È stato necessario far scomodare una delle donne più talentuose del mondo. Ma soprattutto è stato necessario farselo ricordare, farsi esortare perché si sa “verba volant, scripta manent”. Ed è proprio quello l’obiettivo di Meryl Streep, che ha deciso di scrivere una lettere a ciascun membro del Consiglio americano per aggiungere l’emendamento sulla parità di diritti nella Costituzione degli Stati Uniti.
Sembra surreale e anacronistico, che, nel 2015, qualcuno debba ancora lottare per i propri diritti. La notizia fa ancora più scalpore perché giunge dal Paese più progressista del Mondo: l’America.

“Scrivo per chiedervi di combattere per l’uguaglianza, per vostra madre, vostra figlia, vostra sorella, vostra moglie o voi stessi, sostenendo attivamente l’emendamento sulla parità di diritti” esordisce la Streep.
In omaggio la meravigliosa attrice americana ha anche inviato, in allegato alla lettera, il libro “Equal Means Equal” di Jessica Neuwirth, presidente di Era Coalition

L’Equal Rights Amendment stabilisce la parità dei due sessi di fronte alla legge americana e venne approvato dal Congresso americano nel 1972. Nel corso dei dieci anni successivi venne però applicato, poco e male, solo in 35 dei 50 stati federali. Poi, anche grazie alla lotta che gli fece il partito conservatore, l’ERA cadde nel dimenticatoio. Nel testo dell’emendamento si legge: “La parità di diritti in base alla legge non deve essere negata o limitata dagli Stati Uniti o da qualsiasi Stato a causa del sesso”.

Sembra esserci una vera e propria guerra in atto, dichiarata dalle star di Hollywood che non vogliono arrendersi alla superiorità, su carta, ma non solo, degli uomini. Non è lontano, infatti, il grande discorso di Patricia Arquette, agli Oscar di quest’anno. Già in quell’occasione Meryl Streep aveva palesemente apprezzato, alzandosi in piedi per un fragoroso applauso.
Le attrici lamentano un’eccessiva differenza di trattamento tra loro e i colleghi maschi, soprattutto dal punto di vista salariale. Facile riportare il discorso anche in altri ambiti, considerato che la discriminante maggiore tra uomo e donna sul lavoro è proprio lo stipendio. Tutto il mondo è paese d’altronde. E la stessa situazione la ritroviamo molto simile anche in casa nostra.

Il divario retributivo di genere è un fenomeno complesso, imputabile a una serie di fattori interconnessi e che riflette ampie disparità di genere ancora oggi presenti nell’economia e nella società.

A volte le donne sono pagate meno dei loro omologhi maschili anche quando svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari grado. Oltre alla cosiddetta discriminazione diretta, consistente in un trattamento meno favorevole di cui le donne sono il principale bersaglio, esistono pratiche o politiche che, sebbene non concepite con l’intento di discriminare, finiscono per generare asimmetrie salariali di genere. La legislazione dell’Unione vieta entrambi questi tipi di discriminazione, che si rinvengono però ancora oggi in determinati ambienti di lavoro.
Ma le differenze non finiscono qui. Le donne e gli uomini trovano spesso lavoro in settori diversi e svolgono mansioni differenti. Nel settore sanitario, per esempio, le donne rappresentano ben l’80% della forza lavoro. I settori a prevalenza femminile hanno in genere salari più bassi di quelli a prevalenza maschile. Le donne, sulle quali ricadono in molti casi la cura dei figli e mansioni domestiche non retribuite, lavorano in genere di meno e cercano impiego in settori o professioni compatibili con la vita familiare. Per questo motivo si orientano più facilmente verso formule di lavoro part-time, tendono a ricoprire posizioni scarsamente retribuite e non assumono posti manageriali.
Le pratiche invalse negli ambienti di lavoro, soprattutto per l’avanzamento di carriera e le opportunità di formazione, finiscono anch’esse per incidere sulla retribuzione delle donne. Le donne sono spesso discriminate dai sistemi di incentivazione del personale (bonus, premi di produzione o altri incentivi monetari) o dalla composizione della busta paga, discriminazioni che si verificano spesso come conseguenza di fattori storici e culturali. Questo insieme di elementi finisce per formare il cosiddetto “soffitto di cristallo” che impedisce alle donne di raggiungere le posizioni più remunerative.

Dati che giungono direttamente dalla Commissione Europea e lasciamo l’amaro in bocca considerando l’anacronismo della faccenda. Nelle economie dell’UE le donne guadagnano in media circa il 16,4% in meno degli uomini. Non parliamo di spiccioli. Parliamo di un abisso. Di una differenza proibitiva che sta alla base della conseguente povertà in vecchiaia, molto più probabile nella donna che nell’uomo, chiaramente.

Inoltre, per poter dare uno sguardo d’insieme, non si può non considerare una tematica ricorrente tra uomo e donna. Le responsabilità familiari non sono condivise in maniera equa. Di conseguenza, le donne subiscono interruzioni di carriera più frequenti e spesso non tornano a lavorare a tempo pieno. Guadagnano quindi in media il 16% in meno all’ora rispetto agli uomini, ma su base annuale il divario raggiunge addirittura il 31%, considerando che il lavoro a tempo parziale è molto più diffuso tra le donne. Dunque la natura fisiologica della donna, per l’economia, e per i datori di lavoro, è solo un peso e questa è forse la più grande ingiustizia che possa essere fatta alle stesse donne che pagano per il loro istinto materno, per il desiderio di avere dei figli, mentre, dall’altro lato, per i futuri papà, il desiderio paterno non incide in alcun modo sulle possibilità lavorative e retributive.

Meryl Streep conclude la sua lettera con un’esortazione che potrebbe valere per tutti i Paesi del mondo, non solo per il Congresso americano: “Un’intera nuova generazione di donne e ragazze sta parlando di uguaglianza, parità di retribuzione, una eguale tutela dalla violenza sessuale, parità di diritti”.
Ora la domanda è: “c’è davvero bisogno di lottare per ottenere quello che dovrebbe essere un diritto?”

[Credits Cover: Venette Waste]