Il 21 maggio dovrebbe essere una data chiave per il futuro di Maserati, perché è atteso un confronto tra Stellantis, governo e sindacati sull’aggiornamento del “Piano Italia” industriale. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati segnali contrastanti: da una parte il rilancio di Modena, dall’altra i dubbi sui volumi produttivi e sulla strategia del marchio.
Le possibilità oggi sembrano essere soprattutto quattro:
- Rilancio “premium” con Modena al centro
È lo scenario che Stellantis sta cercando di accreditare. Lo spostamento delle Maserati GranTurismo e Maserati GranCabrio da Mirafiori a Modena va proprio in questa direzione. L’idea sarebbe fare di Maserati un marchio a bassi volumi ma ad alta marginalità, più vicino a Porsche o Aston Martin come posizionamento. - Ridimensionamento del marchio
È il timore dei sindacati. I numeri di produzione restano molto bassi e, anche se nel 2026 c’è stato un rimbalzo (+583% a Modena nel primo trimestre), si parteva da livelli minimi. Senza nuovi modelli, il rischio è che Maserati resti un marchio simbolico con produzione limitata e ricorso continuo alla cassa integrazione. - Nuovi modelli ibridi invece dell’elettrico puro
Questa è forse la novità più concreta. John Elkann e Jean-Philippe Imparato stanno spingendo per rivedere la strategia europea sull’auto elettrica, puntando di più sulle ibride. Se il piano verrà corretto in questa direzione, Maserati potrebbe ottenere nuove motorizzazioni e prodotti più vendibili rispetto all’attuale gamma Folgore elettrica. - Scenario più critico: vendita o integrazione più stretta nel gruppo
Non ci sono conferme ufficiali, ma nel settore circolano da mesi ipotesi su partnership, integrazioni più profonde con altri brand Stellantis o persino una futura cessione. L’acquirente principale potrebbe essere BYD. Al momento però non emergono segnali concreti di una vendita imminente.
Il punto decisivo del 21 maggio sarà capire se Stellantis presenterà:
- investimenti veri su nuovi modelli,
- una roadmap produttiva chiara,
- e soprattutto volumi attesi per gli stabilimenti italiani.
Senza questi elementi, il rischio è che il “rilancio” resti soprattutto comunicazione.