La disoccupazione giovanile in Italia raggiunge un nuovo record: 44,2%. Dati spaventosi, per gli stessi giovani “choosy” che non vedendo alcuna possibilità di futuro dignitoso nella propria patria sono costretti, in molti casi, a fare la valigia e partire. Una delle mete più ambite è proprio il Regno Unito, che vive una situazione economica florida e in costante crescita.
Secondo i dati pubblicati dall’Oxford University Migration Observatory i connazionali sbarcati oltremanica tra il 2014 e il 2015 sarebbero 57,600, secondi solo ai polacchi, con un boom del 37% rispetto all’anno precedente. Tuttavia oltre a coloro che lavorano in grandi catene alimentari come McDonalds, Starbucks o ristoranti vari però si aggiungono quelli che realizzano il sogno imprenditoriale aprendo un’attività propria. Perché nel Regno Unito e non Italia? La risposta sta tutta nella burocrazia. Se in Italia mettersi in proprio è un tunnel senza via d’uscita, pieno di ostacoli burocratici, nella patria inglese servono solo 2 ore, 15 sterline e una connessione ad internet.

Un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio & Industria Italiana nel Regno Unito evidenzia che gli investimenti delle imprese italiane in UK sarebbero aumentati del 44% tra il 2009 e 2013, generando piú di 8,500 posti di lavoro nell’ultimo triennio. Ce ne parla Aurora Tota, che ha condotto personalmente una ricerca di Richmond, the American University in London. Aurora ha puntato proprio a individualizzare e comprendere le cause e le motivazioni di chi ha deciso di mettersi in proprio in UK con la collaborazione di tre ragazzi con tre storie diverse da raccontare. La motivazione che ha spinto tutti i ragazzi ad intraprendere questa strada nel Regno Unito è appunto la maggiore semplicità burocratica inglese, la mancanza di una richiesta di capitale iniziale eccessivo, l’attrattività del mercato.

Tuttavia negli ultimi giorni a smorzare l’entusiasmo di tanti altri giovani italiani con la speranza di poter cambiare la loro vita è arrivata la proposta del ministro dell’Interno britannico Theresa May, che in un intervento sul Sunday Times sostiene che il principio di libera circolazione all’interno dell’Unione europea va inteso solo come “libertà di movimento verso il lavoro” e non per cercare un’occupazione o i benefici del welfare offerti dai vari Paesi. Così si tornerebbe al “principio originale” sancito dall’Unione. In questo modo, quindi, ad attraversare le frontiere interne dell’Europa sarebbe solo chi ha già un contratto di lavoro, non disoccupati e disperati. Del resto, secondo la May, proprio il “sistema europeo di assenza di frontiere” avrebbe esacerbato l’emergenza immigrazione.

Tuttavia forse non si considera un aspetto fondamentale dell’investimento che gli Italiani fanno nel Regno Unito, ovvero il contributo economico che gli stessi forniscono all’economia inglese. Ne abbiamo parlato con Aurora, che ci fornisce interessanti dati da considerare per farci un’idea generale della situazione.

Aurora, in base ai tuoi studi l’emigrazione degli Italiani nel Regno Unito è sempre in aumento e certo la situazione economica del nostro Paese non disincentiva questo flusso migratorio. Oltre a questa, quali sono le altre motivazioni che spingono i nostri connazionali a investire nel Regno Unito?

Ci sono diversi motivi per cui gli Italiani decidono di investire nel Regno Unito. Certamente la situazione economica, con l’economia inglese che continua a crescere, una maggiore snellezza burocratica (basti pensare che per aprire una start up bastano poche sterline e un paio di ore e si fa tutto semplicemente online). Inoltre c’è un minor peso fiscale a gravare sui profitti made in UK e soprattutto una minore complessità nell’ambito dell’adempimento degli oneri fiscali (Secondo il rapporto della Banca Mondiale “Doing Business” 2013 ad esempio un imprenditore italiano spende in media 269 ore per gli adempimenti fiscali contro le 110 di un suo collega inglese), E inoltre la possibilità di usufruire di un mercato del lavoro più flessibile con manodopera che può essere assunta con contratti a zero ore ad esempio.
E infine mi sento di dire che gioca anche un’atmosfera di maggiore sicurezza e positività nei confronti del futuro. Purtroppo in Italia vi è una situazione di insicurezza e anche i più fervidi entusiasmi vengono spesso spenti da una realtà non proprio rosea.

