Vai al contenuto
News

Formazione permanente: Italia ultima tra le grandi d’Europa

Fabio Stelluti · 23 Gen 2015

In un decennio, dal 2004 al 2013, le maggiori economie continentali hanno incrementato il loro impegno nella formazione permanente (“lifelong training”). L’Italia, invece, oltre alla crescita della disoccupazione, si trova a fare i conti anche con i mancati investimenti in apprendimento e corsi di aggiornamento per ciascun individuo.

L’Aldai (Associazione Lombarda Dirigenti Aziende Industriali, aderente a Federmanager) non esita a definirla una vera e propria “emergenza formazione”. Fra le maggiori economie europee, infatti, l’Italia ha il record negativo di adulti (occupati o disoccupati tra i 25 e i 64 anni) che frequentano corsi di aggiornamento: solo 62 su 1.000, contro i 177 della Francia, i 161 della Gran Bretagna, i 111 della Spagna e i 78 della Germania. Nell’Unione Europea in media sono 105, con punte di eccellenza toccate da Danimarca (314) e Svezia (281).

Secondo la ricerca Aldai, basata su dati Eurostat e Isfol, il Belpaese evidenzia tutta una serie di paradossi. Il primo è da leggersi nel lieve peggioramento rispetto ai dati del 2004 (63 contro gli attuali 62 su 1000). Un decennio in cui nessuno, o quasi, ha capito che in un momento di profonda trasformazione dei modelli economici e di business, l’unica via da perseguire per la crescita delle aziende fosse investire in manager e dipendenti professionali, aggiornati e motivati. Altra anomalia significativa è da riscontrarsi in chi accede ad attività di aggiornamento. Dati alla mano, la formazione favorisce chi è già più istruito: i laureati che partecipano a tali attività sono il 16,1%, contro il 6,1% di coloro che dispongono di un diploma di istruzione secondaria e l’1,6% dei lavoratori con diploma di media inferiore. In Italia, inoltre, quasi un terzo delle richieste di formazione fatte dai dipendenti non viene accolto: nelle grandi imprese i corsi sono frequentati dal 50% dei lavoratori, in quelle piccole e medie interessano solo un quinto del personale.

Da un’analisi approfondita di questi dati, balza subito agli occhi la scarsa attenzione alla domanda di formazione espressa dalle persone e dalle imprese. Questa dovrebbe, invece, rappresentare il punto essenziale di riferimento verso cui indirizzare un nuovo sistema formativo e verso cui costruire un vero modello di apprendimento lungo l’intero ciclo di vita. Le imprese, piccole, medie e grandi, si pongono come il “luogo formativo” per eccellenza, un contesto privilegiato di sviluppo delle professionalità, ma anche luogo naturale dell’apprendimento di un patrimonio di saperi taciti ed espliciti, tecnici e relazionali che ne qualificano in senso stretto il valore produttivo e, al contempo, il potenziale educativo e culturale per le persone che vi operano.

Una delle chiavi per realizzare il diritto al training continuo è sicuramente da ricercarsi nell’integrazione tra formazione e lavoro. Certo è che tale prospettiva dell’apprendimento lungo tutto l’arco della vita andrebbe ripensata già a partire dal periodo di scolarizzazione di ciascun individuo: costruire, già dalla scuola dell’obbligo, carriere educative, formative e professionali che combinino formazione e lavoro, superando la logica dei due tempi (prima lo studio, poi il lavoro). Esemplari e significative, in tale contesto, sarebbero le esperienze di alternanza scuola-lavoro: laboratori, stage, tirocini, praticantati, borse lavoro, borse di studio estive, apprendistato in tutte le sue forme. Superare, quindi, la dicotomia che contrappone, anziché integrare, i percorsi scolastico-universitari a quelli della formazione sul lavoro.
L’abbandono del paradigma della separazione tra teoria, tecnica e prassi richiede, inoltre, di trasformare anche il modo di fare impresa: da sede in cui si combinano e remunerano i fattori della produzione, lavoro compreso, a sistema organizzato di produzione, gestione e condivisione di un patrimonio di saperi esperti che qualifica in senso stretto il valore del lavoro delle persone e della produzione della impresa e, al contempo, pone le condizioni per l’effettiva crescita di tutti i soggetti che vi gravitano come lavoratori, e prima ancora come persone, con le loro ambizioni professionali e di vita.

Un tale sistema di integrazione porterebbe a un doppio vantaggio: non solo riconoscere il valore aggiunto di un sapere operativo e applicato al caso concreto, ma individuare all’interno dell’attività lavorativa un’occasione unica per apprendere competenze trasversali, individuali, sociali e professionali, sin dai percorsi previsti per l’esercizio del diritto dovere di istruzione e formazione. Tali competenze, note anche come soft skill, sono considerate tra le più rilevanti in vista dei futuri mercati del lavoro, poiché utili a coprire le figure professionali nella società della conoscenza: qualità e innovazione sono le parole chiave verso cui puntano le economie sviluppate, e predominanti saranno le richieste di competenze forti, ampie e specifiche al tempo stesso.

Investire sulla formazione e pensare ad essa in riferimento ai due valori costituzionali (la persona e il lavoro) significa, quindi, realizzare una offerta formativa finalizzata alla occupabilità dei singoli, cioè permettendo al cittadino di contare su un bagaglio di competenze con cui accedere nel mercato del lavoro e restarvi, adattandosi ai continui e rapidi cambiamenti, sulla base di rinnovate conoscenza, abilità, competenze che portano a una maturazione sempre più articolata e profonda sì del lavoratore ma anche della personalità di ciascuno. Una crescita del professionista ma soprattutto dell’uomo.

[Cover source: ownersuniversityreview.com]