Viggo Mortensen, oltre a essere un uomo straordinariamente bello per i 58 anni che ha, è un attore da salvare. Dopo aver interpretato Aragorn nella trilogia dell’anello, il biondo newyorkese di origini danesi è riuscito ad allontanarsi gradualmente dal personaggio, per imboccare la via più difficile: girare pochissimi film, scegliendoli bene. È difficile oggigiorno infatti trovare un interprete in grado di non sbagliare un colpo: il maestro Cronenberg lo ha voluto sia per A history of violence sia per La promessa dell’assassino, e i risultati gli hanno dato ragione. Nel tempo, soprattutto, è scoppiata la storia d’amore tra Viggo e il cinema indipendente, e Captain Fantastic – presentato all’ultimo Festival del cinema di Roma – pare rappresentare l’apice di questo idillio.

Il film di Matt Ross (Miglior regia nella sezione Un Certain Regard a Cannes 2016) parla della famiglia Cash, capeggiata da papà Ben (Mortensen). Il tratto straordinario dei Cash è che si trovano a vivere deliberatamente nei boschi della costa nord-ovest degli Stati Uniti, a pieno contatto con la natura circostante e accompagnati da un pulmino che ricorda quello di Little Miss Sunshine. Leslie, la moglie di Ben, soffre di disturbo bipolare, causato dal trauma accusato durante il parto di Bo, il primogenito. Quando la donna si suicida, Ben e i figli – già sconvolti per l’accaduto – si trovano costretti a tornare nel mondo reale, per compiere una missione: recuperare la salma di Leslie e, come da sua volontà, cremarla.

Captain Fantastic ha senza dubbio l’aura del cinema indie: la fotografia, la scenografia, la colonna sonora. Il messaggio che però la pellicola di Matt Ross intende lanciare va ben oltre la classica critica alla civiltà occidentale, colpevole di aver perso il minimo contatto con la natura e fiaccata da un lifestyle a dir poco meccanico. La straordinaria famiglia Cash è soprattutto veicolo di un altro importante pensiero: la necessità di dover vivere in questo mondo, accettando le sue debolezze e le sue contraddizioni. L’educazione fisica e spirituale che Ben e Leslie forniscono ai propri ragazzi è fuori dal mondo, in positivo – la durezza di Sparta e la cultura di Atene – e in negativo. È straziante, oltreché al tempo stesso comica, la scena in cui Bo (un bravissimo George McKay, già apprezzato nella serie 22.11.63) rivela alla madre della ragazza appena incontrata i suoi sentimenti e i suoi progetti.

La forza di Captain Fantastic consiste perciò nell’abilità di costruire una proiezione in cui le situazioni ai limiti del ridicolo vissute dalla famiglia Cash (come durante il funerale di Leslie) si stagliano su uno sfondo perennemente tragico. Ben e Leslie lo sanno perfettamente, ed è a questo che si riferiscono con l’espressione ‘un bellissimo errore‘. Un film da vedere.

[Photo Credits: Stéphane Fontaine]