Livia Firth, conosciuta anche come la moglie dell’attore Colin Firth, è una di quelle donne che ha deciso di non sottostare al sistema, combattendo per un nuovo modo di fare moda, portando avanti una lotta etica all’insegna della eco solidarietà e della eco sostenibilità, all’insegna dell’assoluto rispetto per le persone che ci circondano. Negli ultimi anni infatti la signora Firth ha deciso di usare la sua fama e la visibilità per sostenere un progetto di moda etica, a cui ha dedicato persino un negozio, l’Eco Store, collocato al centro di Londra, gestito insieme al fratello Nicola. Dichiarata femminista e attivista a favore dell’uguaglianza di genere, viene spesso accusata di usare il cognome del marito, accuse a cui Livia stessa ha risposto con tranquillità: “Se ho bisogno di Colin per aprire qualche porta, uso Colin per farlo e me ne frego.” E in effetti la Firth ha avuto la furbizia di agire per un’ottima causa, riflettendo come uno specchio la fama del marito, dissociandosi però da tutto grazie alla propria determinazione e degli ideali ben radicati.

Credits: Andreas Rentz/Getty
Credits: Andreas Rentz/Getty

Con la proliferazione del consumismo siamo andati incontro a una cultura usa e getta, per cui ci si vergogna di indossare più volte lo stesso vestito, che finisce subito nella spazzatura o nel fondo dell’armadio. Nella sua lotta per la costruzione di un mondo più etico, Livia Firth si colloca come ambasciatrice di Oxfam Italia e Fondatrice di Eco Age, una società di consulenza sull’eco sostenibilità, che attraverso piattaforme come il Green Carpet Challenge vuole incoraggiare le case di moda e i consumatori ad avvicinarsi al settore dell’abbigliamento con un approccio ambientalista ed etico. Prestare la stessa attenzione che focalizziamo sul cibo che mangiano anche sui vestiti che indossiamo, pensando ai materiali di cui sono fatti, ai costi umani ed ecologici che ne conseguono è la base di partenza per un cambiamento necessario secondo la Firth. Sono molte le celebrità che l’hanno seguita in questo progetto, rispondendo in maniera positiva e soprattutto propositiva alla sua idea. Meryl Streep, Cameron Diaz, Nicole Kidman o Emily Blunt hanno così promosso i valori dell’iniziativa attuata dalla Eco Age durante la stagione delle grandi premiazioni. Il red carpet è infatti ogni anno preso d’assalto dai giornalisti, che spingono in maniera quasi ossessiva sugli abiti indossati dalle celebrities e sulle grandi case di moda che si celano dietro. Si tratta quindi di un’occasione importante per portare l’attenzione su questi aspetti di carattere etico, passando dalla celebre domanda Who are you wearing tonight? alla What are you wearing tonight?. Sì perché se il brand vale di più di qualsiasi vita umana allora vi è un profondo fallimento di fondo.

Sono numerose anche le case di moda che hanno aderito all’idea di moda ecosostenibile. Tom Ford si è schierato a favore dell’eco fashion, ma Livia Firth vanta anche una collaborazione con Gucci con la produzione di borse di pelle proveniente da allevamenti certificati da Rainforest Alliance, nella foresta Amazzonica, che rispettano criteri di tutela ambientale e trattamento etico del bestiame. Anche Stella McCartney ha rilanciato alla fashion week londinese dello scorso anno il Green Carpet Challenge con un’intera collezione ecologica, ovvero abiti di alta moda ottenuti con materiali riciclati.

Fonte: Stylosophy.it
Fonte: Stylosophy.it

La sua battaglia ha come principale nemico le multinazionali di abbigliamento, quelle del fast fashion, del low cost, che producono a basso prezzo e rivendono quindi a un prezzo altrettanto misero, facendo passare, secondo la Firth, l’idea di una democrazia di fondo. Multinazionali che schiavizzano le donne dei Paesi in via di sviluppo, approfittando della loro primitiva necessità di sopravvivere, non tenendo conto di alcun diritto umano, ma non vedendo altro che il proprio obiettivo economico. Durante la conferenza Trust Women tenutasi a Londra Livia Firth ha infatti detto: “Nel decennio passato assieme ai vestiti a poco prezzo ci hanno venduto anche una bugia, e cioè che abbiamo il diritto, in nome dei valori della democrazia di comprare una maglietta a due dollari. La verità è che non c’è niente di democratico nell’acquistare vestiti a prezzi così poco realistici. L’equazione è molto semplice: se vogliamo più abiti nelle nostre vetrine qualche lavoratore dovrà produrli più rapidamente. E se vogliamo pagare meno, i costi di produzione, e quindi anche i salari di chi produce, dovranno essere bassi”.

La Eco Age si occupa inoltre delle condizioni di lavoro di queste donne impegnate nell’industria dell’abbigliamento, soprattutto nei paesi più poveri, centri di produzione della maggior parte delle case di moda, presi d’assalto per i costi bassi della manodopera. Livia Firth ne è l’ambasciatrice, desiderosa di dare voce alle donne del Bangladesh, rese schiave dice lei a causa nostra, trattenute in un circolo di povertà. “Sono riuscita a intrufolarmi in una fabbrica – spiega – e questo ha cambiato la mia vita per sempre: quello che ho visto sono le conseguenze che il potere di acquisto di noi donne occidentali ha sulle donne in Oriente e nei Paesi in via di sviluppo. Lavorano tra le 12 e le 14 ore al giorno, sette giorni alla settimana; la maggior parte delle fabbriche hanno sbarre alle finestre e sono prive di uscite di sicurezza, con guardie armate alle porte di modo che nessuno possa entrare o uscire“.

L’effimero bisogno occidentale rende schiava la reale necessità delle donne orientali di sopravvivere, a costo della loro stessa vita. Agiamo con una forma di schiavitù a distanza, la finanziamo con una passata di carta di credito, un rapido movimento che a noi non dà che una temporanea sensazione di soddisfazione, mentre dall’altra parte del mondo si riflette in maniera incisiva e duratura. Il potere di acquisto delle donne occidentali grava in maniera davvero pesante sulle teste delle donne che vivono nei Paesi in via di sviluppo e noi, immersi fino al collo in un consumismo vorace, non ce ne rendiamo conto. Ce lo ricordano però figure come Livia Firth che lottano ogni giorno contro il sistema, dopo aver appurato con i propri occhi le conseguenze che le nostre azioni hanno sulla vita di altre persone. E forse è solo con la consapevolezza che scatta il motore del cambiamento.

Credits Cover: Hannah Thomson