Hollywood lo notò per Il Postino, ma Massimo Troisi era molto di più. Eppure, durante quella magistrale interpretazione, l’ultima, insegnò al mondo che anche la malattia e la fatica possono diventare una smorfia. Quella di un uomo malinconico e gioviale al tempo stesso, un attore unico nel suo genere, probabilmente il migliore della storia del cinema italiano. E sì, perché Troisi sapeva essere tutto. Più di Totò e del grande Eduardo De Filippo, dai quali avevo carpito la napoletanità, distinguendola però in maniera evidente dal napoletanismo. Come in Ricomincio da tre, nella famosa scena in cui dice di non essere un emigrante, ma un viaggiatore, un curioso, ribaltando i luoghi comuni.

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Massimo Troisi sapeva ribaltare qualunque cosa. Con un’espressione del volto trasformava una scena comica in una scena profondamente drammatica. E viceversa. Al resto ci pensava il suo amico Pino Daniele, che ha il merito di aver realizzato, per lui, una delle colonne sonore più intense del cinema italiano: Quando Quando per Pensavo fosse amore e invece era un calesse. Sarebbe stato bello scoprire Massimo Troisi oggi. Sapere se avrebbe continuato a recitare, a dirigere film o se avrebbe preferito fare altro. Con quale intensità avrebbe vissuto i suoi 60 anni e con quale sguardo sarebbe entrato in scena.

Oggi sono 20 anni che Massimo non c’è più. Era l’estate del 1994 e la Repubblica intitolava “L’attore tradito dal suo cuore”. L’Italia si apprestava a giocare i Mondiali americani e Berlusconi cambiava le leggi a proprio piacimento. Ma per un giorno restammo in silenzio, attoniti, a chiederci se fosse possibile perdere un attore così. Avevamo visto troppo poco di lui. Avevamo apprezzato i suoi duetti con l’amico Lello Arena, avevamo imparato a memoria le battute di Non ci resta che piangere.

Già, il film con Roberto Benigni. Qualcosa di irripetibile. Prendi i due attori più bravi e promettetenti e mettili insieme alla regia. Abbiamo scelto di fare un film che ha per tema un viaggio nel passato perché, a quale giovane, specie della nostra generazione, non è mai capitato neanche per un attimo di trovarsi nel 1400? A tutti anche a noi, e quindi, in un certo senso, è anche un film autobiografico.

Un capolavoro nel quale emerge, una volta di più, il Troisi, antiemigrante ed antieroe convinto. L’unico filo conduttore è la comicità spontanea, l’allegria e l’immediatezza. Un film dove emerge il Troisi immerso nella “napoletanità”, ma esente dal “napoletanismo”. L’antieroe è Mario, che non ne vuole sapere di integrarsi e calarsi in questa nuova realtà, e la subisce (almeno all’inizio), non la domina, cosa che invece fa subito Saverio Benigni. Nella gag, nella situazione comica, il personaggio centrale non è per forza sempre portatore di comicità attiva, ma, anzi, spesso si comporta in maniera attonita, perché non capisce quanto sta succedendo intorno a lui. Ed è qui che il duetto diventa magistrale, esplodendo nella scena della lettera a Savonarola.

Oggi, a 20 anni di distanza, Massimo Troisi ci manca eccome. Per fortuna ci restano i suoi film, una serie di capolavori da guardare e apprezzare ogni volta in maniera diversa. Fateci caso: guardare Ricomincio da tre a 20 anni non è la stessa cosa che guardarlo a 40. E così è per Non ci resta che piangere e soprattutto Le vie del Signore sono finite. Crescendo i film di Troisi si riempiono di significati nuovi, non scadono, non si banalizzano. È quello che succede con i classici della letteratura: sono una continua scoperta. Peccato solo non aver potuto godere altro di questo incredibile artista. Vi lascio con una scena cult: quella in cui Massimo, quasi presagendo il futuro, risponde alla donna che gli dice: “Quando c’è l’amore c’è tutto“. “No, chell’ è ‘a salute!“. Ciao Massimo, non ti dimenticheremo mai.

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Cover Credits: Archivio Rai