Un cancro da combattere. Così Obama ha definito l’Isis. Nelle ultime settimane la guerra contro lo Stato Islamico si è notevolmente complicata: le fasi dei raid congiunti, non solo dunque americani ma anche francesi, inglesi e della coalizione araba ne sono una delle prove più lampanti. Prova per altro messa in luce più volte dal presidente Obama che ribadisce: questa non è una lotta contro l’Islam e non siamo soli nel combatterla. Eppure la percezione che gli americani siano più invischiati degli altri è piuttosto palese.
Nell’ultima settimana di settembre c’è chi ha tirato le fila economiche di tutta questa operazione messa in piedi dalla presidenza USA. Ebbene, il ministro della Difesa Chuck Hagel in una relazione fatta di stime, ha messo nero su bianco il costo di questa guerra contro l’Isis che si sta combattendo in Iraq e Siria: si spenderebbero dai 7,5 ai 10 milioni di dollari al giorno. Le stime partono dalla data del 16 giugno, quando Obama diede l’ok all’invio di istruttori militari per le forze di sicurezza irachene. Da allora sarebbero stati spesi la bellezza di 765 milioni di dollari.

Il lato economico della faccenda assume poi contorni più nitidi quando si percepisce che i soldi non basteranno: un missile Tomahawk costa circa un milione di dollari. Se i raid iniziati in Iraq l’8 agosto e in Siria il 23 settembre, dovessero continuare a pieno regime, in totale secondo le stime, il governo americano spenderà la cifra record di 1 miliardo di dollari al mese. Ecco che uno degli oggetti di discussione al Congresso sarà chiaramente la gestione dei budget: è già pronta infatti una richiesta di aumento dei finanziamenti.
Con le recenti minacce alle metropolitane newyorkesi, il problema sta assumendo accezioni diverse. Il governatore di New York Andrew Cuomo, pronto per le elezioni che si terranno tra circa cinque settimane, è pronto ad agire. Ha recentemente dichiarato che se l’Isis usa tecniche ogni giorno più sofisticate, allora lo farà anche la città di New York, per la quale verrà creato “il più sofisticato sistema di difesa mai progettato finora“. Su uno dei quotidiani più popolari dell’Empire State, un editorialista fa notare che in tutti questi anni nei discorsi di Cuomo la parola ‘terrorismo’ non è mai comparsa.

Di Cuomo non va apprezzata la prontezza, ma un pizzico di attenzione gliela si deve. È evidente che nel meccanismo dell’intelligence americana, qualcosa non ha funzionato alla perfezione se è stato lo stesso presidente Obama a riconoscere che si il problema della minaccia Isis è stato sottovalutato. Nelle ultime settimane il ritmo martellante con cui il gruppo terrorista islamico ha prepotentemente invaso la scena internazionale è indubbiamente impressionante. L’uso dei social network, Twitter, YouTube soprattutto, e l’uso spietato delle immagini, dei video. Cosa c’è di più macabro che decapitare platealmente, giustiziare per vendetta e soprattutto sfida, quando dall’altra parte la risposta arriva tardivamente e soprattuto non potrà certo eguagliare tanta crudeltà? La paura gioca un ruolo fondamentale come in tutti i regimi del terrore. La forza del terrore è incommensurabile e un’arma tagliente. Se poi viene associata all’uso sapiente delle tecnologie, delle riprese studiate, delle parole soppesate e incasellate nel puzzle di sfida alla potenza più forte e simbolica del mondo, il gioco è fatto.

I video di John Cantlie, il giornalista britannico in mano all’Isis e che si dichiara abbandonato dal suo governo, sono qualcosa di anomalo e dimostrano quanto i piani del gruppo terroristico siano in continua mutazione. I registri di questi video, l’uso di diverse telecamere, il montaggio e la pacatezza con cui Cantlie si rivolge al pubblico, sono qualcosa di nuovo. La suspance, quella che comunemente si potrebbe definire ansia, sono percettibilissime: è un gioco spietato alla fine del quale probabilmente ci sarà l’ennesima decapitazione o esecuzione ma con essa ne viene fuori qualcosa di nuovo. Le decapitazioni. Uno degli argomenti che più repellono e quasi affascinano allo stesso tempo. Un gusto dell’orrido e dello scempio volto a dimostrare il potere di voler eliminare chi rappresenta il nemico. Dopo i giornalisti reporter americani, il turista francese, nei giorni scorsi è avvenuta pure la prima decapitazione di tre donne curde fatte prigioniere in Siria. E c’è anche chi in qualche modo scherza col fuoco mettendo su YouTube un video tutorial di 10 minuti in cui si spiega come in cinque semplici mosse realizzare un video di una falsa decapitazione in stile Isis.

http://www.youtube.com/watch?v=sUyo8H5brgk

Non solo nuovi raid però. Le cose si stanno muovendo su più fronti: Ankara ha infatti chiesto al Parlamento l’autorizzazione per avere il via libera per colpire in Siria e Iraq. I media turchi riportano che ci sarebbero 10mila soldati di Ankara schierati al confine con la Siria. E che dire dei tre milioni di siriani che finora si sono rifugiati in Libano, Giordania, Turchia e dei tanti milioni di rifugiati che invece sono ancora prigionieri del loro Paese? Nell’ultimo video di John Cantlie le parole rivolte a far riflettere gli americani sono pesanti: “Gli Stati Uniti non hanno imparato niente dal recente passato. Stanno entrando nella ‘Terza Guerra del Golfo’ e rischiano un nuovo Vietnam“. Ecco dunque che il primo discorso di Obama, quello nel quale il presidente spiegava al Paese e al mondo, le strategie per combattere e ferire a morte l’Isis, comparato con l’ultimo nel quale ammette che l’Isis è stato sottovalutato, aprono un quesito: quanto potrà durare tutto questo?

Quanto e per quanto si sosterranno i costi e le perdite?

[Fonte cover: www.sokratis.it]