Notizia di un paio di giorni fa: The Interview è il film più scaricato della storia. Sì, ok, ci hanno riempito le scatole con questa storia, vorremmo ben vedere il contrario. Chi l’ha visto (è uscito in 300 sale USA) o scaricato, lo ha considerato un film banale e poco profondo. Probabilmente con ottime ragioni.

É bene chiarire infatti che, qualitativamente parlando, The Interview non è che una sequela di gag a sfondo sessuale che nemmeno i sequel apocrifi di American Pie: merita tuttavia la visione per la sequenza della morte di Kim Jong-un, che con Firework di Katy Perry in sottofondo, diviene una delle più cult dell’anno appena trascorso.

Mai come in questo caso, però, la forma costituisce la sostanza. Perchè il film targato Rogen/Goldberg rischia di fare comunque la storia.

Facendo un piccolo passo indietro e tornando alla spy-story di poche settimane fa, da Pyongyang dicono di non aver nulla a che fare con il famigerato Sony Hack: grazie, chi si aspettava sostenessero il contrario? D’altronde, il partito della giocata sensazionalistica ritiene si sia dato vita semplicemente a una montatura, architettata da Rogen e Goldberg, per pubblicizzare come se non ci fosse un domani il proprio film. Pur vero, in effetti, che per il mondo intero, la Repubblica Popolare Democratica di Corea è ancora nella fase mangia-bambini: le bufale inerenti a ciò che accade nella parte settentrionale della penisola coreana si sprecano. Ricordate quella sulla nazionale di calcio mandata in galera dopo il fallimentare mondiale del 2010? Era tutto falso. Certo, le condizioni che riguardano i diritti umani, di pensiero e di parola sono disastrose. Troppo facile, però, passare per l’eroe senza macchia quando si è dall’altra parte del fiume rispetto a tale regime.

Tralasciando le congetture (di cui, in Italia, Il Fatto Quotidiano rappresenta la principale testata sostenitrice) c’è in ogni caso un problema effettivo con cui la censura, anche la più incisiva, dovrà ora fare i conti. Dal giorno della sua comparsa online, The Interview ha iniziato ad arrivare anche agli occhi dei coreani del nord. Merito dell’elusione degli ordinari canali on demand (facilmente filtrabili dal regime) e delle copie pirata circolanti sia sul web (nei meandri del controllatissimo world wide web nazionale) che, soprattutto, su supporto fisico. Perchè The Intervew sarà un filmetto mediocre, dalla comicità turpe e dalla messa in scena trascurabile, ma non è certo questo il punto: rappresentare Kim Jong-un come nessuno aveva fatto – anzi, osato – mai apre degli interessanti scenari sulla reazione che il pubblico nordcoreano, specie quello più giovane, farà registrare. Non dimentichiamo che, come da noi meno di 80 anni fa, a Pyongyang e dintorni vige ancora il culto della personalità del leader.

Il rischio, dunque, che anche in minima parte si possa verificare quello che la delirante fiction di The Interview mostra non sarebbe da escludere a priori. E nulla ci vieta di pensare che dietro quest’operazione (che schiaccia l’occhio alla psicologia inversa) ci sia proprio questo proposito, da parte della Sony, di zio Sam o di chissà chi altri.

Anche perchè, se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che il potere del cinema non è mai da prendere sotto gamba. Al netto delle montature, dell’erotomania di Seth Rogen e della dubbia utilità di James Franco.