Fino a qualche decennio fa la società era basata su una rigida distinzione di ruoli tra la figura dell’uomo e quella della donna, con ripercussioni inevitabili sulla amministrazione della famiglia.
Se la figura femminile era relegata a svolgere le sole mansioni inerenti al mènage familiare, con riguardo sia all’andamento della casa che alla educazione della prole, quella maschile rappresentava invece l’aspetto materiale, regole, la forza e il codice etico.
La figura del padre rimaneva decisamente più distaccata dalla vita all’interno della famiglia, considerando la nascita un evento di diretto interesse della femmina.
Confrontandoci con le generazioni passate è possibile comprendere come la donna richiedeva di rado (talvolta quasi mai) all’uomo un impegno ‘fisico’ per la cura e assistenza dei figli, aspettandosi di contro un riconoscimento per avere adempiuto ai suoi compiti (tenere in ordine la casa, provvedere alla piccola economia della famiglia e svolgere il ruolo di madre h24).

Il panorama sociale odierno è nettamente cambiato: oggi, infatti, si giunge alla nascita del proprio figlio con maggiore grado di consapevolezza rispetto a quanto accadeva in passato.
Il cambiamento sociale è stato radicale, in particolare modo nei riguardi delle abitudini degli esseri umani; oggi si decide di avere un bambino in età più matura, spesso dopo un periodo di convivenza che dura diversi anni.
Il ruolo genitoriale diventa, quindi, un rituale che occupa una fase della età diversa rispetto a quanto accadeva ai nostri nonni, collocandosi in una fascia di età molto più matura e adulta.
Se la donna non è più disponibile full-time per l’accudimento della prole, l’uomo diventa più partecipe della vita familiare, non essendo più il solo a mantenere economicamente il nucleo.
Sia per ovvie ragioni di necessità che per una maggiore consapevolezza dei ruoli, l’uomo è divenuto parte integrante del processo procreativo, dal periodo iniziale della gestazione fino alla nascita e al conseguente obbligo di educazione della prole.
Si assiste dunque a una sempre maggiore flessibilità dei ruoli di madre e padre, non più separati da una linea netta come accadeva nel secolo scorso. E se i codici (materno e paterno) sono divenuti ‘interscambiabili’, è anche vero che nonostante il cambiamento profondo di abitudini, in nessun paese gli uomini fanno quanto le mamme nella cura dei figli.

Un rapporto Onu che analizza al dettaglio il ruolo dei padri, rivela che esistono grosse disparità tra i due sessi con riguardo all’accudimento della famiglia. Lo studio, chiamato ‘State of the World’s Fathers‘ e realizzato dalla campagna globale MenCare con il sostegno di diverse agenzie dell’Onu, afferma che persistono grandi disuguaglianze tra i genitori, con le donne che dedicano da due e dieci volte più tempo degli uomini per la cura dei bambini. La disuguaglianza non investe solo il ruolo genitoriale, ma si riferisce anche alle mansioni svolte per mandare avanti la casa familiare.
In nessun paese gli uomini dividono equamente con le donne le fatiche domestiche, nonostante queste ultime allo stato attuale rappresentino il 40% della forza lavoro e il 50% dei produttori di cibo a livello globale.
Il rapporto rivela che una cospicua percentuale di padri (60% – 77%) sarebbe disposta a lavorare di meno se potesse trascorrere più tempo con i propri figli.
Il problema è che al mondo solo 92 paesi offrono il congedo d paternità, ritenendo la cura dei bambini e dei neonati una questione ad appannaggio esclusivamente femminile. Infatti la maggior parte delle nazioni garantisce alle donne un periodo che va dai tre ai cinque mesi di congedo di maternità, mentre solo una dozzina di essi offre anche ai padri la possibilità di godere di un periodo per stare vicino ai bambini (che di solito non supera mai le due settimane).

Una possibilità, quella del congedo di paternità, colta al volo dal 90% dei neopapà danesi, i quali sembrano reagire positivamente alla concessione.
Pare infatti che il congedo di paternità abbia riflessi positivi sotto diversi aspetti, e che faccia bene ai bambini, ai genitori e anche all’intera economia.
Kate Gilmore, vice direttore esecutivo dell’agenzia dell’Onu per la popolazione (Unfpa), ha ritenuto lo studio una vera e propria svolta, dichiarando che:
Gli uomini che hanno un rapporto più intenso con la prole vivono molto più a lungo, hanno meno probabilità di soffrire di problemi di salute sia mentale che fisica nonché una minore possibiltà di dipendere dalle droghe o alcol. Inoltre essi si dimostrano essere anche più attivi e produttivi sul posto di lavoro.’

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