Dopo un’intervista rilasciata ai microfoni di Panorama, gli stilisti Dolce&Gabbana si sono ritrovati al centro di una vera e propria bufera, che a suon di hashtag si sta estendendo in rete raggiungendo tutti gli angoli del mondo. Una bufera di passaggio, che come tutte quelle che nascono sul web non avrà ampio respiro, ma che sta scatenando una vera e propria lotta mediatica tra sostenitori e forti oppositori. Sembra infatti che le risposte di Stefano Gabbana e Domenico Dolce riportate sulle pagine del giornale nel quale i due si sono schierati contro la procreazione in vitro, non siano proprio piaciute e che anzi abbiano toccato nel profondo e deluso le aspettative di chi vedeva in loro due rappresentati del mondo gay che in fondo non sono. Le posizioni che i due mantengono a proposito della concezione di famiglia, figli e procreazione sono molto diverse da quelle che ci si potrebbe aspettare da loro, ma che sono le stesse di milioni di eterosessuali e le risposte di Domenico Dolce, troppo schiette e a tratti grossolane hanno suscitato grandi polemiche soprattutto sul web: “Non l’abbiamo inventata mica noi la famiglia. L’ha resa icona la Sacra famiglia, ma non c’è religione, non c’è stato sociale che tenga: tu nasci e hai un padre e una madre. O almeno dovrebbe essere così, per questo non mi convincono quelli che io chiamo figli della chimica, i bambini sintetici. Uteri in affitto, semi scelti da un catalogo. E poi vai a spiegare a questi bambini chi è la madre. Procreare deve essere un atto d’amore, oggi neanche gli psichiatri sono pronti ad affrontare gli effetti di queste sperimentazioni. La vita ha un suo percorso naturale, ci sono cose che non vanno modificate. E una di queste è la famiglia”.

Fonte: lapresse.it
Fonte: lapresse.it

Le dichiarazioni dei due hanno scatenato l’ira di Sir Elton John, il primo a dare vita a una vera e propria campagna di boicottaggio di Dolce&Gabbana attraverso il suo profilo Instagram. Il cantante ha infatti scritto: “Come osate riferirvi ai miei splendidi figli come sintetici? Vergognatevi di aver puntato il dito contro la fecondazione in vitro, un miracolo che ha consentito a legioni di persone che si amano, sia eterosessuali sia gay, di realizzare il loro sogno di avere figli. Il vostro pensiero arcaico è fuori dal tempo, come la vostra moda. Non indosserò più abiti di Dolce & Gabbana“, seguito dall’hashtag #BoycottDolceGabbana. Il suo gesto è stato poi seguito da tante associazioni che si sono letteralmente scagliate contro gli stilisti, seguite anche da numerosi vip come Ricky Martin, Courtney Love e Victoria Beckham che si sono schierati dalla parte di Elton John, dichiarando apertamente di non voler più indossare i loro abiti datati come le loro concezioni. Persino Giuliano Federico, il direttore responsabile di Swide.com, magazine online pubblicato dalla casa di moda ha presentato le sue dimissioni, a causa delle affermazioni considerate incompatibili con la sua coscienza di essere umano nel mondo contemporaneo.

C’è chi in mezzo a questa lotta di idee, diritti e doveri parla persino di strategia di comunicazione del brand, percependo le dichiarazioni di Dolce&Gabbana quasi programmate e in linea con il tema della famiglia tradizionale, da anni punto cardine intorno a cui girano campagne e sfilate. Non a caso l’ultima collezione autunno inverno 2015 2016 presentata durante la fashion week milanese si intitolava proprio “W la Mamma” e la maggior parte delle campagne D&G immortalano modelle e modelli con vecchie madri di famiglie siciliane. Inoltre l’intervista su Panorama verteva non a caso intorno al concetto di famiglia: #DGFamily è infatti un progetto web di raccolta foto di famiglie da parte degli utenti. Una ricerca sociologica sulla rappresentazione della famiglia a cura del Centro moda Cult dell’Università Cattolica di Milano, in collaborazione con il brand. Sembrerebbe quindi che le dichiarazioni a difesa della famiglia tradizionale da parte dei due siano parte integrante di questo grande processo di comunicazione del brand, che crede proprio a questi valori.

Fonte: corriere.it
Fonte: corriere.it

Ma è giusto che le opinioni espresse dai due stilisti influenzino in maniera così forte e per certi versi aggressiva decisioni come quella di Federico e considerazioni sul lavoro del brand come quelle di Elton John? Le parole espresse da Domenico Dolce possono essere facilmente contestabili, anche perché i bambini non sono certamente “sintetici”, sono essere umani, a prescindere dalle tecniche eticamente discutibili. Nonostante però il termine utilizzato, il concetto di base che emerge da questa intervista tutto fuorché eccessiva o accusatoria rimane sempre lo stesso e le prese di posizione personali sono conformi ai punti di vista appartenenti ai due. Il modo di esprimersi di Elton John, ma anche quello di molte altre celebrità che lo hanno seguito in questa battaglia mediatica risulta invece essere fortemente censorio. Rivendicare i propri diritti, esprimendo i pensieri in maniera razionale e logica è giusto, ma difendere le posizioni personali in maniera fortemente ideologica, censurando le opinioni degli altri va contro qualsiasi libertà di espressione. Le opinioni devono essere contestate, i pensieri possono essere discussi, ma la richiesta boicottaggio è un’azione pericolosa che non porta ad alcuno scambio reciproco, se non alla prevaricazione di un unico ideale.

Non si tratta più di opinioni giuste o sbagliate, ma di libertà di pensiero, la stessa libertà che fino a poche settimane fa difendevamo a suon di belle parole sui social. La mia libertà finisce dove inizia quella dell’altro era la frase che univa tutti con il filo invisibile dell’ingenuità. #JeSuisCharlie aveva coinvolto utenti in tutto il mondo e sembrava semplice difendere il sacro santo diritto della libera espressione, quando le vicende ci sfioravano solo da lontano, quando adeguarsi alla massa per diventare portatore sano di buone intenzioni era cosa buona e giusta. Ora è un altro hashtag a unire e spaccare i social, che questa volta vuole però mettere a tacere un pensiero diverso e quindi non accettato. Un pensiero di un brand che per qualcuno dovrebbe tornare a fare il proprio lavoro, senza dare opinioni in merito. “Noi abbiamo parlato del nostro modo di sentire la realtà, ma non era nostra intenzione esprimere un giudizio sulle scelte degli altri. Noi crediamo nella libertà e nell’amore“. Così hanno risposto i due stilisti alle numerose proteste circolate sul web negli ultimi giorni. E forse è proprio questo quello che dovrebbe davvero contare.

Credits Photo: Julian Broad