Ogni giorno assistiamo ad un’emorragia verso l’estero di risorse umane italiane, ma anche finanziare. Perché ogni singolo studente, laureato, che decide di abbandonare la sua Patria per un altro Paese ha un costo, dato dalla sua istruzione e formazione, che però l’Italia non “sfrutta” – o forse sfrutta letteralmente. Nasce così l’esigenza di giovani che hanno investito soldi, energie, rinunce e sacrifici nella propria formazione e che pretendono di veder tornare indietro dei riconoscimenti e dei successi. Sono i famosi “cervelli in fuga”. In Italia, però, purtroppo, questo non accade quasi mai e qualcuno prende la coraggiosa decisione di lasciare tutto e tutti e migrare all’estero, nella speranza di una vita migliore.

Inutile negare che, spesso, queste speranze vengono piacevolmente soddisfatte e molti ragazzi si costruiscono il proprio futuro, mattone dopo mattone, in un Paese diverso dall’Italia.

Le mete più gettonate sono L’Inghilterra, la Francia, L’Australia e l’America. Tutto, purché non sia Italia. Il Bel Paese ha deluso molto le aspettative di chi, pur volendoci credere, gli ha dato delle chance. E dopo l’ennesima delusione non resta che preparare le valigie.

Sicuramente ognuno di noi conoscerà un amico, un parente, un conoscente che è scappato da questa Italia e ognuno avrà le proprie esperienze da raccontare. Il giornale Digitale, oggi vi racconta tre diverse esperienze, di ragazzi che con lo zaino pieno di sogni hanno preso il famoso biglietto di sola andata.

Francesco è un ragazzo calabrese di 32 anni, con 3 Lauree e un Master che l’anno scorso ha preso l’aereo per Dublino, ma che un giorno spera di tornare nella sua tanto amata Terra.

Credits photo: Francesco Iriti
Credits photo: Francesco Iriti

“Calabria-Dublino: biglietto di andata e ritorno?
È questa la domanda che giornalmente mi pongo a quasi un anno (il prossimo 16 settembre spegnerò la candelina) di distanza da quando decisi di compiere questo passo importante della mia vita. Purtroppo la Calabria, ma l’Italia in generale, non è benevola con chi, come me, si è sempre dato da fare per lavorare. Purtroppo le politiche nazionali portate avanti dai vari governi negli ultimi decenni, agevolano solo coloro che non hanno mai lavorato, nullafacenti soprattutto, in quei pochi casi in cui le aziende decidono di contrattualizzare qualche dipendente. E se tu hai sempre lavorato, nel mio caso lavoro a pieno regime da quando ho 23 anni ed ora sono arrivato a 32, resti fuori. Per questo ho deciso di dare una svolta coraggiosa alla mia vita tralasciando, ma è solo un arrivederci, la mia carriera di giornalista con grande simpatia verso i social media. Senza parlare di altre esperienze lavorative. Oltre tre lauree ed un master. E così ho lasciato quanto di buono avevo (sono ancora direttore responsabile del giornale online www.ntacalabria.it), e sono partito alla volta di quella città che viene considerata la panacea per chi ha voglia di emergere nel mondo del lavoro.
Naturalmente, e qui ci è voluto coraggio, senza mai aver studiato inglese e senza saper dire neanche “How are you?”.
Innegabile che i primi mesi sono stati difficili anche perché, fatta eccezione per le prime settimane in cui mi hanno ospitato due miei cari amici ho vissuto per ben 5 mesi in un letto a castello in una casa con altri 4 brasiliani. D’altronde l’obiettivo era quello di risparmiare il più possibile per andare a scuola, vivere e per…bere.
Fortunatamente essendo celiaco (e voi vi chiederete perché ho scelto proprio la patria della birra come meta) e visto il costo elevato nei pub degli alcolici ho evitato di spendere una fortuna e di distruggere il mio corpo anche se, questo è un consiglio che sicuramente in molti hanno già seguito o seguiranno dopo aver letto questo racconto, l’alcool aiuta ad imparare le lingue.
Ritornando alla mia esperienza, a febbraio ho trovato il mio primo lavoro in Arvato at Microsoft entrando a contatto con il mercato irlandese. Da luglio, invece, ho iniziato una nuova avventura con Arvato at Google come Content Reviewer per Google Adwords. Le due esperienze mi stanno facendo maturare molto oltre a contribuire alla mia crescita personale e lavorativa, e diciamolo pure linguistica. Ed il futuro chissà cosa mi preserverà.
È tutta un’altra storia con ciò che troviamo in Italia anche se devo spezzare una lancia a favore del nostro bel Paese più volte bistrattato da chi, soprattutto, non si è voluto mettere in gioco ed ha tentato la carta più facile di emigrare. Dublino e l’Irlanda dalla loro ti danno la possibilità di vivere in un ambiente dinamico, a contatto con varie culture, con stipendi più alti rispetto all’Italia e con possibilità di carriera e con una flessibilità di lavoro incredibile. Il rovescio della medaglia però c’è. Il costo della vita, affitti in primis, è sempre in aumento, non hai copertura sanitaria se non dopo un contratto indeterminato e con un’assicurazione, e se sei in Probation time (i famosi primi 6 mesi) puoi trovarti senza il lavoro da un giorno all’altro. Inoltre, per quanto ho potuto constatare, l’Irlanda è prodiga ad accogliere principalmente profili informatici (i più fortunati), social media e customer service. E naturalmente persone che parlano più lingue e qui noi italiani in generale andiamo male. Senza dimenticare questo benedetto e caratteristico meteo che è un vero salasso per chi come me proviene dal profondo Sud ed è abituato a vedere il sole 10 mesi l’anno. Dimenticavo che siamo in estate ancora in Irlanda, mentre fuori piove e frescheggia un po’.
Dopo questo preambolo che sicuramente ha già creato due raggruppamenti tra chi è favorevole e chi contrario alle mie parole, concludo con il quesito che avevo posto all’inizio su Calabria-Dublino: andata e ritorno?
Sfido chiunque di voi a non voler un giorno tornare nella propria terra, tra i propri cari ed amici d’infanzia, con un lavoro garantito e a mettere le proprie esperienze al servizio del proprio territorio. Io sono uno di quelli a cui piacciono le sfide soprattutto in una terra come la Calabria che da tutti viene vista solo come terra di ‘ndrangheta ma che in realtà può godere di bellezze paesaggistiche-naturali e di personalità di spicco che, se sfruttate, potrebbero creare indotto per tutta la Nazione.”

