L’abito non fa il monaco e non potrebbe essere altrimenti. Immaginiamo di vestirci tutti uguali, stessa maglietta e pantaloni, stesse scarpe. Spazio all’omologazione e all’annullamento di qualsiasi traccia di creatività e personalità. E non c’è dubbio che il nucleo di ognuno di noi si celi all’interno, quell’immenso spazio che è possibile esplorare dopo aver superato l’importante barriera dell’apparenza. Per una volta però annulliamo il giudizio comune che associa agli abiti – con occhi puramente esterni – una superficialità di fondo e guardiamoli invece dall’interno, con i nostri occhi, per vedere quello che dicono di noi. Perché gli abiti parlano e raccontano molto più di quello che possiamo immaginare e si portano addosso il passato proprio come fanno il corpo e la mente; e non si tratta solo di una barriera tra la nostra essenza e la realtà, ma una sfumatura esterna del proprio essere, un invito o una semplice suggestione.

Proprio come gli abiti di Dolce&Gabbana, che attraverso i colori, i tessuti, ma soprattutto i dettagli sono in grado di trovare la loro essenza nelle radici di ogni donna o in quelle di una terra, riportando alla luce elementi dimenticati, che hanno invece la necessità di sopravvivere. L’animo vibrante ed edonistico della Sicilia, così come la bellezza e il fascino di un’Italia d’altri tempi emerge dall’incastro tra il rosso e il nero e l’oro degli accessori importanti che vediamo sfilare sulle passerelle della celebre casa di moda. Non è necessario però vestire un abito del grande marchio italiano per capirne l’essenza, perché le radici e i ricordi rimangono incastrati sui nostri abiti nella “normalità” di ogni giorno, indipendentemente dal marchio o dalla provenienza dello stesso. È la persona che lo indossa a dargli vita e ampio respiro, attaccandoci sopra sensazioni come spilli.

È questo il messaggio emerso da uno degli eventi più incisivi che hanno avuto luogo durante l’87esima edizione di Pitti Uomo conclusasi qualche giorno fa a Firenze. Qui l’attrice Tilda Swinton insieme a Olivier Saillard, direttore del Museo Gaillera di Parigi hanno messo su una performance molto particolare, intitolata Cloackroom e interpretata proprio dall’attrice inglese, che vestiva i panni di una guardarobiera. In assoluto silenzio, mentre il pubblico prendeva posto, i due hanno fatto accomodare i presenti e chiesto di consegnare loro un proprio capo d’abbigliamento come se si fossero trovati all’interno di un guardaroba pubblico.

Arrivava così una fila interminabile di cappelli, sciarpe, cappotti e pellicce che attendevano di essere rianimati da Tilda, che cominciava a dialogare con gesti teatrali con il capo consegnatole. La straordinaria guardarobiera veniva ispirata nei gesti ogni volta in modo diverso: accarezzava le maniche di un cappotto, pregava con la testa sul tavolo davanti a un cappello, si arrabbiava con un giubbotto e lo tirava in aria, si sdraiava su un trench, annusava e improfumava un giaccone, leccava una sciarpa o fingeva di essere abbracciata ad un fidanzata annodando le maniche di un cappotto su una spalla. Ricordi e sensazioni che gli abiti risvegliavano nell’attrice, che con bravura e passione interpretava, donando una nuova identità a ogni abito. Così dietro ogni tessuto si nascondevano sensualità, divertimento e paura, che allontanano quel pregiudizio che viene associato ai tessuti che ci avvolgono quotidianamente, mostrando chiaramente quanto in realtà ci influenzino.

Gli abiti sono parte integrante della nostra vita, accompagnandoci proprio come qualsiasi altra parte del nostro corpo, raccontando qualcosa del nostro essere, caratterizzandoci davanti agli altri. Sì, perché vestirsi è un’arte straordinaria che emerge da ognuno in maniera diversa: dai tessuti, ai colori e alle linee, gli abiti tirano fuori i lati più nascosti, così come paure, sensazioni, sentimenti e ricordi: il profumo di chi amiamo su una sciarpa o un vecchio abito che ha ricevuto e dato abbracci e accarezzato corpi e visi che rimangono per sempre nella mente.

I capi d’abbigliamento e gli accessori che attirano il nostro sguardo e che tendiamo ad acquistare caratterizzano la nostra personalità più di quello che crediamo. Siamo quello che indossiamo. Lo siamo nel momento in cui gli abiti ci rendono padroni del nostro corpo e quando siamo felici non solo nei panni che scegliamo di vestire, ma soprattutto nei nostri. E non c’è tendenza o moda che tenga, perché gli abiti che indossiamo non sono mai quelli imposti o quelli verso cui la società ci indirizza. Andremmo incontro all’omologazione, indossando il famoso abito del monaco.

Credits Cover: Giovanni Giannoni