Quante sono nel calcio moderno le vittime della “regola degli Under”? Tante. Lontani dai riflettori, dalle telecamere, dal calcio avveniristico dei milioni di Euro e del business. La regola degli Under è quella norma che impone la presenza dei “giovani” nell’undici iniziale in Serie D e nelle serie minori. Ma entriamo nel dettaglio: nel massimo campionato dilettantistico è obbligatoria la presenza di 4 giovani, di cui almeno uno nato nel ’95, due nel ’96 e uno nel ’97. Nei campionati minori (Eccellenza e Promozione) salvo deroghe delle federazioni regionali è obbligatorio schierare almeno un calciatore nato nel ’96 e uno nato nel ’97. La regola impone quindi agli allenatori di schierare un tot di calciatori giovani, e di non stravolgere il tutto nemmeno a partita in corso. Sarebbe dovuta essere un’opportunità per le giovani leve, è diventata in realtà una preoccupazione. In tanti una volta usciti dalla fascia degli under hanno smesso di giocare. È servito ad alimentare sogni vani, speranze, in chi pensava di poter avere un futuro nel mondo del calcio ma in realtà è stato solo spremuto fino all’osso da società costrette a far giocare i giovani, salvo poi uscire da qualunque progetto a medio termine nel momento in cui l’anno di nascita non costituiva più il lasciapassare.

Credits Gianfranco Cicchetti

Si ritrova assolutamente contrario a questo sistema Gianfranco Cicchetti, agente di diversi calciatori impegnati nei campionati di Lega Pro e Serie D, uno dei migliori procuratori sportivi per queste categorie. Il noto agente ci esprime le proprie idee: “Ritengo che la regola degli under sia assolutamente un danno per tutto il movimento. Per i club, che sono costretti a far giocare talvolta giovani calciatori che non sono ancora pronti e che il più delle volte non meriterebbero di giocare, per gli stessi giovani calciatori che vengono ‘usati’ durante gli anni di obbligatorietà e poi scartati e illusi dopo aver anche totalizzato 90 presenze in tre stagioni. E’ studiato che soltanto una piccolissima percentuale di questi ragazzi riescono a scalare le categorie e arrivare in serie A e B. Dopo quasi venti anni che esiste questa regola, e ricordo che dagli iniziali due elementi obbligatori in serie D si è passati qualche anno fa a quattro, devo assolutamente ribadire che si tratta di un orientamento sbagliato, che non serve a nessuno”. Ma quindi qual è la strada da seguire per riformare il calcio italiano e dare garanzie ai giovani nostrani? “Per incentivare lo sviluppo dei vivai bisogna prendere a modello il sistema tedesco: obbligatorietà di un accademia giovanile per i club professionistici, seconde squadre e strutture e stadi avveniristici. Il calcio giovanile italiano non deve puntare sulla quantità ma sulla qualità. Se un giovane è bravo, gioca e va avanti lo stesso, senza che ci sia bisogno di alcuna obbligatorietà”.

Alessandro Orlandi
Credits Alessandro Orlandi

Di parere diverso, invece, Alessandro  Orlandi, direttore area tecnica di Studio Assist & Partners, che ci spiega il proprio punto di vista:  “Indubbiamente dal punto di vista tecnico e mentale è un regola che permette la formazione dei giovani calciatori. Di certo non è facile nell’immediato contestualizzarsi e soddisfare le aspettative dei club per un giovane appena uscito dal settore giovanile. Sono per la selezione naturale sul campo, ossia gioca chi merita e chi lavora con costanza nel quotidiano, giovane o meno giovane che sia. Direi perciò, favorevole con riserva a queste regole”.  Rimane favorevole quindi, Orlandi, che però non si sottrae alla riflessione su come poi alcuni calciatori rischino di scomparire quando non sono più under: “Per questo ho utilizzato la riserva nel mio essere favorevole. Sarebbe ideale trovare la formula che abbinasse equamente meritocrazia e formazione”.

Credits Vittorio Galigani

Vittorio Galigani, ex dirigente di numerose squadre tra cui Milan, Pescara e Taranto con una carriera alle spalle di tutto rispetto, cerca invece una soluzione “rivoluzionaria”. E ce la racconta così: “La mia idea sarebbe quella di imporre il limite di calciatori over 25 che sono impiegabili in una partita. E vi spiego perché: tra i dilettanti il contratto ha un vincolo fino ai 25 anni, quindi la cosa giusta sarebbe che potessero giocare soltanto 4 over 25. Altrimenti diventa il cimitero degli elefanti, perché in seguito tanti calciatori che hanno giocato perché erano under non vengono poi più utilizzati e addirittura smettono di giocare.  Basti pensare a tutti i classe ’94 che quest’anno non hanno trovato squadra. Adesso, ad esempio, vanno di moda i portieri classe ’97, ma a quell’età in un ruolo così delicato non si è ancora pronti nella maggior parte dei casi”. Ma l’analisi dell’ex direttore sportivo è ben più profonda e va ad investire anche il settore giovanile: “Il problema è quello delle giovanili. Da noi c’è difficoltà a far giocare i nostri ragazzi. Anche in Primavera ci sono tanti stranieri, secondo me è sbagliato questo, così come la regola degli under. Anche in Serie D come under giocano giovani provenienti dalla primavera di società di Serie A e B o dalla Lega Pro, questa è la dimostrazione del fallimento dei settori giovanili delle squadre dilettantistiche”.  Lo stesso Galigani si pone – e ci pone – un interrogativo: “Come possiamo fare la formazione dei giovani se le regole che impone la federcalcio sono queste?”. Urge una risposta, e un’analisi profonda di cosa è, e cosa è stata in questi anni, l’imposizione della regola degli under. Un problema, più che una soluzione.