Se lo leggeste, John Green vi sembrerebbe un autore letterario a metà fra Fabio Volo e Nicholas Sparks. In realtà è più bravo, più sveglio. Il suo ultimo romanzo in ordine di tempo, Colpa delle stelle – decisamente il best-seller del 2012 negli USA – gli ha regalato lo status di icona di un genere, quello romantico/strappalacrime.

Da successo annunciato (record di incassi in patria) e con tre mesi di ritardo (perchè, si sa, in estate il cinema non esiste in Italia) arriva anche nelle nostre sale l’adattamento firmato da Josh Boone di The Fault in our stars. È la storia di Hazel (Shailene Woodley), sedicenne sopravvissuta a un cancro alla tiroide, che durante una seduta del gruppo di supporto incontra Augustus “Gus” (Ansel Elgort), diciassettenne a cui un tumore osseo ha portato via una gamba. L’entusiasmo contagioso di Gus, che la chiama Hazel Grace, cambia la vita della ragazza: tra i due nasce qualcosa che va palesemente oltre l’amicizia. Hazel, però, consapevole di dover ancora lottare col proprio male e non volendo ferire il ragazzo, tarpa inizialmente le ali alla loro relazione. Nel frattempo Gus completa la lettura di Un’afflizione imperiale, consigliatole da Hazel, scritto dal suo autore preferito, Peter van Houten (Willem Dafoe). Un viaggio ad Amsterdam sarà l’occasione per incontrare il misterioso scrittore e far spiccare il volo al loro amore.

Chi ha letto (e prevedibilmente amato) il libro di Green non ha bisogno di leggere critiche e recensioni: andrebbe a vedere il film anche se i protagonisti fossero Roseanne Barr e Rob Schneider. È la regola del best-seller. Chi invece non conosce la vicenda di Hazel e Gus, sappia che sì, si tratta dell’ennesima rottura di scatole della serie “lui, lei, la malattia”, rappresentata dai campioni Love Story, Autumn in New York o I passi dell’amore (toh, tratto da Sparks).

Il problema però è che, al netto di un soggetto stravisto, tutto questo funziona. Perché Colpa delle stelle, pur essendo una di quelle storie raccontate mille volte e in altri mille modi, parte con dieci punti di vantaggio: cinque dati da Shailene Woodley, altri cinque da Ansel Elgort. Belli ma non celestiali, nel loro piccolo infinito viaggio, semplici ma non scialbi, i loro volti sono i principali colpevoli non solo delle lacrime che scenderanno dagli occhi delle coppiette rodate ma anche da quelli di chi è solito far colazione con Alien.

Sostenuto da una soundtrack giovanilistica e dinamica – Ed Sheeran, Tom Odell, M83, Charli XCX – Colpa delle Stelle viaggia spedito per le quasi due ore di durata, pur soffrendo del difetto che accompagna molti adattamenti, quello dello script. Alcune frasi a effetto funzionano più su carta che su pellicola. Un po’ zoppicante la resa dello scrittore Van Houten, ai limiti del ridicolo il dialogo con Hazel, nonostante la presenza in scena di Willelm Dafoe.

Ciononostante, The fault in our stars non delude: Hazel e Gus regalano sprazzi di poesia ingenua, a metà fra una canzone d’amore di Rino Gaetano e una del Jovanotti maturo.

Non mortifichiamo questo tipo di cinema. Non è una questione di difesa verso un filone, – che conserva comunque una sua dignità – quello degli strappalacrime: è più una presa di coscienza della necessità (e dell’onestà intellettuale) di giudicare un prodotto senza il bisogno di ricorrere a termini come ruffiano o ricattatorio. A questo proposito, l’adattamento di Josh Boone è molto più simile a un’opera di Michael Bay che ai dramedy da cui sembrerebbe prendere le mosse. Della serie spegni il cervello, accendi il cuore, coi sentimenti al posto dell’adrenalina. Perché il fine giustifica i mezzi.

E più che i fazzoletti, preparate i secchi: le lacrime che si verseranno in sala saranno sufficienti per un altro Ice Bucket Challenge.

[Ph. Credits: Ben Richardson/Temple Hill Entertainment]