Baffetti, occhialetto esistenzialista (che si abbiano o meno difetti ottici da correggere), pantaloni attillati, sciarponi e cuoio: così si presenta il moderno hipster, tanto di tendenza e ignaro del fatto che uno dei principi alla base di questo stile è proprio il non esserlo.

Alla stregua, outfits grunge che hanno ben poco di “bad taste” e molto di boutique, dandies privi di qualsiasi tipo di eleganza interiore, bikers senza moto o punks con i Coldplay nelle cuffie: la mera e cieca emulazione di stili passati sembra essere l’unica vera moda dominante.

Nessuno sembra ricordarsi del fatto che ognuna di queste “scuole” definiva identità precise, identità che si riconoscevano in principi e ideologie poi divenuti tendenze divorate senza criterio dal copioso numero di consumatori.

In un momento in cui l’abito fa il monaco però, indagare sulla più immediata delle espressioni della personalità, stirerebbe, con un po’ di consapevole coerenza, quelle pieghe sempre più grinzose tra aspetto esteriore e “io” interiore.

Ma come nasce un trend?

L’interrogativo è lecito. All’improvviso capi d’abbigliamento specifici compaiono prima sulle passerelle, poi ai magazzini generali e per le strade. Ma da dove vangano e chi le abbia inventate, resta sconosciuto. Alcuni trends nascono, ovviamente, dalle menti creative delle case di moda. Ma gli altri? Occorre, al fine di esaudire il quesito, distinguere tra tendenza e movimento.

Da sempre, infatti, l’abbigliamento ha costituito un modo per riconoscersi come parte di un gruppo. L’ideologia dell’uniforme poggia, infatti, proprio su tale principio. E se ne sono serviti tutti i settori: dalla politica, al sociale, dal lavoro alla scuola, tutti hanno utilizzato capi d’abbigliamento per identificarsi in un movimento o in un dato ambiente. Per questo è sbagliato parlare di tendenza, così come è sbagliato emulare solo esteticamente un’idea alla base di una corrente di pensiero. Perché è dalle idee che nascono movimenti ed è dai movimenti che nascono tendenze. Le stesse che oggi banalizziamo a pochi accorgimenti estetici.

Gli Hipsters degli anni zero

Nascosti dietro montature pesanti, con barbe ottocentesche e tagli trasandati, i giovani d’oggi abbracciano uno stile nato negli anni trenta a New York, che identificava i bianchi amanti del jazz. “White negroes”, così erano chiamati, poiché condividevano con i neri quella condizione di emarginazione, di ribellione, di rifiuto del sistema capitalistico per cui raggiunsero un compromesso con la “musica sbiadita” di Ella Fitzgerald e Billie Holiday.

Generazione hipster, la moda emulata beffeggia la sua storia

Quello degli hipster, così come quello delle altre subculture plasmatesi dagli anni settanta in poi, è un credo prima che una moda. Non è una camicia a quadri o un paio di Ray-Ban. È un’idea. La stessa che manca oggi, momento in cui si è perennemente a caccia di originalità, per distinguersi dall’ordinario e per poi, alla fine, affogarci completamente dentro.

È innegabile che il nesso tra costumi e società esista. Ciò che manca è una precisa definizione dell’”io” in quest’ultima. Un “io” troppo impegnato a rifiutare le altre identità, per crearsene una propria.

Il Grunge sempre meno “spazzatura”, l’hip hop sempre più bianco

In voga per tutto l’autunno/inverno 2013-14, lo stile grunge ha calcato le passerelle in svariate occasioni. Marc Jacobs ad esempio, all’epoca di Perry Ellis, lo rese una colonna portante delle sue collezioni, seguito poi da Prada e oggi da Yves Saint Laurent. Nato a Seattle negli anni novanta come simbolo di contestazione e lotta sociale, si riduce oggi a camicioni oversize a quadri, jeans strappati, anfibi e leather jacket.

Generazione hipster, la moda emulata beffeggia la sua storia

Lo stesso vale per l’hip hop: movimento di ribellione di matrice afro-americana, combatteva razzismo, dogmi e discriminazioni. Si diceva che “l’hip hop lo senti dentro”, perché è rabbia pura, voce alta per farsi sentire. Una voce la cui eco è risuonata fuori dai confini americani, invadendo numerosi settori europei e limitrofi. Oggi grillz, felponi, cappelli rovesciati e colorati, dovrebbero esprimere la stessa rabbia. Ma non ce la fanno.

Generazione hipster, la moda emulata beffeggia la sua storia

Il Dandismo che piace alle star

Ryan Gosling, David Gandy, Joseph Gordon-Levitt posti stilisticamente a paragone con dandies del calibro di Oscar Wilde, Baudelaire e dell’italianissimo Gabriele D’Annunzio.

La ricerca del bello assoluto, il culto del piacere, il disprezzo della massa priva di creatività: la cultura inglese, alla fine del XIX secolo, era permeata, in ogni ambito, da questa dottrina. Giacche a due bottoni, tagli puliti e ordinati, scarpe modello Oxford e l’ultimo ingrediente, la perfezione: i dandies erano e sono indimenticabili e terribilmente eleganti. È possibile però, che non cerchino più le stesse cose.

Generazione hipster, la moda emulata beffeggia la sua storia

Dunque ci si veste di indumenti e di accessori, ma anche di storie e di significati. Si può scegliere attraverso le idee, il proprio gusto, la personalità. Bisogna solo fare attenzione a non banalizzare ciecamente pensieri che la moda raffina e rende storia. Perché ci si definisce anche attraverso l’apparenza. Farlo consapevolmente inizia già ad avvicinarsi a quella “personalità” che passeremo la vita a costruire.