Bullismo, una parola e molte sfaccettature.
Una parola e molte sofferenze.
Una parola e molte vittime.

Direttamente dal dizionario Treccani, ecco la definizione di bullismo: spavalderia arrogante e sfrontata. In particolare atteggiamento di sopraffazione sui più deboli, con riferimento a violenze fisiche e psicologiche attuate specialmente in ambienti scolastici o giovanili.
La definizione e le caratteristiche, però, non sono sufficienti per comprendere a pieno questo fenomeno sempre più diffuso; un fenomeno dalle complesse cause e implicazioni psicologiche e sociali.

I comportamenti aggressivi del bullo derivano, la maggior parte delle volte, da una fragilità psicologica e da condizioni familiari educativamente inadeguate, che danno vita alla volontà di controllare e dominare ogni cosa e ogni altra persona. I bulli si dimostrano impulsivi, aggressivi e violenti, si vantano di una superiorità – vera o presunta che sia – e hanno la tendenza ad arrabbiarsi facilmente.
Gli episodi di bullismo si consumano più volte in gruppo, e si presentano con sempre maggior frequenza tra i banchi di scuola – con attacchi di rabbia che arrivano anche a coinvolgere i professori – negli stadi, e addirittura tra le mura domestiche.

Le vittime sono per lo più giovani, soggetti calmi, tranquilli, insicuri e ansiosi; soggetti considerati deboli.
Le vittime del bullismo tendono a chiudersi in se stessi anche per via della scarsa autostima e dell’opinione negativa che hanno di sé e della propria situazione.

Secondo gli ultimi dati ufficiali uno studente su tre è stato vittima almeno una volta di atti di bullismo.
Ma quello che preoccupa, sono i dati agghiaccianti di atti di bullismo non più solo tra i banchi di scuola. E non più solo tra coetanei.

L’ultimo fatto, avvenuto a Napoli pochi giorni fa, è emblematico. È l’ennesimo e inconcepibile caso di violenza da parte di un gruppo di 24enni nei confronti di un ragazzino 10 anni più piccolo. Erano in tre, inizialmente lo hanno preso in giro perché era grasso, poi lo hanno bloccato, gli ha abbassato i pantaloni e lo ha violentato provocandogli lacerazioni all’intestino con l’uso di un tubo ad aria compressa. In troppo continuano pensare che fosse solo uno scherzo.
Il bullo in questione non è più un ragazzo nel pieno della sua violenta adolescenza, è un adulto di 24 anni che ha scelto deliberatamente di fare del male ad un minore senza alcuna apparente spiegazione, se non quella di una micidiale forma di derisione per il suo sovrappeso.
Questo però non è più “soltanto” bullismo, questo è un vero e proprio atto di violenza. Questo è assurdità, crudeltà; è vero e proprio degrado sociale.

Il problema è che spesso la società non interviene, o meglio, interviene solo dopo che è accaduto il “fattaccio” e si scaldano gli animi della gente. Ma il clamore mediatico serve a poco.
La gravità di questo atto ha messo in dubbio l’educazione generale, i valori di empatia e di coscienza collettiva, che sembrano stati divorati dall’indifferenza e dalla violenza stessa.
E a sua volta, la violenza non può che generare altra violenza.

Come si può parlare di civiltà in uno scenario del genere? Come si può affidare il senso del futuro ai giovani, che non rispettano valori che la famiglia, la scuola e lo Stato hanno il compito di trasmettere?

[Credit Cover: fobiasociale.org]