L’abito non fa il monaco, ma forse i tatuaggi e i piercing ancora lo fanno. Questa antica espressione popolare rende perfettamente l’idea del pregiudizio che ancora esiste in alcuni ambiti lavorativi.

Troppo spesso ci fermiamo alle apparenze, giudicando una persona in base al suo aspetto fisico, in base ai vestiti che indossa o a quanti tattoo ha disegnati nel corpo. Ovviamente, rimane il gusto soggettivo, puramente estetico, del piacere o no una persona che ha espresso la propria personalità, esternandola sul proprio corpo.

Una volta era considerata una prerogativa di galeotti, marinai, rockstar, oggi bisogna ammettere che la moda del tatuaggio o dei piercing ha contagiato tutti, dalla 16enne “trasgressiva” al 40enne in giacca e cravatta. I tatuaggi possono essere scelte che seguono la moda del momento, almeno per noi occidentali, lontani da simboli e valori tribali e culturali.

Il problema del pregiudizio sul look particolare nasce soprattutto nei luoghi di lavoro. Moda, pubblicità, architettura, ristorazione e retail sono in genere campi più aperti nei confronti di coloro che mostrano tatuaggi, piercing o capelli dai colori dell’arcobaleno a vista, in cui la creatività è incoraggiata. Addirittura nel mondo della cosmesi e della moda la discriminazione è al contrario, nel senso che trova più lavoro chi ha uno stile unico e originale.

Discorso diverso per forze dell’ordine, banche, ospedali, studi professionali, dove mostrare un tatuaggio visibile è ancora ostacolo all’impiego. Non è insolito vedere questo tipo di proibizioni quando ad indire concorsi o posti di lavoro sono luoghi dove “l’apparenza” conta ancora molto, forse troppo.

Le capacità professionali e gli anni di studio alle spalle, a volte contano meno del tatuaggio? Da una ricerca fatta su un gruppo di manager inglesi incaricati di selezionare personale alberghiero, universitario e impiegati di banca, è emerso che sono le donne tatuate le più penalizzate durante i colloqui di lavoro e, mentre la laurea non incide granché sulla scelta, la presenza di un disegno o di una scritta influenzano in modo forte la decisione. Soprattutto se sono visibili, e vengono notati, durante il colloquio.

Il professor Andrew R. Timming, che ha condotto questo studio presso la scuola di Management dell’Università di St Andrews, in Scozia, sosterrebbe che il tatuaggio ridurrebbe le chances per trovare un lavoro. I datori di lavoro assocerebbero una valenza negativa a questa “forma d’arte” e dunque preferirebbero scegliere giovani con esperienza e devozione verso la mansione ricercata, ma senza la pelle con disegni e segni particolari.

Timming insieme al suo team ha intervistato 15 responsabili delle assunzioni di società operanti nel settore dei servizi di vendita al dettaglio, alberghi, ristoranti, istruzione superiore, saloni di bellezza e banche, proponendogli la valutazione di vari candidati sulla base delle loro immagini, alcune delle quali alterate aggiungendo un tatuaggio. A parità di curriculum, l’analisi ha dimostrato una chiara discriminazione degli individui tatuati. La maggioranza degli intervistati ha giudicato inaccettabile la presenza di uno o più tatuaggi sul corpo del candidato, poiché associato ad una persona “poco pulita“, sia nel senso dell’igiene personale sia a livello sociale, cioè magari con un passato o un presente poco raccomandabile.

Diverso invece il valore e la valenza di un tatuaggio nascosto, come si dice “occhio non vede cuore non duole“. Ci sono comunque diverse percezioni a seconda dei tatuaggi: quelli che rappresentano fiori o farfalle sono generalmente ritenuti accettabili, mentre quelli che rappresentano teschi o altre situazioni negative sono stati maggiormente rifiutati.

La maggior parte dei selezionatori però ha dichiarato di essere personalmente favorevole ai tatuaggi, ma si rifiutano comunque di assumere chiunque ami la body art “a causa delle aspettative dei clienti”, rendendo tale discriminazione “un problema di pregiudizio sociale, e non individuale“.

Ultimo episodio di polemica e pregiudizio è capitato allo scienziato più cool dell’Esa, Matt Taylor. Un po’ per i tatuaggi sparsi sul corpo, tra cui uno raffigurante proprio l’atterraggio del lander sulla cometa, il Rosetta tattoo, un po’ per la camicia dalla stampa coloratissima e inequivocabile, una serie di bionde in pose ammiccanti e poco vestite, un po’ per gli occhi del pubblico puntati addosso in un momento storico, Matt, concentrato e esultante nel descrivere le fasi dell’atterraggio del lander Philae di Rosetta sulla cometa, si è ritrovato “topic trend” su twitter in pochi minuti.

Fatto sta che il povero Matt, durante una conferenza in streaming, a causa delle critiche sul web per la fantasia della camicia, è stato costretto a chiedere scusa per il suo look, magari non improntata a modelli classici e rassicuranti, in una specie di bullismo mediatico pur di ottenere il tanto agognato posto in paradiso.

Siamo o non siamo nell’era della dittatura del politically correct?