Ieri sera il Def, documento per l’economia e la finanza targato Matteo Renzi, è uscito quasi indenne dall’esame al Consiglio dei Ministri. Quella che si propone è una sfida mastodontica: la lotta ad una tendenza, quella degli sprechi, che ha visto cadere combattenti (quasi sempre) valorosi.

Italia paese di sprechi

È un problema con cui si è misurato ogni presidente del Consiglio negli ultimi anni, ma le soluzioni si sono sempre rivelate troppo fumose. E allora ecco che migliaia di euro se ne vanno in auto blu, stipendi esorbitanti a politici e dirigenti pubblici, pensioni d’oro; ancora, milioni vengono sprecati in investimenti di dubbia utilità come F35 e spese militari, costi della politica e, sopratutto, nella pachidermica macchina della Pubblica Amministrazione, fardello made in Italy.

E poi enti inutili, istituzioni desuete, fino ad arrivare alle province stesse: lo stato decentrato, voluto dai padri costituenti del ’46, si sta rivelando più costoso di quanto l’Italia possa permettersi. Si contano ragionerie provinciali, direzioni generali dei ministeri, migliaia di centrali di appalto e centri di elaborazione – preposti agli acquisti di beni dal valore superiore a 200 mila euro da parte dello Stato le prime e al saldo delle fatture pubbliche i secondi -, che dal 2012 si tenta di accorpare per ridurne il numero a qualche decina.

Le proposte del governo Renzi

Matteo Renzi ha raccolto la sfida. Anzi, sarebbe il caso di dire che se l’è presa di proposito, non essendogli stata lanciata da nessuno: se la Direzione del Pd non avesse votato per la staffetta, a quest’ora il compito di trovare una soluzione sarebbe ancora appannaggio di Enrico Letta.

L’ex sindaco fiorentino invece si è proposto all’Italia con in mano una manciata di slides e tanti buoni propositi da coprire con il Def; l’obiettivo è racimolare più di sei miliardi e mezzo, ma entro il 2014 ne andrebbero bene anche sei, tanti ha stimato infatti di ricavarne il commissario speciale per la spending review Carlo Cottarelli. La scure calerà su cuneo fiscale, enti inutili (dalle province alla motorizzazione, passando per il Cnel, l’Aci o le camere di Commercio), ministero della Difesa e della Sanità e stipendi ai manager pubblici.

Sul cuneo fiscale Renzi mette la mano sul fuoco, tanto da calcolare un risparmio di 10 miliardi entro il 2015, reintrodotti nell’economia italiana sotto forma degli 80 euro in più nelle buste paga degli italiani il cui reddito è compreso tra gli otto e i 25 mila euro. Al taglio sul cuneo fiscale si associa quello del 5% sull’Irap, grazie al quale si conta di recuperare un miliardo. Dopo il Consiglio dei ministri di ieri, Renzi ha svelato l’asso nella manica: tassare anche le banche, racimolando un miliardo attraverso la rivalutazione delle quote Bankitalia.

La questione enti inutili invece si prospetta più complicata di quanto sembri. Si cerca di abbattere i costi della politica intervenendo sulla trasformazione delle principali città italiane in aree metropolitane, il che dovrebbe portare ad un risparmio in termini di personale addetto, autorità competenti e spese di mantenimento – oltre ad un generale snellimento della burocrazia. In pratica, invece, per una modifica del genere i tempi si allungano perché l’istituzione delle province è prevista dal Titolo V della Costituzione e, in attesa di riuscire a cambiare quello, le modifiche non potranno rappresentare che una minima scalfittura alla struttura statale.

D’altra parte, questo non è niente per chi come cavallo di battaglia porta avanti l’abolizione del Senato. Spalleggiato dal collaudato Cottarelli, Renzi prosegue per la sua strada e risparmia anche su difesa e sanità, ricavando 500 milioni da ognuno dei due ministeri. Fioccano le polemiche soprattutto per l’ultimo; il ministro Lorenzin tuttavia è ferma nella sua intenzione di “razionalizzare”, premendo però affinché i tagli non siano lineari: «dobbiamo lavorare con una certezza di budget», dice, anche se riconosce che «il budget del Fondo sanitario nazionale è legato al Pil».

L’Italia che si prospetta

In conclusione, entro il 2016 secondo i piani di Renzi avremo risparmiato circa 32 miliardi di euro. Il tutto a prezzo anche di un inasprimento fiscale che nel 2015 salirà al 44%, salvo poi scendere progressivamente al 43,7% nel 2016 e al 43.5% nel 2017. È ancora difficile stabilire se le misure del nuovo governo siano oculate o meno, considerando che per ora ad essere contrarie sono proprio la categorie investite dai tagli e già il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini, parla delle misure del Def come di «una scelta ingiusta e illogica».

Per lo meno però il governo Renzi ha un termine di scadenza: se ne riparlerà se riuscirà a sopravvivere all’estate.