Sono sempre di più i brand che scelgono di lanciare capi no logo.
Il marchio c’è, ma non si vede. Si tratta di una strategia marketing che tenta di soddisfare la richiesta di un pubblico che, oggi, sente sempre più la necessità di affermare la propria personalità attraverso quello che indossa, e non viceversa.

Siamo lontani, infatti, dall’ostentazione degli anni ’80.
Anni in cui la moda ruotava attorno alla logo-mania e avere un marchio in bella vista era il modo per differenziarsi da coloro che un capo griffato, in realtà, non potevano permetterselo. Il logo era il vero punto di forza delle case di moda, che facevano a gara a chi ideava lo stilema più sfarzoso e in vista, anche se a discapito della qualità.
La prima opposizione nei confronti di una cultura modaiola che trova espressione attraverso gli eccessi arriva dall’America negli anni ’90 con lo stile grunge. Esattamente da Seattle, dall’unione di musica e moda, giunge un vero e proprio nuovo stile di vita che intende esprimersi attraverso l’immagine che si sceglie di dare di se stessi.
L’individualismo prende sempre più piede. E a dare un taglio netto a questa lotta di espressione tra l’essere e l’apparire fu la giornalista Naomi Klein nel 2000 con “No logo”, un saggio considerato ancora oggi il testo di riferimento di questo movimento no-global del branding.

Le case di moda oggi si rivolgono ad un pubblico più colto.
Il logo non funziona più, soprattutto se fine a se stesso. Il mondo della moda ormai propone innumerevoli marchi di successo, la scelta è talmente vasta che un logo vale l’altro. A fare la differenza sono, invece, quei brand che riescono ad identificarsi attraverso uno stile ben preciso, riconoscibile tra i tanti. Come a voler affermare, questa volta, che dietro un capo di abbigliamento c’è una persona pensante, un artista che riesce a comunicare il proprio essere attraverso stoffe e colori, e che per questo si fa riconoscere. È in questo che prende forma il vero lusso. Le persone pretendono capi ricercati, ricchi di dettagli e, soprattutto capi di qualità. Ma ad un prezzo modico, perché la concorrenza è tanta. Motivo per cui anche Abercrombie abbandona l’alce e il proprio nome dalle t-shirt. Il noto brand di abbigliamento casual USA tenta di avvicinarsi ai bisogni dei giovani e dalla prossima primavera abbraccia anch’esso la tipologia di capi no logo. Abbandonare gli status symbol permette maggiore espressione di sé e, quindi, un pubblico sempre più vasto: la dimostrazione più eclatante è Zara, al primo posto tra le aziende più ricche d’Europa.

Del resto la moda è sorretta da sempre da due grandi condizioni: il bisogno di conformarsi alla società, la necessità di distinguersi da quest’ultima.
Così gli stilisti odierni sono costretti ad creare nuove linee di stile sul presagio di George Simmel, il quale affermava che: “La moda esprime la tensione tra uniformità e differenziazione, il desiderio contraddittorio di essere parte di un gruppo e simultaneamente stare fuori del gruppo, affermando la propria individualità”.

[Fonte Cover: nanihwaya.wordpress.com]