Il rap. Uno stile di musica che punta a raccontare la realtà delle cose e, come risaputo, la verità non piace a tutti.
Dai tempi d’oro di Neffa ad oggi, però, c’è qualcosa che è andato storto nell’evoluzione del rap.
Tutti gli altri generi musicali si sono evoluti, come giusto che sia, ma rimanendo sempre attaccati in qualche modo alle loro origini. Il rap invece è un genere che, per forza di cose, deve necessariamente modificarsi.

Se un tempo i rapper americani parlavano della droga, del sangue e dei disagi nelle strade in cui vivevano quotidianamente, oggi tirano fuori la loro vena filosofica e si limitano a cantare dei loro problemi (senti)mentali come, ad esempio, di quanto gli manchi la fidanzata che li ha lasciati da poco.
I rapper italiani (quelli che un tempo lo sono stati davvero, perché chiamare “rapper” alcuni personaggi contemporanei sarebbe un vero e proprio delitto), sono sicuramente coerenti al loro modo di vivere. Prendiamo i Club Dogo: le vecchie canzoni di Jake La Furia e Gué Pequeno, cantate sulle basi di Don Joe, erano profonde e sincere, raccontavano la vita di strada che la crew viveva. Se oggi parlano esclusivamente di belle ragazze e lunghe serate in discoteca, è perché ormai le loro giornate sono diventate queste.

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Prima si trattavano temi seri poi, con Eminem, ci sono stati i primi pezzi carichi d’ironia. Oggi, però, siamo giunti al punto che l’artista dedica tutta la sua concentrazione al flow e non ai versi cantati, l’esatto opposto di prima.
Questo perché i tempi cambiano e i pensieri pure, ma c’è una domanda che molti amanti del genere si pongono: il vero rap è morto?
C’è chi afferma che Tupac ha portato il rap nella tomba con lui– e non è del tutto falso- ma non si può negare il fatto che molti altri rapper, decisamente bravi, hanno saputo guadagnarsi un ottimo posto in quest’ambiente.
C’è però davvero un qualcosa, un putridume di fondo, che sta uccidendo il rap.

A partire dal fatto, ad esempio, che il rap è il genere più semplice da fare: un qualsiasi bambino può essere capace di mettere due rime su una base. Il problema sorge quando non devi rappare per moda, ma devi farlo al meglio. E come farsi una carriera nel mondo del rap? Vendendosi.
È proprio il fatto di rendere questo genere il più possibile commerciale, che lo sta uccidendo. Il fatto che anche bestie dell’underground si siano ormai vendute.
L’importante, adesso, è sentire la tua canzone passare in ogni stazione radio, fare i tormentoni. Ma la radio può essere ascoltata da chiunque, anche dai bambini, così si è costretti a modificare i propri testi in base ai pensieri altrui, a cantare quel che la gente vuole sentir dire, altrimenti non ci guadagni nulla. Se vuoi mangiare col rap, devi essere necessariamente etichettato da qualcuno, devi essere conosciuto da tutti, devi entrare nel mondo dei mercenari. Lo stesso Gemitaiz, ha recentemente risposto alle critiche dei suoi fan affermando: «Non sono cambiato, ma se voglio mangiare devo essere commerciale». A questo punto, come dargli torto?

Senza poi parlare di come il concetto di rap old school sia stato massacrato dai talent show e dai vari reality. Briga e Moreno, per esempio. Nulla da dire sulla loro voce e sul loro modo di esprimersi nelle loro canzoni, ma vengono amati e idolatrati dalle ragazzine per il personaggio che interpretano, o per il loro rap? E dei cantanti come Fedez o Emis Killa, agli arbori del rap, avrebbero riscosso lo stesso successo o sono diventati quel che sono oggi grazie al web e alla TV?

Purtroppo, il mondo del rap si è ormai sgretolato ed è andato via via a perdersi, ad allontanarsi di molto da quel che sono le sue radici. Sono cambiati i temi, i pensieri, le epoche e, soprattutto, le necessità. E per i nostalgici questo non può che segnare la morte del rap.
Ci sono molti artisti- italiani e non- che sono tuttora devoti alle tradizioni, come: Ice One, Shablo, Turco, Er Piotta, Redman, CaneSecco, Eminem, Clementino, Method Man, l’innovativo Salmo, Nes, Caparezza (apprezzato anche da un pubblico di adulti), i Tevere Beats, i Machete, i Quarto Blocco e i 16 Barre.
Alcuni di questi artisti e crew, però, non si sono mai sentiti nemmeno nominare. Questo perché sono oscurati dalle case discografiche che giustamente (?) preferiscono mandare avanti il mercato della musica rap.
Chi, come loro, canta il vero rap, fregandosene della popolarità e di dire quel che gli altri pensano sia giusto sentire, cerca di non far appassire il genere. Tenta di tenerlo in vita parlando di cose vissute davvero, provate sulla propria pelle, facendo rivivere quel che sono le fondamenta di questo stile di musica e di vita.
E, finché ci saranno simili artisti, il vero rap- quello “spinto” e hardcore- non morirà mai.