Deve essere successo qualcosa di particolare alle donne che nella seconda parte del 1986 avevano appena saputo di stare per diventare mamme: non si spiega altrimenti il boom di fenomeni venuti alla luce nel 1987. Tra l’aprile e il luglio di quell’anno si registrano infatti le nascite di bebè destinati qualche anno dopo a dominare le rispettive aree di interesse, anche con piglio cannibalesco: da Maria Sharapova a Nole Djokovic, da Sebastian Vettel a Jorge Lorenzo. Fino ad arrivare a Leo Messi, che nasce quarantacinque giorni dopo il primo storico scudetto del Napoli, guidato dal genio che gli lascerà il testimone del ruolo di calciatore più forte al mondo, Diego Armando Maradona. Insieme alla generazione di fenomeni appena illustrata, fanno la loro comparsa sul piccolo schermo, sempre più forte rispetto al grande, anche cinque strampalati componenti esponenti della (più o meno) tipica famiglia americana: sono gialli, sono dissacranti e di cognome fanno Simpson. La serie animata creata da Matt Groening fa da contraltare a un altro prodotto televisivo neonato, perché nel 1987 parte anche Beautiful, soap che ridefinisce il termine moderno di odissea.

I futuristici anni ’90 si avvicinano e si avverte il bisogno di aria nuova, anche perché il mondo nell’87 perde Andy Warhol e il cinema icone della vecchia gloriosa Hollywood, come Rita Hayworth, Fred Astaire e John Huston, che però se ne andrà non prima di aver realizzato Gente di Dublino, adattamento del capolavoro di Joyce con protagonista la figlia, Angelica. Ci sono dunque nuove figure di riferimento che si impongono: in letteratura è la volta di Paul Auster, Ian McEwan, Daniel Pennac e James Ellroy, mentre i giovani sono ai piedi di Jon Bon Jovi, Whitney Houston, U2 e soprattutto di Madonna, che nello stesso anno compare al cinema in Who’s that girl, commedia in cui fa impazzire Griffin Dunne. Il film di per sé non è un granché, ancora oggi si ricorda più che altro per l’omonima hit di Lady Ciccone che lo accompagna. Così come, allo stesso modo, la fama dell’album Bad supererà quella del Bad pellicola, con un MJ all’apice. Qualcosa da ricordare però non manca e si nota una linea di continuità con l’86, da cui era uscito vincitore, ai successivi Oscar, Platoon di Oliver Stone, disperato urlo di indignazione contro l’orrore di ogni conflitto con i meravigliosi Tom Berenger e Willem Dafoe. La guerra, in particolare il trauma ancora (forse tutt’oggi) aperto del Vietnam, solca nuovamente il grande schermo: se Hamburger Hill è un dimenticabile ritratto di una celebre battaglia della sporca guerra in Asia e Good Morning Vietnam un’adorabile commedia agrodolce con Robin Williams, Full Metal Jacket, penultimo (capo)lavoro di Stanley Kubrick, è una imprescindibile fotografia della follia e della fragilità che abitano l’essere umano.

Full Metal Jacket (Ph. Credits: Douglas Milsome)
Full Metal Jacket (Ph. Credits: Douglas Milsome)

Di quel roboante ’87, che vede l’inizio dell’ultima stagione di Mrs. Thatcher a Downing Street, il baluardo liberale è rappresentato da una stella di Hollywood degli anni ’30 e ’40, Ronald Reagan, che per tutti gli anni ’80 sarà l’uomo più potente del pianeta. La sua legge, muscolare e distopica, è difesa sul grande schermo da RoboCop, di Paul Verhoeven. Uno dei più fedeli ritratti però degli aggressivi 80’s lo realizza il solito Oliver Stone, che dà a Michael Douglas (che a sua volta si prenderà l’Oscar) il ruolo della vita, quello di Gordon Gekko in Wall Street. Trovano spazio nell’87 anche due ritratti nostalgici – ma certamente agli antipodi tra di loro – degli anni ’30: Gli Intoccabili di Brian De Palma, con De Niro notevole Al Capone, e Radio Days di Woody Allen, che nella stessa annata fa doppietta con Settembre, sempre con la fedelissima compagna e musa Mia Farrow. A proposito di nostalgia: c’è altro da dire su Dirty Dancing, gli anni ’60 e la battuta “Nessuno può mettere Baby in un angolo“?

Spostiamoci sul versante capolavori, rappresentato dalle pellicole che hanno reso iconico il 1987: già citato Kubrick, come non menzionare il magnifico polpettone di Bertolucci, L’ultimo imperatore, imponente affresco storico fotografato magnificamente da Vittorio Storaro? Ai successivi Oscar sarà un trionfo, con 9 statuette portate a casa. E a proposito di Asia, applausi per il coraggio e il risultato anche a Spielberg, che con L’impero del sole – tratto da un romanzo di James Graham Ballard – lancia da protagonista il piccolo Christian Bale: ne risentiremo parlare.

'Wall Street' (Ph. Credits: Robert Richardson)
‘Wall Street’ (Ph. Credits: Robert Richardson)

E tra il principio di alcune saghe (Arma letale, Hellaiser), il prosieguo di altre (Beverly Hills Cop 3, La casa 2, Nightmare 3) e gli ultimi ruggiti di alcune vecchie glorie (Balle spaziali di Mel Brooks), spiccano altri tre film: Il cielo sopra Berlino, poesia in movimento di un Wim Wenders in stato di grazia, con quella che diverrà di lì a poco la capitale della nuova Germania dipinta in un magico B/N; Arizona Junior, schizzata e irresistibile opera seconda di due fratelli del Minnesota, Joel ed Ethan Coen; e Bagdad Cafè, miglior film della carriera del tedesco Percy Adlon.

A proposito di cult, qui la lista è un po’ più lunga: si va dallo splatter del Peter Jackson ante-lord of the rings, Bad Taste (Fuori di testa), al disturbante Nekromantik di Jörg Buttgereit, inequivocabile segnale di vitalità del cinema tedesco. Passando poi per il Salto nel buio di Joe Dante e Horror in Bowery Street, misconosciuta pellicola da vedere a tutti i costi per ridefinire la vostra concezione di trash. E soprattutto, tornando in Asia, riammirando A better tomorrow 2, di John Woo, magistrale sequel della pellicola dell’anno precedente, e Le avventure del ragazzo del palo elettrico, mediometraggio che segna l’allucinato esordio del geniale Shinya Tsukamoto.

'Il cielo sopra Berlino' (Ph. Credits: Henri Alekan)
‘Il cielo sopra Berlino’ (Ph. Credits: Henri Alekan)

Al nostro cinema, al solito, ci arriviamo in coda: la produzione dell’imponente opera di Bertolucci è quasi tutta made in USA. Ci rimangono il promettente esordio di Gabriele Salvatores con Kamikazen – Ultima notte a Milano, Opera di un Dario Argento ormai in declino, la deliziosa commedia Da Grande, con Renato Pozzetto e poi rifatta da Hollywood con Big, e Intervista, un Fellini meta-cinematografico minore, al sua penultimo giro di valzer, in una nostalgica dichiarazione d’amore alla settima arte. Nell’annata dei fenomeni, la firma del maestro non poteva certo mancare.

[Credits Cover: ‘L’ultimo imperatore’, Vittorio Storaro]