger ha scelto il Manchester United, un rosso ancora più acceso di quello della Baviera; una sfida difficile perché cambiare abitudini e paese, dopo 17 anni a Monaco, è certamente difficile. Se il Bayern fosse un’azienda sarebbe un’impresa in salute, una delle più floride in Europa, con un progetto a medio lungo termine e un allenatore che deve ancora dare il meglio di sé. Ma Bastian tutto questo tempo non ce l’ha, e allora sceglie di raggiungere il suo vecchio maestro e provare a vincere qualcosa con lui indossando la maglia di uno dei club più gloriosi di Inghilterra e del mondo. Ad attenderlo, a Monaco, c’è una scrivania da dirigente e una partita d’addio già concordata. E un Danke grande così da parte dei tifosi. Perché le scelte sono scelte, e vanno rispettate. Specie se sono scelte di vita di un professionista ambizioso.

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