Davide, invece è un Napoletano di 29 anni, scappato dall’Italia per approdare nella città più romantica che c’è, Parigi, solo con il suo ragazzo e il suo gatto ma che non vede l’ora di rientrare e avere una nuova occasione nel Bel Paese.

“Io sono partito tre anni dopo una laurea in lingue, un master in management degli eventi culturali, stages in agenzie di booking musicale e in al Teatro Regio di Torino, insomma un CV da invidiare ma che a Napoli serviva per lavorare in call center. Sono partito dopo l’ennesima batosta presa in un concorso per collaboratore dell’ufficio comunicazione di un famoso museo napoletano. Colloquio rivelatosi poi fasullo perché il direttore aveva già scelto da giorni la persona che avrebbe ricoperto quel ruolo.
Faccio le valigie alla volta della città più romantica del Mondo, cerco casa disperatamente ma nessuno è disposto ad affittarmela perché non ho garanti francesi che paghino l’affetto per me in caso di insolvenza. Mi si presentano mesi di ricerca in cui mi viene proposto di tutto, tra cui dividere il letto in cambio di sesso e
stanze di 7 metri quadri con il water accanto al letto.
Ma finalmente riesco a trovare una casa in una zona che qui definiscono “chaud” cioé calda. La prima sera fummo inseguiti fino sotto casa da un magrebino che non aveva delle belle intenzioni e cosi tra un burqa integrale, spacciatori sotto casa, una prostituta al secondo piano, passano i miei primi 6 mesi. Trovo finalmente lavoro, un lavoro che, nei miei incubi più tremendi, non credevo esistesse: recupero oro dai dentisti. Tra mobbing e il lavoro in sè, sono andato in depressione e sono ingrassato di 12 chili in pochi mesi. Resto li per 6 mesi, poi inizio a pensare al suicidio e quindi decido di cambiare lavoro. Lascio quel lavoro e nel frattempo prendo la disoccupazione cosi inizio a fare tutti i documenti per essere in regola completamente, chiedo la tessera sanitaria francese, la carte vitale, faccio l’iscrizione al pole emploi, ossia il collocamento, dichiaro i miei redditi ecc. Ci metto 12 mesi ad avere la mia carte vitale, in quanto la burocrazia francese ti fa andare dallo psicoterapeuta, mi chiedevano di continuo gli stessi documenti che avevo già consegnato infinite volte, in piu il titre de sejour, un documento che nemmeno gli impiegati sanno spiegarti cosa sia.
Dopo un anno di stress infinito tra burocrazia e lavoro riesco ad ottenere i primi documenti. Io sono partito con la speranza di trovare un lavoro affine ai miei studi e mi sono ritrovato a lavorare per disonesti, a volte anche italiani, che ti facevano lavorare a nero e lavori che con la mia laurea non c’entravano nulla. Ho fatto anche il cameriere da un italiano che oltre a farmi lavorare a nero mi trattava come una bestia.
Dicevo che lascio il lavoro del call center di recupero oro e inizio a cercare stages e lavori dignitosi. Ma per gli stages qui vogliono una convenzione che non ho e per i lavori nel settore letterario preferiscono qualcuno che abbia un titolo di studi francese, quindi automaticamente sono escluso da qualsiasi possibilità di cambiamento professionale.
Parigi è una città che vive al contrario. Ho conosciuto persone sulle quali non avrei scommesso un
centesimo ma che avevano lavori bellissimi e ben retribuiti e poi ho conosciuto persone competenti, preparate, laureate, dottorandi che fanno i camerieri in ristoranti finti italiani gestiti da arabi che ti servono la pancetta hallal (di tacchino) passandola per la famosa carbonara italiana.
Comunque riesco ad andare via dal 93, la zona chaud e trovo una casa in condivisione nel 19esimo, un quartiere popolare con spaccio ad ogni angolo. Ho vissuto a Napoli per anni senza subire un furto, mentre
qui mi é capitato almeno 5 volte.
Passa un altro anno e comincio a fare il bilancio. Con la disoccupazione riesco a stento a pagarmi l’affitto della stanza, in pratica ho sempre lavorato solo per pagarmi l’affitto, lo stipendio minimo qui è di circa 1150 euro al mese e pagavo 650 euro di affitto per una stanza in una casa marcia, poi considerando tutte le spese, a fine mese arrivavo facendo salti mortali e arrivo ancora facendo salti mortali.
Quindi comincio a fare bilanci, lavoro solo per pagarmi l’affitto senza riuscire a mettere qualcosina da parte,
sono depresso, ho messo chili, cosa mi sta dando questa città? Nulla. Al massimo toglie.
Finita la disoccupazione, trovo un lavoro in un call center. Questa volta però sono indagini di mercato, il lavoro migliore che mi sia capitato da quando sono qui, solo che il mio contratto è a settimana e con quel tipo di contratto non hai alcuna certezza.
Ho perso tutte le forze per un qualsiasi altro cambiamento ora, questi anni qui mi hanno succhiato tutta l’energia iniziale di cambiamento.
Voglio ritornare a Napoli, nella mia bellissima città, riprendere le forze, curarmi con le bellezze della vita semplice, per poi ripartire, questa volta per una meta sensata, informandomi, chiedendo in giro
prima di partire. In Italia purtroppo non ho speranza di trovare lavoro. Il nostro Paese è martoriato da una politica furba e ladrona. Voglio solo riprendere le forze e ritrovare la gioia di una nuova partenza, la speranza di farcela, insomma. Io spero che il mio futuro sia in Italia, ma la vedo chiaramente dura.”

