Historia magistra vitae. Lo diceva qualche secolo fa il buon Cicerone nel De oratore ed è una di quelle frasi che la Scuola ripete spesso ai suoi alunni. Una massima sulla quale si fonda gran parte del pensiero e della cultura ma allo stesso tempo dell’attualità. Ecco dunque che la notizia della possibile chiusura dell’Archivio Centrale dello Stato, annunciata da Repubblica, riporta tutto al concreto: si perché se la Storia è maestra di vita, è anche vero che conservare quella Storia è costoso e richiede molto impegno e organizzazione. Siamo in grado di prendercene cura? La notizia è di quelle che lasciano l’amaro in bocca, dopo un mal celato effetto da pugno allo stomaco. Com’è possibile? Viene naturale chiedersi. Per quanto possa sembrare assurdo, è possibile e per una serie di motivi che si intrecciano e ingigantiscono col passare degli anni. L’ennesimo taglio ai fondi o finanziamenti, che dir si voglia, alla cultura potrebbe essere il colpo di grazia. Agostino Attanasio, sovrintendente dell’Archivio, intervistato da Repubblica lancia un appello.

Attanasio svela la complicata gestione finanziaria degli ultimi anni. La notizia più importante riguarda l’ammontare della spesa annua: 800mila euro. Questa cifra assicura la sopravvivenza: spese ordinarie di gestione. Poi però si scopre che per esempio nel 2013 a quella cifra nessuno ha provveduto a dovere visto che l’Archivio di Stato ha ricevuto 650mila euro. E se si va a ritroso nel tempo la cosa assume un aspetto inquietante: nel 2012 la cifra era il doppio di quella ricevuta nel 2013. I conti non tornano. Il sovrintendente dichiara: “Finora siamo sopravvissuti a questi tagli perché siamo stati pessimisti verso il futuro: abbiamo gestito all’insegna del risparmio, lasciando dei fondi a disposizione perché temevamo di andare incontro a periodi poco felici. Ma a partire dal prossimo anno, se la situazione non cambierà in modo radicale, l’Archivio Centrale dello Stato chiuderà. Già quest’anno non sarà semplice fare il bilancio“. E dunque cosa si intende fare a riguardo? Anche qui la risposta non è del tutto semplice e oltretutto con questo trend della spending rewiev si capisce come la gestione del denaro pubblico sia centellinata.

Ma colpo di scena: il 25 agosto arriva la replica sul sito dell’Archivio centrale dello Stato. “È bene però precisare che nel sommario del servizio, inevitabilmente alla ricerca del grido ad effetto, sono gravemente alterati, fino a diventare false notizie, almeno due punti” si legge sul sito. I due punti su cui si replica riguardano il bilancio del 2014 che si chiuderà comunque e il deposito di Pomezia. Nell’articolo inchiesta di Repubblica si fa infatti riferimento al deposito distaccato nel quale potrebbero essere trasferiti i documenti. La soluzione di Pomezia non è d’emergenza ma di necessità. Come si legge sul sito, questo è causato dall’inidoneità di alcune aree della sede centrale all’EUR e questo a causa della storia dell’edificio: gli edifici erano stati progettati per ospitare la Mostra dell’autarchia, la guerra bloccó tutto e negli anni ’50 il primo sovrintendente dell’ACS, Armando Lodolini, li propose come sede appunto dell’Archivio centrale dello Stato salvo modifiche e adeguamenti. Adeguamenti che non furono mai completati: isolamento termico assente in alcune aree, sotterranei dove è impossibile utilizzare i carrelli per spostare i documenti, umidità, infiltrazioni.

In sostanza: “Il risultato, in sintesi, è che i depositi del più importante istituto archivistico italiano non garantiscono, per una parte non trascurabile, una corretta conservazione delle fonti storiche custodite, né una loro agevole gestione. A fronte di un esborso di quasi cinque milioni di euro che ogni anno il Mibact paga per la locazione della sede dell’ACS ad Eur spa, società a partecipazione pubblica (MEF e Comune di Roma) proprietaria degli immobili“. Molto chiaro insomma il quadro che si prospetta. Burocrazia, tempistiche infinite (due anni per acquisire il deposito di Pomezia che era già costruito) e progetti che si consumano col tempo, finendo nel dimenticatoio. Per ora è prevista la cessione dell’edificio laterale, o di una sua parte, e lo spostamento della documentazione nel deposito di Pomezia e questo garantirebbe all’Archivio centrale di Stato: “[…] di assicurare la migliore custodia di quegli archivi ora collocati in ambienti inidonei e in condizioni che ne mettono a rischio la conservazione. […] di diminuire lo spazio della sede Eur da gestire direttamente, con un abbattimento non indifferente dei costi che oggi l’ACS sostiene”. Restano certo delle questioni dubbiose come quella dell’affitto esorbitante che si paga ad Eur spa e il probabile servizio navetta che garantirà la consultazione delle carte.

Nell’inchiesta di Repubblica si ricorda anche un’iniziativa promossa dal premier Renzi che ha approvato la declassificazione degli atti relativi alle stragi di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna e rapido 904 finora coperti dal segreto di Stato. Gridare subito allo scempio non paga. Guardando alla realtà della situazione messa a confronto con le spese, la logistica, il momento non certo felice in cui i fondi pubblici vengono usati per scopi lontani dalla cultura, non è poi così difficile accettare la risposta offerta dall’ACS. Soluzioni come quelle delle città europee che hanno eretto edifici adibiti alla conservazione e alla consultazione dei documenti storici, in Italia sono difficili non solo da realizzare ma anche da inserire nelle logiche territoriali.

[Fonte cover: www.panoramio.com]