Pensi ai Mondiali che avranno il via fra pochi giorni in Brasile e in testa non può che partire quell’atavico motivetto: Brasil, la la la la la, Brasil…. Pochi sanno che a comporre il brano originale, intitolato Aquarela do Brasil, fu nel 1939 un certo Ary Barroso: pianista, compositore e telecronista di calcio. Perchè se ti trovi in Brasile nel ventesimo secolo, col fútbol devi averci a che fare. Specie se sei commentatore della nazionale carioca tra gli anni ’30 e gli anni ’50, e ad ogni gol dei tuoi inizi a festeggiare suonando il flauto. É anche grazie ad Ary Barroso se il racconto di una partita di calcio smette di essere un mero mestiere e si erge a vera e propria arte.

Ammirato, odiato, privilegiato: il ruolo del telecronista sportivo – calcistico nella fattispecie – soprattutto quando riguarda i match della propria squadra del cuore, si presta al temibile giudizio di milioni di persone. Ci sono però voci che inevitabilmente uniscono: così come unisce, nel bene e nel male, la Nazionale, più che mai al tempo dei Mondiali.

Una vera e propria missione, quella del racconto delle peripezie azzurre nella manifestazione più popolare al mondo, che diversi uomini, nel corso dei decenni si sono passati di mano in mano.

Il pioniere Nicolò Carosio e l’affaire etiope

In principio fu Nicolò Carosio. Vero e proprio pioniere dell’arte, accattivante e implacabile, ha accompagnato le gesta della Nazionale per oltre 35 anni, a cavallo della II Guerra Mondiale. Testimone dei trionfi iridati degli Azzurri nel ’34 e nel ’38, oltre che della vittoria dell’Europeo del ’68 (alternandosi a Nando Martellini), Carosio assistette ad una conclusione di carriera quantomeno controversa, a causa della telecronaca di Italia-Israele ai Mondiali di Messico ’70.

Il ‘colpevole’ si chiama Seyoum Tarekegn, guardalinee etiope autore di una prestazione palesemente a favore degli israeliani. Fonti confuse, all’epoca, raccontarono di un Carosio espressosi con termini come negraccio nei confronti del guardalinee, elemento che quasi causò un incidente diplomatico con l’ambasciata etiope. Il telecronista venne sostituito, già dalla partita successiva dell’Italia, con Martellini, subendo opera di ostracismo. Venne riabilitato solo a 40 anni di distanza, quando la Domenica Sportiva mandò in onda le reali parole che Carosio rivolse a Tarekegn, prive di qualsivoglia denotazione razzista.

Nando Martellini, da Italia-Germania a Italia-Germania

L’affaire etiope costò quindi a Carosio la possibilità di raccontare la partita del secolo, Italia-Germania 4-3, che ricordiamo invece per bocca di Nando Martellini. Romano di nascita, una dizione tendente alla perfezione, Martellini ha fatto da sottofondo al cammino azzurro per 16 anni: nella storia, oltre al “Non ringrazieremo mai abbastanza i nostri giocatori per queste emozioni che ci offrono!” al termine dell’epico match coi tedeschi, rimane il triplice ‘Campioni del Mondo!‘, urlato a Madrid l’11 luglio 1982, dopo aver sconfitto ancora i teutonici, stavolta nella finale iridata.

L’epopea di Bruno Pizzul

Persino la telecronaca profonda, misurata e traboccante di professionalità di Bruno Pizzul – “in azzurro” per cinque mondiali, dall’86 al 2002 – non può che costituire il ruolo di catalizzatore di tutti gli stati d’animo che investono i telespettatori italiani. L’emblema di questa funzione è rappresentato dagli ultimi minuti di Italia-Nigeria, ottavi di finale di USA ’94. Una prestazione deludente degli Azzurri – vicinissimi all’esclusione dal Mondiale per mano dei modesti africani – riscattata da un’improvvisa perla di Roberto Baggio, che in seguito ci trascinerà in finale. Lo stesso Pizzul passa in pochi secondi dallo sconforto (Finiamo in maniera davvero indecorosa) all’entusiasmo per il pareggio raggiunto, corredato poi dalla vittoria.

Il XXI secolo, Rai vs. Sky. Ma ad entrare nella storia è Fabio Caressa

A metà dello scorso decennio nasce una sorta di dicotomia: con l’acquisizione dei diritti anche da parte di Sky, i Mondiali vengono raccontati su un canale da una coppia, Civoli e Sandro Mazzola sulla Rai, su Sky da un’altra, Fabio Caressa e Beppe Bergomi. É proprio il colosso satellitare di Rupert Murdoch, arrivato in Italia nel 2003 con la fusione di Tele + e Stream, a dar nuova linfa al mondo dei telecronisti, con la proposta di nuove voci, gradevoli, autoritarie e competenti, in grado di far fare alla tv quel passo che il calcio stava compiendo.

Tra le voci storiche della piattaforma, quelle di Massimo Marianella, Maurizio Compagnoni per citarne alcune, per raccontare il trionfale cammino azzurro a Germania 2006 viene scelta quella di Caressa. Affermatosi come uno dei più originali cronisti sportivi a fine anni ’90, anche grazie al particolar modo di raccontare il gol (scandendo il nome del giocatore che segna), il giornalista romano – oggi direttore di Sky Sport 24 – viene inevitabilmente travolto dal turbinio di emozioni regalate dagli ultimi minuti della semifinale Italia-Germania. Quelli che hanno regalato alla storia, sportiva e non, l’esclamazione “Cannavaro!“. Senza tema di smentita, uno dei capolavori dell’arte della telecronaca sportiva.

A chiunque toccherà il privilegio, se a Caressa, Bruno Gentili o Stefano Bizzotto, di raccontare ancora il Mondiale azzurro, lo farà sapendo di rappresentare la voce di sessanta milioni di persone.

Un mestiere, anzi un’arte, mica da ridere.

[Ph. Credits: La Prova Dell’Otto]