Siamo nel 2014 e dalla nascita del termine omofobia sono trascorsi trent’anni, il primo a parlare di omofobia fu George Weinberg, sociologo americano, in un suo saggio del 1972 dal titolo “Society and the healthy homosexual”. Dagli anni settanta ad oggi l’evoluzione culturale a riguardo somiglia pressapoco ad una necessità di difesa: sono state decretate leggi anti-omofobia in seguito ad attacchi e violenze – verbali e fisiche – nei confronti di uomini che ci fanno paura, per dare una definizione letterale del termine. Quello che, invece, non è accaduto nel corso di questi anni è di veder rientrare l’omofobia tra le fobie così dette cliniche, essa infatti non è inserita né nel DMS (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali), né nell’ICD (Classificazione Internazionale delle Malattie Mentali). Dunque l’essere omofobo nel 2006 viene definito dal Parlamento Europeo in quanto “paura e avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio”. In altri termini, quindi, stiamo parlando di una delle più comuni forme di razzismo.

“Non sono razzista, ma gli omosessuali proprio non li sopporto”

Viviamo una società che ci rende sessisti dalla nascita.
Il nostro destino sociale è stabilito dal colore del fiocco che ci donano appena nati: rosa per chi è destinata a metter su famiglia, azzurro per chi, invece, sarà – socialmente – costretto a lavorare per il mantenimento di quest’ultima. Una definizione senza dubbio sterile e sintattica, ma che rappresenta a pieno il quadro dei pregiudizi a cui veniamo educati nel momento in cui iniziamo ad interagire con la società di cui facciamo parte. Dalla famiglia, alla scuola, alla religione, all’ambiente lavorativo, tutte le istituzioni favoriscono rigidi schemi di suddivisione di ruoli da dover rispettare. Ne consegue che il percorso evolutivo di una persona che si muove verso l’omosessualità deve, ancora oggi, attraversare innanzitutto una fase di ribellione nei confronti di tali modelli discriminatori. In un’Europa fondata sulla tutela dei diritti umani e sulla libertà di espressione, a molti viene di fatto negata la possibilità di una piena manifestazione di sé. Sebbene sia stato stabilito che l’orientamento sessuale di un individuo è un fattore innato: non si sceglie di essere omosessuali, non si decide di essere eterosessuali.

Soprattutto se in pubblico

È possibile asserire, nostro malgrado, che laddove vi è umanità vi è razzismo. L’atteggiamento di repulsione nei confronti di ciò che è apparentemente diverso ci vede protagonisti di lotte morali che durano da anni. Soprattutto in Italia, soprattutto se in pubblico. Un sondaggio effettuato dall’Unione Europea su 93 mila persone, infatti, vede l’Italia protagonista delle maggiori discriminazioni in ogni ambito della vita pubblica: tre intervistati su quattro temono di tenersi per mano in luoghi pubblici ritenendoli a rischio aggressioni. Un dato preoccupante questo, che dovrebbe farci aprire gli occhi sul fatto che la minaccia sociale più grande è la prigione mentale dei nostri pregiudizi.

[Fonte Cover: www.youthunitedpress.com]