Per giudicare un album bisogna ascoltarlo. E per ascoltare un album di 30 canzoni ci vuole del tempo, almeno 10 giorni, per un primo giudizio obiettivo. Perché 30 canzoni sono tante, tantissime. Un album con così tante tracce è difficile da ascoltare, figuratevi da realizzare. Ma Jovanotti, che vive con l’ossessione di dover sempre dimostrare qualcosa, non si è accontentato di fare un disco con 10 pezzi, come potrebbe permettersi di fare, dopo più di 25 anni di carriera. Lorenzo vuole fare e strafare, senza preoccuparsi di eccedere, perché la felicità non gli basta, vuole l’euforia.

Lorenzo 2015 CC è un album euforico, che sa di fango e motocross, come la grafica dell’album. È un disco che viaggia da Cortona a New York, passando per il Sudamerica, il Salento e i vecchi quartieri di Bucarest. È un concept che non c’è perché alla fine Lorenzo ha scelto di non tagliare nulla, di fare un album all’americana, senza porsi troppe domande, registrando e basta, incidendo canzoni, e lasciando loro il tempo di fiorire. E se il primo singolo, “Sabato”, è uno specchietto per le allodole che, a distanza di 20 anni, sembra il sequel maturo di “Gente della Notte”, il resto dell’album è una continua scoperta. Quando credi di aver capito il disco, ecco che arriva il brano che non ti aspetti.

Come la carriera di Jovanotti, un artista che proprio grazie all’ansia di dover dimostrare sempre qualcosa si è continuamente reinventato. Un altro magari si sarebbe accontentato del primo “Gimmi Five” o del successo da rapper di Lorenzo 1992, ma lui no. Lu ha costruito una storia, un percorso forse adultolescenziale, ma straordinariamente coerente nella sua mutevolezza. Ecco perché il DJ di “Gente della notte”, quello che non va mai a dormire prima delle sei, è diventato il cantastorie di “Sabato”, che in un tempo di crisi aspetta con ansia un altro lunedì. Ma “Sabato” non c’entra nulla con il resto dell’album. Per capirlo bisogna mettersi le cuffie, ed isolarsi dalla frenesia della quotidianità.

In un’epoca in cui si sente poca musica Lorenzo chiede tre ore del nostro tempo. E poi altre tre ore. E ancora altre. E solo al terzo ascolto incominciano ad arrivarti pezzi come “Gli Immortali”, il secondo singolo, quello che diventerà il nuovo “Ciao Mamma” o “Mi fido di te” dal momento che Jovanotti la sente già suonare negli stadi pieni, cantata da due generazioni, forse tre. “E lo ridico ancora, fino a strapparmi le corde vocali” canta Lorenzo, ed effettivamente non era mai arrivato così in alto con la voce, lui che non è certo un virtuoso della canzone. Noi siamo gli immortali, perché fino a quando ci siamo abbiamo la possibilità di cambiare le cose, di cambiare noi stessi, come fa lo stesso Lorenzo ogni volta che pensa di essere arrivato. Il video, disponibile per ora solo sulla JovaTV utilizza per la prima volta in Italia (in America ci hanno già pensato i Cold Play) la tecnologia interlude: sono gli utenti a scegliere i piani sequenza e il montaggio del video. L’esperimento interattivo durerà pochi giorni, poi sarà sostituito dal video ufficiale.

“Libera” è un pezzo dedicato alla figlia Teresa, la stessa alla quale, sembra ieri, aveva dedicato “Per te”. Ma questa volta non ci sono il miele e la farina, c’è la possibilità di camminare libera, con le tasche svuotate da quei sassi che servivano a non volare via, in un’altra splendida traccia di Jovanotti. “L’Estate addosso” è la dichiarazione d’amore definitiva non solo per una stagione, ma per il tema intero, visto che è la terza canzone dedicata dopo “Estate 1992” e l’omonima “Estate” di qualche anno fa. Questa volta non c’è bisogno di stilare programmi a base di sole per il prossimo trimestre, c’è l’estate addosso, come un vestito rosso, la musica che soffia via da un bar, cucurucu paloma, l’amore di una sera, gli amici di una vita, la maglia dei mondiali scolorita. C’è Battiato, la bellezza di settembre, l’elogio del tempo andato.

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Piacciono ad un primo ascolto anche “Pieno di vita” e “L’astronauta”. Alcuni temi si ripetono e vengono sviscerati. E così torna l’estate nella prima, mentre lo Spazio, si pensi al film Gravity (che tra l’altro è il titolo di un’altra traccia), è il tema della seconda. Sembra proprio cerchi lo Spazio, Jovanotti. Quello con la S maiuscola, diverso, e molto, dal “Dammi spazio, che non riesco a pensare” del 1994. Questo è uno spazio più liquido, che si estende per 30 tracce e per tutte le date dei concerti che sicuramente registreranno il tutto esaurito. È uno Spazio che sta stretto all’astronauta che vuole, semplicemente, rivedere il mondo.

La leggerezza ritorna nella melodia de “L’Alba”, “Il Cielo Immenso” e sopratutto “La mia ragazza è magica”, una delle ballate più classiche di Jovanotti. Il brano ricordo molto (forse troppo) “Ti sposerò”, ma è una licenza che si può concedere volentieri in un album così ricco di variabili. Anzi, è una canzone che alleggerisce la prima parte del disco, oltre che un ritornello che si fa cantare con grande semplicità. La traccia più interessante è forse la numero 15: “Caravan Story”. Non esiste niente al mondo paragonabile alla sensazione di essere importante per qualcuno è un ritornello poco musicale e assai poco ritmico, nella canzone non c’è nessuna rima, anzi la stessa viene evitata anche quando potrebbe esserci. Viene quasi raggirata, con spirito gitano, rom, lo stesso spirito che aleggia nel sound.

C’è ancora tanto da scoprire in questo disco, che va ascoltato di seguito o saltando di pezzo in pezzo, magari andando a riscoprire i vecchi album di Lorenzo, la sua crescita, le sue parole di un tempo divenute oggi più mature, come lui. Meno sereno di un tempo, ma non per questo stanco, direbbe. Ma ancora desideroso di polvere e gloria, come in una gara di motocross in provincia. Una gara nella quale la polvere, il terreno, il fango e la natura incontrano e si scontrano con la tecnologia, con il futuro. E Jovanotti sorprende perché non cade nella tentazione (tipica per esempio di Vasco Rossi, Max Pezzali e altri suoi colleghi) di guardare al passato, ma ambisce al futuro. Ancora desideroso di trasmettere un sentimento che va oltre la felicità, e che si chiama euforia.