Quali sono i settori in cui c’è maggior offerta di start up?

A parere di Caterina Cotugno,Innovation, Investments and Communications Manager “il trend delle start-up Italiane che arrivano nel Regno Unito è principalmente nell’ICT e nelle molteplici sfumature che il digital può avere: dal mobile, al mercato florido delle app, all’advertising, a piattaforme di ecommerce, all’innovazione nei processi di fruizione dell’arte. Non solo food a spingere gli italiani oltremanica.”

Ci sono aiuti, finanziamenti o comunque una presenza attiva delle istituzioni che guidano e rassicurano gli investitori, soprattutto i più giovani?

Il Governo UK ha messo in pratica le direttive promosse dalla Commisione Europea sulla semplificazione burocratica. I giovani possono aprire una compagnia in modo semplice seguendo un tutor che si trova sul sito di Companies Houses. Anche in Italia, va detto che, qualcosa è stato fatto a riguardo ed è infatti possibile aprire una s.r.l con il versamento di un solo euro. Ma lo spirito imprenditoriale viene bloccato dalle prospettive future, anche fiscali. Per evitare questo in UK gli investimenti in startup (non tutte ma quasi) posso essere detratte del 50% delle tasse.E inoltre esiste un fitto calendario di eventi, seminari, convegni sia pubblici che privati voluti per agevolare il networking e per sostenere gli imprenditori.

Chiaramente l’economia inglese risente positivamente dei progetti imprenditoriali italiani. In che termini?

Secondo un sondaggio condotto dalla Camera di Commercio & Industria Italiana nel Regno Unito gli investimenti delle imprese italiane in UK sarebbero aumentate del 44% tra il 2009 e 2013, generando più di 11.500 posti di lavoro nell´ultimo triennio con un flusso di capitali di 1,2 miliardi di sterline. È chiaro capire come questi rappresentino un beneficio per l’economia inglese. Inoltre se consideriamo il contributo fiscale individuale, un italiano in media contribuisce il 34% in più di quello che riceve dallo Stato.

Dalle tue ricerche, è emerso un punto in comune tra tutti gli intervistati che hanno deciso di abbandonare il Bel Paese?

Secondo le mie ricerche gli Italiani si trasferiscono in UK perché desiderosi di crearsi un futuro migliore, un futuro che, in questo momento non possono trovare in Italia. A pesare di più tra le motivazioni ci sono: la ricerca di un lavoro, la ricerca di una qualità di vita migliore, la mancanza di meritocrazia in Italia e poi la voglia di avventura, di conoscere una nuova cultura. Un dato interessante è che il 40% degli intervistati dichiara di non voler tornare assolutamente in Italia, al massimo solo per le vacanze.

Considerando questi dati ci verrebbe da dire che siamo tutti “migranti” alla ricerca di un futuro, possibilmente migliore di quello che ci aspetterebbe in Patria. La proposta del Regno Unito di chiudere le frontiere anche agli Europei distruggerebbe un equilibrio e la boa di salvataggio per tutti gli Italiani che sperano nella realizzazione del sogno inglese. Quali sarebbero le conseguenze per l’economia inglese?

Ci sono diversi elementi che secondo me andrebbero presi in considerazione.
1. Il contributo fiscale, come detto in precendenza gli italiani contribuiscono più di quanto spendono. A differenza dei nativi che hanno contributo netto negativo.Il lavoro degli Italiani in UK serve a pagare l’Istruzione, la sanita’, il welfare, il debito pubblico etc. Una ricerca dimostra che l’UK ha ricevuto un totale 22.1 miliardi di sterline da tutti gli immigrati europei dal 2000 al 2011.
2. Gli Italiani apportano capitano umano a costo zero. Perchè arrivano in quel momento in cui il loro stato passa da passivo ad attivo nella bilancia fiscale. Ovvero sono pronti a produrre reddito e quindi a pagare le tasse e mettere in circolazione denaro tramite acquisti di beni e servizi. Il costo della loro educazione è stato supportato dall’Italia alla quale hanno voltato le spalle. Si calcola che l’UK avrebbe dovuto spendere un totale di 6,8 miliardi per istruire quegli immigrati europei arrivati tra il 2000 e il 2011,
E infine come detto in precedenza gli Italiani apportano capitali e creano posti di lavoro.