Thank you from the bottom of my heart. This is a truly wonderful evening for me. Thank you.

Le avete sentite così tante volte queste parole, in ordine intercambiabile, che è quasi superfluo sottolineare il fatto che appartengano a un discorso di ringraziamento per un Oscar vinto. A pronunciarle, nella fattispecie, è un felicissimo Mel Gibson, il 25 marzo 1996, al Dorothy Chandler Pavilion di L.A., con in mano due statuette: quella per la regia e quella per il film, Braveheart, uno dei maggiori successi dell’annata precedente, che ha battuto sul fil di lana Apollo 13. Il 1996 però sarà un anno, cinematograficamente parlando, diverso rispetto al suo precedessore, per un’infinità di ragioni.

Sta innanzitutto per concludersi effettivamente il conflitto balcanico, causa di diverse migliaia di perdite, tra militari e civili. Eltsin vince le presidenziali russe e Clinton si riconferma leader del mondo. A casa nostra invece, si va dall’incendio che danneggia in maniera gravissima La Fenice di Venezia al successo dell’Ulivo di Prodi. Nel frattempo si sciolgono i Take That e Michael Johnson, alle Olimpiadi di Atlanta, batte il (suo) record del mondo nei 200 metri.

E il cinema come sta? Il grande schermo, superata la metà dei fatidici anni ’90, gravita tra due correnti: quella autoriale e quella del documentario. Perchè se è vero che assistiamo – ed è un piacere – a uno stato di forma ottimale di alcuni maggiori autori, il ’96 è senz’altro l’annata dei filmdoc. Escono infatti due capolavori assoluti del genere, agli antipodi tra di loro come tematica, ma entrambi in grado di aggiungere qualcosa di nuovo a quanto già detto: Quando eravamo re (Oscar come miglior documentario), di Leon Gast, incentrato sull’incontro del ’74 tra Alì e Foreman, e Microcosmos, girato da Claude Nuridsany e Marie Pérenno, delizioso e indimenticabile viaggio nella natura più piccola e sorprendente.

Dicevamo dei maestri, li abbiamo, eccome: Abel Ferrara gira quel che è forse il suo capolavoro, Fratelli, il bad boy Lars von Trier rappresenta di nuovo i ragazzi del Dogma 45 e ci regala l’iconico Le onde del destino, e un Mike Leigh in stato di grazia vince la Palma d’oro a Cannes con Segreti e bugie. Tre drammi a tinte forti che incideranno in maniera decisa sul linguaggio cinematografico degli anni a venire.

Ci sono però altri autori che mettono il loro zampino nel variegato 1996: c’è il vate David Cronenberg che partorisce un’opera difficile e tremendamente sottovalutata come Crash; c’è il maestro dell’horror Wes Craven, che dopo un decennio un po’ così si riscatta alla grande firmando con Scream una delle saghe maggiormente di culto degli ultimi 90’s; ci sono anche due ragazzi: il 28enne di origini messicane Robert Rodrìguez e il 24enne cileno Alejandro Amenábar che si mettono in luce con due perle, Dal tramonto all’alba e Tesis. Nel discorso autori, però, non possono mancare due fratelli (Joel ed Ethan), che dopo aver fatto centro con cinque film su cinque, si consacrano proprio nel ’96 con Fargo, un noir grottesco che regalerà ai Coen Bros. l’Oscar per le sceneggiatura originale.

Se però dobbiamo scegliere un film simbolo del periodo (anche se descrive un’epoca immediatamente antecedente), non come qualità immanente ma come forza e capacità di affermarsi come opera innegabilmente cult, dobbiamo tornare Oltremanica, dove un 40enne di Manchester di nome Danny Boyle (anche lui vincerà un Oscar) traspone un portentoso romanzo di uno scozzese, Irvine Welsh: il mondo conosce Trainspotting e da quel momento, un po’ dappertutto ci si divide tra chi considera il film un capolavoro di crudo e grottesco realismo e chi lo ritiene invece una volgare apologia della droga. Giudizi morali e soggettivi a parte, l’opera di Boyle, per ritmo, approccio e forma (indimenticabile la soundtrack) rimarrà unica nel suo genere.

Un ’96 fatto solo di cinema d’autore e documentari? Non solo, chiaramente. La parte del padrone ai box-office di mezzo mondo la fanno due americanate: una per eccellenza, il chiassoso Indipendence Day di Roland Emmerich e una in senso più raffinato, il primo Mission:Impossibile, diretto dal maestro De Palma, che lancia Tom Cruise nel firmamento ancora poco esplorato dello spy-action. Un successo ai botteghini anche Il gobbo di Notre Dame, deliziosa rivisitazione Disney del classico di Victor Hugo. Ma a mettere tutti in fila in Italia è il secondo film del 31enne fiorentino Leonardo Pieraccioni, Il ciclone, signore degli incassi nella stagione ’96-’97, che lancia l’effimera stella latina di Lorena Forteza.

Per il resto, a parte il generazionale Jack Frusciante è uscito dal gruppo, con Stefano Accorsi e Violante Placido ancora ragazzini, e la zampata del Bertolucci di Io ballo da sola, non è che si possa andare particolarmente fieri del nostro 1996: annata infatti caratterizzata da una sfilza di opere sguaiatamente trash, come Bambola (dominato dalla Valeriona) e Squillo (col mitico Raz Degan), insolita incursione nel giallo dei fratelli Vanzina che nello stesso anno firmano anche il divertente A spasso nel tempo.

L’anno si chiude però con un enorme vuoto, quello lasciato a dicembre da Marcello Mastroianni, che se ne va all’età di 72 anni piegato da un tumore al pancreas, non prima tuttavia di aver collaborato – per Viaggio all’inizio del mondo – con un altro gigante del cinema, Manoel de Oliveira, scomparso appena un mese fa a 106 anni. “Non mi sento per niente vecchio. Al massimo, leggermente anziano“, aveva detto Mastroianni di sé in un’intervista pochi mesi prima della morte. Poco tempo fa lo ha raggiunto da qualche parte la divina Anita Ekberg: loro due, quella fontana e quel “Marcello, come here!” non saranno mai del tutto vecchi, non saranno mai del tutto mortali.