C’è una scena, forse, che più delle altre racconta la carriera di Antonio Albanese: è una di quelle iniziali de La fame e la sete, in cui il siciliano Alex Drastico telefona al fratello Salvatore/Ivo, diventato imprenditore al nord (con tanto di accento settentrionale) comunicandogli la morte del padre. In quei due personaggi – entrambi interpretati da Albanese – e in quel dialogo, una girandola di emozioni, humour e accenti, è presente gran parte del repertorio comico di una carriera brillante e convincente. Quella di un cabarettista diventato attore e poi regista, che proprio oggi taglia il traguardo dei 50 anni.

Antonio Albanese da Olginate è la perfetta espressione non solo di quello che si può definire come self-made man ma anche prodotto dell’incontro tra le due Italie, quelle di una volta, quella terrone e quella polentona, quella rilassata e quella laboriosa. La sintesi, insomma, di un modo di vedere le cose che più o meno nel periodo in cui Antonio vide la luce, generò il cosiddetto Made in Italy.

É sulla qualità, appunto, che si fonda il percorso dell’artista siculo-lombardo, un successo arrivato relativamente presto ma non privo di gavetta iniziale.

Come ogni ascesa, anche quella di Albanese presenta delle svolte. C’è quella televisiva, di inizio anni ’90, quando un non ancora trentenne Antonio lega il proprio nome al Mai dire Gol della Gialappa’s, presentando all’Italia i vari Frengo, Alex Drastico, Epifanio e Pier Piero, nomi che a distanza di vent’anni sono ancora ricordati da giovani e meno giovani.

Poi c’è la svolta cinematografica. Dopo un primo assaggio con Silvio Soldini ( che lo vorrà pure per Giorni e nuvole) è il compianto Carlo Mazzacurati a dargli il primo ruolo da protagonista, in Vesna va veloce (’96), l’anno prima dell’esordio alla regia, con Uomo d’acqua dolce. Lavorando con l’èlite del cinema italiano (i fratelli Taviani, Pupi Avati, Gianni Amelio, il già citato Mazzacurati), Albanese esibisce un repertorio di interpretazioni equilibrate e convincenti, sospese fra comicità agrodolce e puro gusto del grottesco. Un percorso che gli vale anche un riconoscimento, il Globo d’oro (assegnato dalla stampa estera ai film italiani), vinto quest’anno per L’intrepido di Amelio.


La terza svolta, tappa però di una carriera già consolidata, è il colpo di genio di Cetto La Qualunque: l’espressione esasperata ed esilarante della politica del disimpegno. Il chiu pilu pi tutti, ideale altra faccia della medaglia del meno tasse per tutti, entra nella storia della televisione recente italiana, prima nelle ospitate a Mai dire domenica (in un ritorno alle origini), poi da presenza fissa in Che tempo che fa, a fianco di Fabio Fazio. Un fenomeno in grado di arrivare anche sul grande schermo, in uno dei lungometraggi, Qualunquemente, per la verità tra i meno riusciti del comico lombardo.

Il punto di forza di Antonio Albanese, nonostante i mille personaggi da lui creati, consiste però nel non essere mai rimasto schiavo di nessuno di loro. Non solo grazie al talento trasformista, nato e sviluppato durante la gavetta giovanile (in cui figura lo Zelig), ma anche all’intelligenza e alla versatilità di un artista che ha fatto della poliedricità una delle caratteristiche principali del proprio bagaglio professionale. Non è un caso se, qualitativamente parlando, eccetto qualche giro a vuoto, il lavoro di Albanese non perde praticamente nulla del proprio valore se trasposto al cinema o allestito dal vivo a teatro o in tv.

Perchè la qualità – e il Made in Italy ce lo insegna – paga sempre. Antonio Albanese da Olginate, passando per Petralia Soprana, lo sa pure, lo sa da 50 anni.

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