Il 4 settembre 1972 gli spettatori accorsi alla Olympia Schwimmhalle di Monaco di Baviera, insieme ai telespettatori sparsi per il globo, assistono al materializzarsi di una leggenda: il nuotatore tedesco Mark Spitz, californiano di origini ungheresi soprannominato Lo Squalo per ovvie ragioni, si aggiudica la settima medaglia in una sola Olimpiade. Un record imbattibile, almeno fino al 2008, quando un altro americano, Michael Phelps, alle Olimpiadi di Pechino ne prende 8 di medaglie. Non importa, perché in quel momento le Olimpiadi di Monaco, organizzate con la solita impeccabilità dai tedeschi a ovest del Muro, stanno dando un contributo notevole alla storia dello sport. I giochi olimpici sono però da sempre specchio del mondo, dei suoi equilibri e delle sue tensioni, e Monaco non fa certo eccezione: il giorno successivo al trionfo di Spitz, un commando di terroristi palestinesi (Settembre Nero) fa irruzione nell’Olympisches Dorf, precisamente negli alloggi della rappresentazione israeliana. Vogliono compiere una carneficina, riusciranno a uccidere undici atleti israeliani e a rapirne altri: 33 anni dopo, Steven Spielberg dirigerà Munich, racconto del Massacro di Monaco. L’orrenda azione palestinese è solo un gradino dell’escalation di violenza che porterà neanche un anno dopo alla Guerra del Kippur, e a tutto il resto.

Che anno: c’è violenza come se non ci fosse un domani, un po’ dappertutto. Il 30 gennaio, a Derry (Irlanda del Nord) il 1° Battaglione del Reggimento Paracadutisti dell’esercito di Sua Maestà apre il fuoco contro i civili in marcia per i diritti civili. Ne muoiono 14, coniando la tristemente nota Bloody Sunday, di cui si occuperanno anche gli U2, in campo musicale, qualche anno dopo. C’è anche la violenza che colpisce fisicamente l’arte, e che arte. Il 21 maggio, giorno di Pentecoste, un geologo ungherese chiamato László Tóth vandalizza la Pietà di Michelangelo a colpi di martello: quindici bordate andate a segno (che staccheranno anche il braccio sinistro della Vergine) al grido di “I am Jesus Christ, risen from the dead“. Il geologo magiaro fu riconosciuto non sano di mente, rinchiuso in manicomio per un anno e rimpatriato: il capolavoro michelangiolesco, da allora, è invece protetto da una teca antiproiettile di cristallo.

Foto: Hulton Archive
Foto: Hulton Archive

In compenso, è anche l’anno dei cannibali. Oltre al già citato Squalo, ce n’è uno che volteggia sulle distese di neve: ha un nome teutonico, è di Bolzano, e si chiama Gustav Thöni. Il cannibale per antonomasia è però un fiammingo che nel 1972 si permette il lusso di realizzare sia la doppietta Giro-Tour, sia il record dell’ora, che rimarrà imbattuto per quasi 30 anni. Di lui, Eddy Merckx, ci parlerà anche Enrico Ruggeri in Gimondi e il Cannibale, una delle più belle canzoni italiane sullo sport. Se c’è un cannibale anche al cinema, nel 1972, la mente non può che tornare a un giorno di marzo, quando i cinema d’America vengono raggiunti dall’adattamento di un romanzo scritto 3 anni prima da un italo-americano, Mario Puzo, diretto da un italo-americano (Francis Ford Coppola), che ha tra i protagonisti un 32enne italo-americano (Alfredo James Pacino). Il film, Il Padrino, si porterà l’anno dopo a casa tre Oscar, che sarebbero dovuti essere molti di più, specie per il peso specifico che avrà nella storia del cinema. Anche grazie alla performance mostruosa di Marlon Brando, che quando veste i panni di don Vito Corleone si riempie le guance di silicone. Il Padrino verrà, per molti anni, considerato solo un grande gangster-movie.

Ma lo avrete già capito, è un anno decisamente particolare: così come è particolare l’esordio dietro la macchina da presa di un ventiseienne ebreo di Cincinnati, che abbiamo già citato. Quando gira Duel, adattamento di un romanzo di Richard Matheson, Steven Spielberg è convinto che il film non vada oltre i canali televisivi statunitensi, perché a tale scopo era stato pensato. La messa in onda in TV del film, un cattivissimo thriller travestito da road-movie, è un successone, perciò la produzione decide di lanciarlo anche nelle sale e poi, l’anno dopo, in Europa. Regalando al resto del mondo l’esordio più importante del 1972. Anche perché è un anno ancora dominato dai mostri sacri: Ingmar Bergman si disimpegna con un altro capolavoro, Sussurri e grida, mentre Werner Herzog fa ripetutamente a botte sul set con Klaus Kinski, mettendo tuttavia al mondo il formidabile Aguirre, Furore di Dio. Il Maestro Hitchcock ha ancora il tempo di mettere a segno la penultima zampata (Frenzy) e dopo il ’68 si torna a parlare di borghesia, con Luis Buñuel a firmare Il fascino discreto della borghesia. Ancora, il 37enne Woody Allen fa centro due volte: da attore, in Provaci ancora, Sam (tratto comunque da una sua piece teatrale) e da regista, con Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere.

Non si può però parlare di 1972 senza mettere l’Italia in pole position, per numerose ragioni. Perché torniamo a vincere l’Oscar come miglior film straniero grazie a Vittorio De Sica (Il giardino dei Finzi Contini). Perché il cinema cosiddetto storico-sociale è al suo apice, con Il caso Mattei (Francesco Rosi), Sbatti il mostro in prima pagina (Marco Bellocchio) e La classe operaia va in paradiso (Elio Petri) a comporre una tripletta di irripetibile livello. Comune denominatore è la presenza da protagonista in tutte e tre le opere di Gian Maria Volonté, fuoriclasse assoluto della scena, dal carattere tutt’altro che semplice, andatosene troppo presto, nel 1994 a soli 61 anni. Poi, perché oltre a un rigoglioso cinema di genere, da Fernando Di Leo a Lucio Fulci (Milano – Calibro 9 e Non si sevizia un paperino), ci sono anche le firme di due autori come Fellini (Roma) e Bertolucci: lo scandaloso Ultimo tango a Parigi è uno di quei film che cambierà per sempre il modo di intendere il cinema, almeno a livello mainstream.