Negli anni ’80 lo status symbol per eccellenza era il computer. Poi nei primi anni ’90 fu la volta del cellulare. L’ultimo in ordine di tempo potrebbe essere identificato con lo smartphone, in particolare con l’iphone.

La pubblicità ci induce, tramite spot che trasmettono immagini di esistenze perfette quanto irreali, a consumare sempre più prodotti di cui non abbiamo alcun bisogno. Di più: essa non si limita a vendere prodotti, bensì propaganda sogni, modelli di vita, da perseguire e imitare, pena un doloroso sentimento di inadeguatezza. In pratica, non abbiamo scampo. Al consumismo non riescono a sfuggire, neppure i suoi austeri critici.

Al giorno d’oggi, i bisogni cedono il posto ai desideri, questo perché nella società odierna i bisogni sono stati quasi del tutto soddisfatti quindi ora sono i desideri a indirizzare la maggior parte delle scelte di consumo. Compriamo più di quanto ci serve, acquistiamo oggetti non tanto per la loro necessità o per il piacere di adoperarli, il cosiddetto valore d’uso, quanto per quello che rappresentano, perché sono degli status symbol.

Lo status symbol dei nostri giorni tra i giovani è la velocità, l’essere sempre in movimento, mai riposare perché c’è concorrenza, in ogni campo, lavorativo e social. Il bisogno di uno status symbol da seguire, come la magrezza eccessiva, il culto del corpo, l’essere ricercati da tutti in modo evidente, ci portano a dover sempre dimostrare un qualcosa, che se non c’è, sei tagliato fuori dalla società moderna, in una continua ricerca di un’identità che non si ha. Questi status sono una sorta di “pass” per entrare nell’ambiente sociale ed integrarvisi in modo stabile.

La storia ci insegna

Negli anni ’60, investiti dal progresso economico, la televisione si diffuse con prepotenza nelle case degli italiani, anche tra le classi meno agiate. Si merita questo riguardo perchè, da un punto di vista tecnologico, ha saputo reinventarsi: era nata grigia e ha scoperto i colori e negli ultimi anni le sue immagini escono dallo schermo con la tecnologia 3D.

Poi fu la volta del cellulare, diventato una specie di animaletto da compagnia da tirar fuori alla prima occasione in cui si era in gruppo, tanto per pavoneggiarsi con quell’oggetto in mano. Era un’affermazione della propria appartenenza al gruppo. Questo strumento ha cambiato le abitudini che avevano caratterizzato la gioventù degli anni 80-90, modificando radicalmente le generazioni successive.

L’importanza di chiamarsi Apple

Costruire un’identità forte: un nuovo nome, un nuovo logo, una nuova immagine. La comunicazione visiva è molto più efficace di quella verbale. I simboli e le immagini superano le barriere del linguaggio e sono più facili da interpretare delle parole. Comunicare per immagini permette di raggiungere il massimo effetto comunicativo nel più breve tempo possibile, grazie al suo forte potere di richiamo, alla sua spesso immediata comprensibilità e alla facilità di memorizzazione.

I loghi che sono gradevoli esteticamente, spiritosi, hanno un impatto positivo sulla relazione con i clienti e sono più facili da ricordare. Apple ha più volte dimostrato di essere maestra nello sfruttare i media, soprattutto i new media come internet. Apple rappresenta lo Status Symbol dei nostri giorni con due S maiuscole.

Anche il mondo della moda e del lusso comunicano sempre qualcosa. Possono essere usati come simboli, come icone di stile. Noi non compriamo abiti, ma status symbol. Un valido metodo di marketing è per esempio ricorrere alla figura del testimonial, scegliendo un modello noto in quanto icona di bellezza e seduzione.

Risparmiamo per acquistare l’ultimo modello di borsa o scarpe all’ultima mosa. Quando una donna deciderà di comprare un capo di Dolce&Gabbana o Chanel, in realtà, anche se in modo inconscio, starà acquistando l’illusione di essere un po’ come la modella che lo indossa in passerella, ed è in quel momento che diventiamo testimonial del brand o vittime del sistema?.