Diversa invece la storia di Tiziano, 25 anni che da Campobasso vola a Miami, la città che tutti sognano, senza voler in alcun modo tornare indietro.

Credits photo: Tiziano Sforza
Credits photo: Tiziano Sforza

“Io vengo da Mafalda, un piccolo paesino nella provincia di Campobasso. Prima di partire ho lavorato per due anni a Trony, e poi all’azienda di mio padre che si occupa di tendaggi. L’anno scorso però ho deciso che era ora di partire. Mi dispiace dirlo, l’Italia è il Paese più bello del Mondo, ma i giovani non hanno futuro. La cosa che mi ha spinto di più a partire è stato proprio il mio paesello di 1000 abitanti, dove noi ragazzi non abbiamo alcuna possibilità. Ho scelto Miami perché qui c’è sempre il sole ed essendo una persona molto solare, questo mi rende felice. Il primo periodo è stato molto duro, non conoscevo nessuno, la lingua non è il mio forte, ma piano piano, tutto sta andando x il verso giusto. Sono partito con circa 5000 euro in tasca, dopo 4/5 giorni ho trovato lavoro in un ristorante. Poi ho conosciuto un ragazzo che mi ha aiutato a trovare il mio attuale lavoro: manutenzione nella villa di una persona molto nota. Non penso di tornare in Italia, perché qui sto bene e so che, purtroppo, il mio futuro non sarà nel mio Paese. Non posso permettermi il lusso che c’è a Miami, tra yacht, ferrari e ville ma vivo benissimo e questo mi basta.”

L’Italia è un Paese per vecchi? A quanto pare si, anche se rimarrà sempre nel cuore di chi se ne va. Senza avere la possibilità di rimanere, di restare e contribuire allo sviluppo di casa propria. Non conta più ormai trovare la responsabilità, piuttosto serve investire nei giovani, che sono il vero motore di ricerca dell’economia. Sfruttare risorse umane vogliose di mostrare il proprio valore e le proprie capacità. Perché all’estero qualcuno la possibilità di dimostrare che non siamo poi così choosy ce l’ha data. Anche se non arriviamo sui barconi, ma più comodamente in aereo, non ci sentiamo diversi da chi, con la speranza di una vita migliore in valigia, scappa dalla propria Patria per assicurarsi un futuro che sia degno di essere vissuto.

[Credit Cover: Visivastudio]