Le faremo sapere. Quante volte questa frase è stata pronunciata da selezionatori di personale, spesso marionette di risorse umane pilotate da grandi manager di aziende o presunte tali. In queste ultime settimane (per non dire mesi o peggio ancora anni) il tema del lavoro è stato tritato e triturato in tutti i modi possibili fino ad arrivare al Jobs Act, tanto temuto quanto contestato, tanto odiato quanto atteso. “Ma di lavoro in Italia ce n’è, è solo che non lo sai cercare bene“, “Non ti sai vendere bene“, “Non cerchi abbastanza“, “Prova, tenta, alla fine qualcosa troverai“. E qualcosa la si trova effettivamente. Soprattutto le truffe.

Prima si costruisce un’immagine. Si digita su EuroPass e si crea o aggiorna il proprio curriculum vitae: chi sei, chi sei stato, cos’hai fatto, come sei fatto. Poi ci si affida a mezzi tecnologici come Infojobs e ci si propone. Si naviga e naviga alla ricerca di un porto sicuro. Dopo anni di studio, piccole esperienze più o meno formative, master, dottorati, trasferte, anni in cui l’estate arrivava solo dopo tre esami di fila in due settimane, si crede di meritare un posto nel mondo del lavoro. Meritare è un verbo forse un po’ azzardato di questi tempi ma è anche vero che la speranza è l’ultima a morire. Un esercito armato di voglia di fare è pronto: e chi invece è pronto a lanciare le reti?

Siamo interessati al suo profilo e le informiamo che vorremmo contattarla per fissare subito un colloquio conoscitivo“. Il candidato risponde e si dirige verso la possibile meta. Il colloquio si effettua senza interruzioni in sei minuti scarsi: viene presentata la società, di marketing per esempio, i clienti di suddetta azienda, i settori e le aspirazioni di questo motore propositivo che è disposto in un periodo di magra, a offrire un luogo non solo di lavoro ma anche di formazione a giovani senza esperienza ma con il desiderio di mettersi in gioco anche in qualcosa di nuovo. La prima fase, se si ha un minimo di curriculum si passa facilmente e qui poi viene il bello: il secondo colloquio.

Succede che si incontrano altri ragazzi, tutti giovani, laureati, qualcuno con esperienze di Erasmus o lavoro all’estero, pronti a mettersi in gioco anche in un settore che non credevano potesse addirsi alla propria formazione scolastica ma in fondo per non essere choosy e togliersi dall’impiccio dell’essere bamboccioni, si è disposti a nuovi orizzonti e possibilità. Così si partecipa al secondo colloquio. O forse no. Perché capita di imbattersi in vere e proprie società venditrici di fumo e che senza il minimo ritegno, fino all’ultimo non svelano che in realtà quelle tre posizioni aperte non sono altro che un amaro porta a porta.

E i call center? Altro tasto dolente dell’era 2.0 del lavoro. Outbound è sinonimo di porta a porta. Ricordiamo tutti la campagna di qualche anno fa del Registro delle Opposizioni: se si voleva evitare di essere costantemente contattati per ricevere informazioni su materassi, depuratori, creme ringiovanenti, offerte delle varie compagnie telefoniche, ci si iscriveva così che gli operatori non chiamassero più. Tutela del consumatore, così si chiama. E le polemiche non mancarono: ma così non si toglie lavoro? Certo che piuttosto che niente è meglio piuttosto, ma anche i call center sono incubatoi di truffe e sfruttamento della necessità al lavoro.

Per esempio al colloquio ti assicurano un fisso mensile minimo di 300 euro e per ogni appuntamento che si riesce a fissare per i consulenti, un bonus e una percentuale nel caso i tuoi appuntamenti si trasformino in contratti e ancora in aggiunta bonus aziendali di raggiungimento obiettivi (per esempio 50 appuntamenti al mese). Fin qui non male. Capita però che “No, questo mese non c’è il fisso perché abbiamo lavorato poco“, “No hai capito male il bonus è solo se i tuoi appuntamenti diventano contratti” e certo, anche se per educazione dovrebbero dire che si sono spiegati loro male perché tu invece hai capito benissimo, te ne vai. Scoprendo poi che il titolare era scappato lasciando l’agenzia nelle mani della segretaria, ignara di tutto e che ha continuato a lavorare gratis come tutti per due mesi.

E i falsi annunci: “Cercasi personale per lavori d’ufficio per Poste italiane” poi ti presenti e scopri che in realtà è sempre la stessa presa in giro perché devi vendere un depuratore porta a porta con promesse di bonus premio per poi scoprire che eri nel mese di prova e che come al solito hai capito male. Succede che il fenomeno però sta assumendo proporzioni importanti e i giovani che appellano bamboccioni hanno trovato idee per difendersi. Per esempio creando una pagina Facebook che si chiama Lavoro Truffa.it dove poter mettersi in guardia a vicenda e tentare di difendersi quando è possibile da una serie di truffe che ha dell’incredibile.

Vogliono tutti i giovani con esperienza ma il gelato caldo non esiste. E così il senso di frustrazione aumenta: possibile che dopo anni e anni di formazione, i giovani debbano essere costretti all’umiliazione perenne di contratti fantasma, porta a porta gratuiti, truffe di ogni tipo? Dare colpa alla crisi non è più sufficiente: è dal 2007 che “la crisi” è diventata il parafulmine di tanti problemi all’italiana ed è palese che qualcuno giochi persino sulla percezione negativa di una società che sembra non più in grado di garantire un ricambio generazionale e l’introduzione di nuove competenze negli ingranaggi del sistema lavoro. Le faremo sapere? No, sono io che farò sapere a voi.

[Fonte cover: hydeparkgatenews.wordpress.com]