La morte di Bud Spencer, scomparso a Roma lo scorso 27 giugno, ha lasciato orfani non soltanto Giuseppe, Christiana e Diamy, ma anche diversi milioni di giovani e meno giovani, che grazie alle gesta compiute sul grande schermo da colui che era nato come Carlo Pedersoli, si sentivano in qualche modo figli del gigante buono, protetti da quello sguardo burbero sempre smentito dal sorriso contagioso. Bud, andatosene a 86 anni, è stato niente più e niente meno che un’icona, oltreché personaggio dalla vita straordinaria, anche oltre il cinema. Straordinario già dalla nascita, un super-bebè di 6 chilogrammi, che qualche decennio dopo sarebbe stato inevitabilmente un asso nello sport (tre Olimpiadi all’attivo nel nuoto) e sul grande schermo. Ma anche un eroe dei due mondi, con l’infanzia trascorsa tra Napoli, Roma e il Sudamerica, dall’Argentina al Brasile, passando per l’Uruguay. Uomo dalle mille vite e dalle mille passioni, la cucina su tutte, Bud Spencer inizia da attore a 21 anni, nel 1950, come comparsa in Quel fantasma di mio marito, commedia di Camillo Mastrocinque con protagonista Walter Chiari. Sempre da figurante, l’anno dopo partecipa al kolossal Quo Vadis?, ma è chiaro che la sua mole merita una responsabilità diversa, e nel ’54 gira Siluri umani, importante produzione diretta da Antonio Leonviola, incentrata sulla battaglia di Suda tra italiani e inglesi. L’incontro che però tutti aspettiamo arriva sul finire degli anni ’60: Dio perdona…io no!, prima collaborazione tra Pedersoli (che nel frattempo ha assunto il nome d’arte di Bud Spencer) e Terence Hill/Mario Girotti, esce nel 1967 e da quel momento, fino al 1972, sarà un’alternanza tra western veri e propri (Si può fare…amigo e Una ragione per vivere e una per morire) e spaghetti-western, che a loro volta vedranno il sottogenere rappresentato dall’accoppiata Spencer/Hill.

L’affiatamento tra i due funziona così bene che i registi costruiscono attorno a loro storielle che vanno oltre la cornice western e assumono via via tratti più leggeri e scanzonati, il cui emblema è rappresentato dal suono dei ceffoni che il gigante Bud e l’agile Terence rifilano ai malcapitati di turno. Altrimenti ci arrabbiamo, diretto nel 1974 da Marcello Fondato, è probabilmente la summa di tale produzione, che funzionerà per oltre dieci anni. I film con protagonisti Girotti e Pedersoli hanno un tale successo che vengono reclutati due loro presunti sosia (Paul L. Smith e Michael Coby, in arte Simone e Matteo) per pellicole di bassa lega lanciate sul mercato nel tentativo di far pensare al pubblico a un nuovo film della coppia d’oro. Piuttosto, un revival, piacevole e nostalgico, è rappresentato da Botte di Natale, diretto dallo stesso Hill nel 1994, che però almeno in Italia non riscuote il successo sperato, facendo definitivamente calare il sipario sulla grande avventura di una delle coppie più efficaci della storia del nostro cinema.

Oggigiorno siamo abituati a considerare lo spaghetti-western – e i lavori di Bud Spencer e Terence Hill appartengono per sommi capi a tale categoria – come genere dimenticato che ha vissuto la sua breve stagione di gloria a cavallo tra gli anni ’60 e i ’70. È un errore pacchiano e la conferma ci giunge da un sondaggio effettuato e pubblicato dal Time nel 1999, poco dopo il trionfo di Roberto Benigni agli Oscar: qual è l’attore italiano più famoso al mondo? Risposta: Bud Spencer. E al secondo posto? Terence Hill. Un riconoscimento incredibilmente chiaro per l’ultra-trentennale, fino a quel momento, carriera di Big Bud, accolta però con una punta di amarezza da Spencer: “In Italia io e terence non veniamo proprio considerati: non ci premiano e non ci invitano mai da nessuna parte“. Ulteriore esempio della gloria raggiunta da Pedersoli fuori dai nostri confini arriva da un insospettabile, Heiko Maas, ministro tedesco della Giustizia e Tutela del Consumatore, che a seguito della notizia ha pubblicato un dolcissimo tweet: “Harte Faust, weiches Herz, toller Mensch. Ein Held meiner Kindheit. Ruhe in Frieden, Carlo #Pedersoli”. Ovvero, “Pugno duro, cuore grande, un simpaticone. Un eroe della mia infanzia. Riposa in pace, Carlo Pedersoli”. Solo uno tra i milioni di pensieri dedicati a Bud dai suoi orfani, consapevoli che senza il suo sopracciglio burbero smascherato dal sorriso raggiante, si chiude un’era.