La filosofia popolare dei modi di dire sempiterni riassume in modo impeccabile una situazione estremamente complicata ma allo stesso tempo assai cristallina: “Occhio per occhio, dente per dente“. Così si potrebbe commentare, almeno a caldo, la notizia dell’embargo stabilito nei giorni scorsi dalla Russia. Dopo tutte le sanzioni proposte da Obama e accettate dall’Unione Europea, il presidente russo alza la cresta e non solo reagisce di petto ma lo fa in un modo che invita a riflettere. Analizzando a freddo la situazione si capisce come la decisione di Putin, avvallata dal premier Medvevdev, sia ben ragionata. Non c’è solo la filosofia antica della legge del taglione ma piuttosto una sfida. La questione embargo infatti implica diverse conseguenze non solo politiche ma chiaramente anche economiche. Succede quindi che un “potente della terra”, come si definivano fino a qualche tempo fa i capi di Stato in voga, taglia corto e dalla politica internazionale arriva a colpire la piccola e media impresa. Anche quella italiana nel settore ortofrutticolo o bovino o caseario.

L’embargo “[…]delibera la sospensione di forniture di determinate merci per esercitare su una nazione pressioni o ritorsioni di natura politica”. La ritorsione passa dunque per prosciutti, formaggi, prodotti ortofrutticoli ma non per vini e bevande. Nello specifico si parla di carni bovine e suine, pollame, pesce, formaggi e latticini, frutta e verdura prodotti in Australia, Canada, Unione Europea, Stati Uniti e Norvegia. E i prodotti incriminati in Italia, è facile intuirlo, sono molti così come le zone che risentiranno il contraccolpo e che già sono in allarme.

Se guardiamo ai dati resi noti in questi giorni, il giro d’affari che gravita intorno ai prodotti chiamati comunemente tipici e acquistati dalla Russia, appare chiaro che la situazione sarà più complessa che a una prima analisi superficiale. Per esempio, se si fanno i conti in tasca ai russi, ecco la sorpresa: la Russia importa il 40% dei prodotti alimentari che consuma per la bellezza di un giro d’affari di 43 miliardi di dollari calcolati nel 2013. Se si analizza quel 40% ecco che vengono fuori i prodotti italiani e le regioni italiane come il Veneto. Si stima che il settore ortofrutticolo sarà quello maggiormente colpito dall’embargo russo. Il Veneto importa mele, kiwi e pesche e proprio queste iniziano a subire il contraccolpo e il primo prodotto a subire danni poiché di stagione. Oltre un miliardo di dollari sono stati spesi nel 2013 dalla Russia per acquistare prodotti Made in Italy. Basta nominare Grana Padano, Prosciutto di Parma, Parmigiano Reggiano ed ecco che il giro d’affari si infittisce. E anche se si spera che nelle prossime settimane l’embargo possa essere ridimensionato, le paure rimangono vigili.

Ettore Prandini, vicepresidente nazionale di Coldiretti, a Il Corriere della sera ha dichiarato: «È inconcepibile che l’Europa non trovi una soluzione per tutelare il proprio settore agroalimentare mentre tollera pericolose speculazioni finanziarie. Non vorrei fosse una strategia politica di Usa e Germania. Dove l’Italia, tanto per cambiare, risulta essere tra gli stati più penalizzati». Si perché nel frattempo il prezzo della carne al macello cala, la Russia stringe contratti con il Brasile e le nostre economie locali ricevono contentini e rassicurazioni poco confortanti. La decisione è stata presa nell’interesse nazionale della Federazione e fu così che il premier Medvedev sancì il legame col Cremlino. L’embargo è una conseguenza di due azioni comunicanti: da una parte quella della Russia di rinnovare il visto per altri tre anni a Edward Snowden ovvero l’ex tecnico della Cia che ha aperto il vaso di Pandora virtuale mettendo in imbarazzo il presidente Obama e dall’altra la risposta agguerrita del Governo americano nel proporre a suon di sanzioni la propria rabbia. Qualcuno aveva parlato di una Guerra fredda 2.0?

Ma siamo sicuri che l’operazione “me lo faccio da solo” non avrà ripercussioni anche nelle tasche dei russi? Nei giorni scorsi sia la Banca centrale russa che il ministero dell’Economia guardavano preoccupati al rischio di un aumento dei prezzi al consumo, che già in giugno registravano un’inflazione al 7,5%. Correre ai ripari? Pare che siano in atto nuove strategie di mercato che andranno a configurarsi con contratti in Ecuador, Cile, Brasile e Turchia. Potrebbe però non essere sufficiente. Se infatti tecnicamente l’embargo è stato presentato come figlio di un cambiamento negli standard delle importazioni, presto bisognerà trovare un’altra scusa per un’altra operazione ben più vasta e difficile da far passare come restyling. Se le voci verranno confermate, pare che Medvedev abbia detto che l’ipotesi di vietare il sorvolo del territorio russo alle compagnie americane ed europee sia un argomento preso seriamente. E che dire poi della possibile adozione di misure di protezionismo dell’industria locale dell’auto, della cantieristica e dell’aeronautica?

Il piano per conquistare il mondo sembra ben dettagliato. Il problema è l’effetto domino. Come fare a prevedere le ripercussioni a livello economico, senza contare quello politico, in tempi in cui l’economia è piuttosto imprevedibile? Il problema dell’effetto domino riguarderebbe poi anche un altro aspetto: tagliando fuori anche il turismo, rendendolo di fatto più complicato, a livello economico quanto costerebbe? E un’altra conseguenza poi sarebbe da rintracciare nella volontà dei mercati nell’accettare questo tipo di soluzione.

Non è un po’ azzardato sparare nel mucchio?

[Fonte cover: www.zerohedge.com]