Era l’8 giugno 2014, quando una foto piuttosto forte ha iniziato a girare in rete. La foto in questione è stata scattata a Slovyansk, Ucraina, e ritrae un’immagine feroce, un pugno allo stomaco: un uomo sorregge fra le braccia il corpo senza vita di una bambina. Non ha però riscontro sulle prime pagine dei giornali, sulle seconde e scoppia un piccolo caso quando poi sul social network Facebook, sulla pagina di Nicolai Lilin viene pubblicata: più di 20mila condivisioni. Le parole dello scrittore che accompagnano l’immagine sono altrettanto forti e costringono a una riflessione: “Alcuni mi rispondono “questa foto non può essere pubblicata per la questione etica, l’immagine è troppo cruda”. Però non erano crude le immagini di Gheddafi massacrato o di Saddam impiccato? Oppure quelle immagini andavano bene sulle prime pagine dei quotidiani occidentali perché rappresentano la vittoria assoluta del “bene” sul “male”?”.

“Perché quei uomini erano i cattivi di turno e tutto il mondo doveva vedere che fine hanno fatto? Quindi per i nostri media l’etica è un’opzione facoltativa?”

Difficile non ricordare le immagini citate da Lilin. Allora era scoppiato un caso per ogni foto: è lecito? Non sarà troppo forte? Successe per Saddam, Gheddafi ma non solo. Difficile dimenticare anche la reazione alle immagini della morte di Osama Bin Laden immortalate in una fotografia che ritrae il presidente Obama, l’allora segretaria di Stato Hillary Clinton, il vice Joe Biden e altri esponenti dell’amministrazione Obama, mentre prendono visione dell’attacco all’edificio, dell’operazione e dell’uccisione di Osama. La domanda che pone Lilin solleva altri quesiti: c’è alla base una selezione “spietata” verso le immagini da allegare e sbattere in prima pagina? E da quando si è diventati così pudici nei confronti delle fotografie forti? I dubbi sono molti: forse quello che sta accadendo in Ucraina non interessa a molti? Forse appunto, gli interessi che ben conosciamo, non sono in questo caso sufficienti?

credits foto: www.blog.ilgiornale.it
fonte foto: www.blog.ilgiornale.it

Lo vediamo ogni giorno, il potere delle immagini è forte, in evoluzione e sembra il piú adatto a ritrarre il presente. Si pensi ai social dedicati solo alla condivisione di immagini: Instagram certo ma anche Pinterest. E poi i selfie famosi, che per giorni girano e rigirano, fino alla nausea. La tecnologia aiuta e incoraggia: pare che nel nuovo Iphone 6 la fotocamera anteriore verrà potenziata proprio per le nuove esigenze di autoscatto. La rapidità della condivisione è indubbia: a una foto che scatena una reazione in chi la guarda, ecco il tasto “Condividi” o “Mi piace” e il gioco è fatto. Se quindi il mondo delle immagini cambia, sotto l’influsso del tempo presente, veloce e galoppante, un altro è in qualche modo costretto a prenderne atto e cambiare in questo senso: quello del giornalismo. Forse, più che cambiamento, si potrebbe parlare di un ritorno alle origini.

credits foto: www.gundemrusya.com
fonte foto: www.gundemrusya.com

È innegabile che il potere delle parole sia rilevante. Ma pensiamo all’abbinamento con un’immagine: il significato si amplifica se quell’immagine diventa un’istantanea di un momento preciso. Forse per le nuove generazioni il concetto è difficile da gestire e comprendere, ma quando non c’erano i social network le fotografie venivano pubblicate sui giornali che circolavano come oggi i tanto seguiti Twitter o Facebook. All’epoca della guerra in Vietnam le testimonianze che arrivavano erano crude, forti. Tanti fotografi partirono e condivisero con i militari americani quell’inferno per riportarne la brutalità. E andando ancora più indietro nel tempo, basta nominare il genocidio degli ebrei, degli zingari, degli emarginati: le fotografie scattate allora documentano assieme alle parole, ciò che è avvenuto. E sono immagini che colpiscono, straziano ma che contengono una realtà e un messaggio.

credits foto: www.youtube.com
fonte foto: www.youtube.com

Don McCullin, fotografo di fama mondiale, uno che ha viaggiato nell’inferno delle guerre civili come a Cipro negli anni Sessanta e poi nel Vietnam a fianco dei soldati americani, uno che la vita l’ha rischiata tante volte per una sorta di necessità, una passione certo quella per la fotografia, ma anche per qualcos’altro. A Beirut ha scattato una foto pericolosa. Lo avevano avvisato, niente più foto o ti uccidiamo. Ma un gruppo di ragazzi che suonava e cantava festante di fronte al cadavere di una giovane palestinese, lo chiamò: “Vieni a farci una foto“. McCullin temeva, a ragione, per la sua incolumità: “[…] ma poi (come racconta a Mario Calabresi nel libro “A occhi aperti“, ndr.) è venuto fuori l’istinto del cronista e mi ha detto che dovevo assolutamente scattare“. E lo fece: “Ancora oggi non mi piace vedere questa ragazza innocente morta e derisa, ma quel giorno ho fatto il mio lavoro“.

credits foto: www.supermama.it
fonte foto: www.supermama.it

L’esempio però che ci restituisce Josef Koudelka è il più emblematico. Kuodelka si svegliò una mattina d’agosto del 1968, molto presto, grazie alla telefonata di un’amica che lo avvertiva dell’arrivo dei russi. Dove? A Praga. Senza le foto di Koudelka l’Occidente avrebbe pensato alla Primavera di Praga come a una rivoluzione pacifica. Quelle foto arrivarono a Vienna, e nonostante l’autore se le andò a riprendere, dopo un mese arrivarono a Washington al presidente di Magnum Elliott Erwitt e poi a Londra, nonostante Koudelka non le avesse scattate per quello scopo. Senza le immagini dell’ “anonimo praghese“, rivelatosi poi essere Josef appunto, la realtà di quei territori non così lontani, forse sarebbe venuta fuori dopo anni e manchevole nella sua essenza. Quelle fotografie sono state scattate da chi li ha vissuti quei momenti e custodiscono un punto di vista unico.

credits foto: www.barbarainwonderlart.com
fonte foto: www.barbarainwonderlart.com

In Ucraina si sta consumando una situazione della quale a questo punto dobbiamo dubitare di esserne a piena conoscenza. Quanto in realtà sappiamo di quello che sta avvenendo? L’immagine di quella bambina forse dovrebbe farci riflettere in un’ottica critica verso un modo di fare informazione che pare, in questo caso, insufficiente. La lotta del bene contro il male non c’entra. Quell’immagine potrebbe essere un punto di inizio, quell’istantanea crudele, forte, che ritrae la morte di una bambina è indubbiamente oscena. Però signori, è la realtà, è quello che sta succedendo ora, non vent’anni o trent’anni fa. Forse mai come adesso, si ha veramente l’esigenza di ricevere pugni allo stomaco per essere risvegliati dal torpore e dal non voler sentire di chi vi è caduto lentamente. Quella fotografia ha un senso. È il caso di coglierlo al volo prima che sia troppo tardi.

[Fonte foto: www.giornalettismo.com]