Era il 1983 quando a San Paolo venivano arrestati i boss di Cosa Nostra, Tommaso Buscetta e Tano Badalamenti, insieme ad altre otto persone, esattamente nello stesso anno in cui a New York avveniva la prima mondiale del film scritto da Oliver Stone e diretto da Brian De Palma, Scarface (Lo sfregiato), il cult degli anni ottanta reso intramontabile grazie all’eccezionale interpretazione di Al Pacino calatosi nei panni del narcotrafficante Antonio Raimundo Montana, detto “Tony”.

Come molti ricorderanno, a differenza dell’originale uscito nel 1932 e ambientato a Chicago durante gli anni del proibizionismo, il remake di Brian De Palma si svolse nella Miami degli anni ottanta, allora centro di un considerevole traffico di droga. Erano gli anni dell’avvento del comunismo a Cuba, il movimento che trovò nella persona di Fidel Castro un leader fortemente rivoluzionario. E Tony Montana ben presto maturò un odio profondo nei confronti del regime.
Protagonista indiscusso della pellicola, il giovane Montana dopo essersi macchiato del sangue di un turista canadese con l’amico Manny, finisce in carcere per poi essere rilasciato e spedito negli Usa assieme ad altri 125 mila cubani durante il cosiddetto Esodo di Mariel, il più imponente esodo cubano del Novecento.

Di Scarface ce n'è solo uno, parola di Al Pacino

Un inizio che sembrava già presagire l’ascesa sociale (seppur temporanea) di un rifugiato politico come Tony, il gangster che si fece influenzare dalla manie di potere e grandezza a scapito di tutto e tutti. Spregiudicato e assetato di ricchezza, Montana si fece strada tra i narcotrafficanti di Miami raggiungendo l’apice del successo come boss della malavita e signore della droga. Al suo fianco impossibile non ricordare una bellissima e giovanissima sposa, Elvira Hancock (Michelle Pfeiffer), sottratta al gangster cubano Frank Lopez a cui era legata. Prescelta quale regina di uno “sporco” reame, Elvira non mostrò mai particolare entusiasmo nei confronti di Tony, al punto che fu proprio lei a lasciarlo dopo essere stata definita “sterile” e “drogata” nelle celebre scena del violento litigio in un ristornate d’élite.

Di Scarface ce n'è solo uno, parola di Al Pacino

Un motivo in più, quindi, per dedicare almeno una volta nella vita 170 minuti ad uno dei classici più intramontabili della storia del cinema. Lo stesso dicasi per la scena finale (dopo quella più discussa e criticata della motosega): la sparatoria di villa Montana probabilmente rimane tutt’oggi una delle più crude e inimitabili dell’intero lungometraggio. Che poi è lo stesso Al Pacino a confermarcelo oggi, che alla notizia di un “remake del remake” non è sembrato essere particolarmente entusiasta:”Oh, bene. Interessante. Ormai lo facciamo con tutto. Di ogni cosa creiamo un remake“.
La notizia del ‘semaforo verde’ della Universal Pictures ha quindi provocato le razione per nulla ottimista dell’attore, dal momento che si tratterebbe di una rivisitazione del capolavoro di Brian De Palma. Il nuovo remake, infatti, sarebbe stato affidato alla penna di Straight outta Compton, Jonathan Herman, mentre la regia al cileno Pablo Larraín. Questa volta però, il film sarà ambientato tra le strade della Los Angeles dei giorni nostri, e l’ascesa del protagonista che manterrà intatto il suo nome (meno che per il cognome), sarà verso i cartelli della droga messicani.

Insomma, di Scarface ce n’è solo uno e quel mostro sacro di Al Pacino lo sa bene. Forse perché nonostante le critiche e le numerose censure provocate dalla spregiudicatezza di immagini e un linguaggio molto forti (tra l’altro vietati ai minorenni per lunghi anni), il colossal di De Palma ha mantenuto e continua a mantenere la sua onnipotenza sul genere. Tuttavia, il remake (l’ennesimo) si farà, e se tutt’ora ci viene difficile immaginare un rifacimento che riesca a superare il livello dello Sfregiato di Al Pacino, non possiamo far altro che attendere il futuro confronto e lasciare spazio alla nuova proposta di Pablo Larraín.

[Fonte Cover Photo: www.daringtodo.com]