Beati gli altri italiani, quelli che il terremoto dell’Aquila possono ricordarlo solo una volta l’anno. Per gli aquilani, infatti, quella del sei aprile è tutt’al più una ricorrenza formale: il terremoto vive davanti agli occhi di tutti ogni giorno. Basta uscire di casa, guardarsi attorno e, Aprile o Dicembre che sia, il paesaggio è ancora impietoso.

Ogni 6 aprile, tuttavia, continua a ripetersi una fiaccolata in memoria delle vittime. Da quando, quella notte del 2009, in meno di 30 secondi persero la vita 309 persone, di anno in anno il dolore non solo torna, ma aumenta – come nel 2011, quando alle 309 vittime provocate dal terremoto se ne sono aggiunte altre due: Pamera Mattei e Maria Grazia Rotili, 18 e 19 anni, persero la vita in un incidente d’auto proprio di ritorno dalla commemorazione, la notte tra il 5 ed il 6.

Ormai però la ferita comincia a non essere più fresca; in cinque anni la città ha subito una metamorfosi sconvolgente. All’inizio è come se l’Aquila fosse esplosa: il centro storico era un enorme cratere impraticabile e tutto ciò che si trovava al suo interno era schizzato lontano. Uffici, attività, locali, negozi e scuole sono stati dislocati da una parte all’altra della città, popolando una periferia che prima del sisma non esisteva.

Pian piano i cittadini sono tornati, ma L’Aquila post-sisma non era più la stessa città. Non si trattava di ritrovare una quotidianità smarrita, bensì di reinventarne una da capo. Nuove strade, nuovi cartelli, nuove case. Per tutta l’estate 2009, l’allora governo Berlusconi ha fatto sì che su terreni fino ad allora deserti sorgessero decine e decine di complessi antisismici dove potessero rientrare i nuclei familiari le cui abitazioni avevano subito i danni più ingenti. Iniziò così la polemica infinita su quello che ora è noto come “Progetto C.A.S.E.“: Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili.

Sono costate troppo? Sono davvero sicure? Non si poteva optare per i più economici M.A.P. (Moduli Abitativi Provvisori)? A cinque anni dal sisma, le “casette di Berlusconi” sono parte integrante del paesaggio e, al 21 marzo 2014, ospitano 11.699 persone. La vita al loro interno non è facile, come non è mai facile adattarsi a condividere pochi metri quadri con tutto il resto del nucleo familiare. Di fatto la situazione presenta due facce, come sempre in questi casi.

Da un lato ci sono oltre 11mila persone con un tetto sopra la testa, destino molto più roseo di quello toccato a molti altri terremotati dei decenni scorsi; c’è chi si è addirittura trovato meglio di prima e chi ne ha approfittato.
Dall’altro invece ci sono i disagi che, da quando la gestione delle palazzine è passata dalle mani della Protezione Civile a quelle del Comune, nel 2010, non sono mai mancati: bollette pazze su cui gli inquilini chiedono trasparenza, danni strutturali come infiltrazioni d’acqua, problemi alle caldaie e termosifoni non funzionanti. Conseguenze inevitabili o difetti di progettazione? Ormai la risposta a questa domanda sfocia nello schieramento politico di chi la fornisce.

Il pericolo che L’Aquila corre, dopo cinque anni, è di venire dimenticata dai suoi stessi cittadini. In periferia il discorso è diverso: entrando in città le case che non si presentano bardate dai cantieri sono quelle già ristrutturate o, alla peggio, definitivamente abbattute; le gru si muovono, gli operai al lavoro si vedono. Dopo anni di lungaggini burocratiche, insomma, qualcosa si sta muovendo.

Il problema è il centro storico. È di ieri la notizia che sarebbe pronta una scaletta delle zone prioritarie, tra quelle che si affacciano sul cosiddetto asse centrale (il Corso Vittorio Emanuele II), su cui intervenire. Ci sono voluti cinque anni, insomma, solo per decidere da dove cominciare.

Per tutto questo tempo la città è diventata sempre più povera di vita. L’intero centro storico è deserto, senza nessuno che lo abiti; solo poche attività hanno potuto riaprire, principalmente locali che servono turisti il sabato mattina ed universitari il giovedì, come da tradizione.

Il Corso infatti si riempie di gente solo due sere a settimana, come se fosse anch’esso un locale, e la gente che lo popola in quel paio di occasioni è solo una minima percentuale della cittadinanza: si tratta di quella generazione già abbastanza grande per uscire di sera ma ancora abbastanza giovane da averne la voglia.

La realtà è che ogni generazione è stata ferita dallo stesso evento in maniera diversa. In cinque anni c’è stato tutto il tempo per i bambini di diventare adolescenti, per gli adolescenti di diventare adulti e per gli adulti di diventare anziani. Più il tempo scorre, più le generazioni si adattano ad una città i cui vicoli sono tutt’ora sbarrati da transenne e cartelli di accesso vietato. Salvo poi ricordarsi, una volta fuori, che la vita in una città vera è tutt’altra cosa. Quanto ancora si potrà resistere?