Se non ci riesci, cerca di sembrare.

È questa la dinamica su cui si erge il fashion system, un ambiente in cui la comunicazione è prima di tutto visiva e in cui il velo dell’apparenza è un abito pesante e scomodo da indossare, a cui ci si adegua però passivamente. Eppure la moda nasce proprio come libera espressione della personalità, come possibilità di dare sfogo alla fantasia e alla creatività. Caratteristiche che anziché essere rafforzate nel tempo sono state spinte con forza in secondo piano, all’interno di un meccanismo in cui il fashion business è la chiave che ne garantisce il movimento. La chiave di un sistema in cui è il corpo a essere modellato dalla moda e non più il contrario, in cui la diversità è un errore di fabbrica e l’omologazione è la parola d’ordine.

IL PESO DELLA MODA

Nuove ricerche mostrano come le donne siano più propense a comprare un abito vedendolo addosso a una modella della loro stessa età, taglia e nazionalità. Lo studio è stato eseguito da Ben Barry, esperto di moda, che ha voluto mostrare con esattezza quale tipo di modello o modella spingesse le donne ad acquistare capi di abbigliamento. Le intenzioni di acquisto aumentarono del 175 percento quando le modelle riflettevano la loro stessa età, con un calo del 64 percento quanto invece queste erano più giovani. Inoltre, le donne di colore erano 1.5 volte più propense all’acquisto del prodotto davanti a indossatrici dalla pelle nera.

La moda dovrebbe rispecchiare la società, con i limiti e i difetti che la caratterizzano, rispondendo in maniera coerente e non costruita – come invece avviene – a quelle che sono le richieste del pubblico. Richieste che arrivano da persone di nazionalità, peso e conformazione fisica differente, che vogliono ritrovare sulle passerelle persone vicine a loro, in cui potersi rispecchiare e in cui trovare la sicurezza del fatto che la vera bellezza esista e derivi proprio dai difetti.

È proprio in base a questo tipo di atteggiamento, che il social marketing dovrebbe essere rivoluzionato, adattando le proposte a quella che è l’effettiva richiesta. La soluzione sta nell’investire nella pluralità, facendo scendere in passerella le diverse facce della società, in cui tutte le donne abbiano la possibilità di rispecchiarsi. Alcune case di moda sono entrate proprio in questa ottica e un po’ per esigenza di mercato un po’ per necessità, hanno proposto modelle curvy, che scendono in passerella per mostrare come la moda non sia un peso e il peso non debba dettare legge all’interno del fashion system.

L’insicurezza generale, i disordini alimentari che colpiscono soprattutto le fasce più giovani, derivano proprio dall’uso di un unico tipo di modello, che si afferma inevitabilmente come unica forma a cui attingere. Sono poche le donne che fissando la propria immagine riflessa nelle vetrine, si riconoscono nei manichini esposti. Ma al di là dell’eccessiva magrezza che viene proposta, così come il problema della giovane età delle modelle, uno degli aspetti più criticati del mondo della moda è la discriminazione. La preferenza per modelle dalla carnagione chiara, con l’impiego di pochissime modelle di colore è infatti uno dei problemi più rilevanti.

LA MODA È RAZZISTA?

Da qui la domanda lecita quanto provocatoria, che ha trovato però una risposta in un editoriale pubblicato sulla versione inglese del giornale The Guardian. La moda è razzista? Il giornale denuncia lo scarso numero di modelle di colore nel fashion system – sia quelle impegnate nelle sfilate che quelle che appaiono sulle copertine – che dovrebbe svegliarsi e aprirsi verso l’eterogeneità dei clienti, cercando anche una risposta a questa situazione. In effetti le modelle di colore sono una rarità e le top model Naomi Campbell e Tyra Banks sono due eccezioni, che si sono affermate grazie a un’oggettiva capacità personale di essere sempre alla ribalta.

Le statistiche eseguite da Jezebel, un blog che si occupa di fashion, mostrano come durante la New York Fashion Week il 78,69 percento delle modelle che vi hanno partecipato erano bianche, il 7,67 percento nere, il 9,75 percento asiatiche e il 2,12 percento erano invece latine. Un divario netto appoggiato da case di moda come Céline, Dior, Balenciaga e Chanel, mentre Burberry, Topshop e Tom Ford hanno mostrato una maggiore sensibilità, pur mantenendo una percentuale molto bassa di indossatrici nere. Alla base vi è principalmente lo scarso rispetto per i clienti di colore. Celebre il caso di Oprah Winfrey, cacciata da un negozio Hermès perché nera e giudicata non abbastanza ricca da permettersi l’acquisto di una borsa della celebre maison.

Il fashion system continua a proporre solo ciò che è comunemente accettato, adattandosi anche alla classica forma di razzismo tutt’ora presente nella società, promuovendo anche la rischiosa concezione che la pelle bianca sia superiore a quella nera. Vi è però anche un altro tipo di razzismo, quello del fatturato. Il guadagno è il punto d’arrivo. Lo scopo anche in questo caso sembra giustificare i mezzi.

Credits Cover: Vogue.it